Ci hanno rubato i colori

A cura di Federica Cataldo

Le notizie che giungono dal web, talvolta possono sembrare tanto bizzarre quanto incredibili. Quando lo staff di Blogstermind si è imbattuto nella notizia di cui vi parleremo oggi, ha subito pensato di aver trovato la solita manciata quotidiana di #fakenews, #lercio, o La Parte Strana Dell’internet.

Ci hanno rubato i colori.

Sì, avete letto bene. E quindi?

Nessuna ironia, nessuna satira, niente doppi sensi: Pink Barbie o Verde Tiffany sono solo due degli innumerevoli esempi di colori “privatizzati”che potremmo proporvi, monopolizzati, acquistati da colossi del mercato che ne acquisiscono irrevocabilmente i diritti di utilizzo impedendone a chiunque altro la libera fruizione.

Ma veramente sarebbero previste delle pene per i trasgressori?

Ahinoi, la risposta è sì. Noto è, per esempio, il caso degli Aqua, band cult dei primi anni 2000, querelata per aver usato il colore “Pink Barbie” sulla copertina del loro singolo, “Barbie Girl”.

Ci chiediamo, quindi: il mercato dei facili guadagni non sta forse puntando troppo in alto?

Cosa c’è di più naturale di un colore? E che bisogno c’è di acquisirne il monopolio? Tutti noi ricorderemo il Pascoliano “nero di pece” senza che l’autorevole poeta abbia richiesto l’acquisto del colore. Ma non è solamente la poesia che costituisce un esempio valido di quanto i colori siano necessari “utensili” per l’apprendistato della vita, per il nostro orientamento e conoscenza del mondo. Tutto può insegnarci che i colori sono ciò che vediamo, ciò che sappiamo della nostra vita, e cosa in generale ne costituisce l’esperienza. I colori sono tutto ciò che sappiamo dell’arte e degli artisti, della poesia con le sue sfumature trionfanti e decadenti, i colori sono ciò che sappiamo dell’amore, e dell’immaginazione.

Come sarebbe un mondo senza colori? Un mondo cieco o un mondo di ciechi? Vivremmo in un Guernica. Che ne sarebbe dell’ “acqua azzurra” di Battisti e dell’ “Azzurro” di Celentano? Del “rosso relativo” di Tiziano Ferro o, indifferentemente, quello di una rosa …o quello di uno stop? Una vita senza colori è una vita senza simboli.

Una vita senza parole, una vita limitata. E adesso forse questo sembrerà esagerato, ma a futura memoria si potrebbe dover fare i conti con la possibilità che i colori non siano più liberi, nostri. Che non potremo più disegnarli, indossarli, dipingerli, viverli.

Da segnalare anche il Giallo Post-it, anch’esso coinvolto nel caso copyright colori.

Veramente ci si sente disposti a rinunciare alla bellezza e alla libertà per ottenere dei compensi?
Domanda stupida. Ma: è veramente da stupidi domandarselo?

Quale sarà la prossima privatizzazione a cui assisteremo inermi?Quella di una parola? Un’espressione? Un modo di acconciarsi?

Fonte: Il Post

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