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ESC ci mostra le sue COMETE in attesa del suo primo disco | Intervista

Francesco Botti, in arte Esc, cantautore romano classe 1990 sta per pubblicare il suo primo disco in studio.

Dopo una importante gavetta che lo ha portato ad aprire concerti di artisti rilevanti del panorama alternativo italiano (Sick Tamburo e Kutso) Esc prova a ritagliarsi un suo personale spazio all’interno del variegato e sovraffollato mercato musicale italiano.

Il disco è stato anticipato dal primo singolo: “Comete”, canzone scritta dallo stesso cantautore romano ed arrangiata in collaborazione con il produttore artistico del disco, Alberto Paderni.

La canzone si declina su sonorità prettamente elettro-pop con le sezioni di synth che risultano assolutamente predominanti e che rendono il pezzo fresco e moderno.

Il testo, riflessivo ed introspettivo, sembra avere le peculiarità delle liriche che caratterizzano il moderno ItPop. Attraverso le parole del suo brano, Esc ci regala tutta una serie di immagini e riflessioni che fanno parte del suo universo. Passiamo così dall’insofferenza per la “tristezza studiata e pre-confezionata” e spesa ad uso e consumo delle logica di mercato. Tristezza che secondo il cantautore deriva dalla scarsa consapevolezza che si ha di stessi che apre il campo a tutta una serie di dubbi, incertezze ed indecisioni che si ritrovano anche “sotto al cuscino”.

Del singolo “Comete” è stato rilasciato anche il video-clip. Prodotto dalla Buongiorni Productions con la regia di Simone Mastronardi.

Il video è un racconto vissuto in soggettiva da un mazzo di chiavi che accompagnano Esc nelle sue riflessioni relative alla fine di una relazione, le quali si fondono nella normale quotidianità del cantautore romano.

Aspettando l’uscita del disco abbiamo contattato Esc per conoscere meglio lui e la sua proposta artistica.

INTERVISTANDO ESC

Ciao Francesco! Qual è il tuo background da musicista, come sei arrivato ad essere “Esc”?

Ciao a te, e grazie a Indie Italia Mag per questa opportunità!

La musica è stata un elemento sempre presente in casa, ma più che calata dall’alto si è aspettato che arrivassi io a fare il mio percorso. Che poi è iniziato a 11 anni studiando percussioni classiche e facendo una giovanissima esperienza di orchestra. Negli stessi anni ho iniziato a mettere le dita sul pianoforte da autodidatta e a scrivere le mie prime melodie, senza testo.

C’è stato un ulteriore gradino tra il 2008 e il 2009. Dopo aver vinto un contest a Roma fui chiamato da alcuni compagni di scuola a formare una band, nel ruolo di cantante. A quei tempi ero molto coinvolto dal post-rock (gli allora in esplosione SigurRos, This Will Destroy You, God Speed You! Black Emperor e così via) e l’unione dei diversi generi musicali ai quali ogni componente della band era legato aveva generato qualcosa che aveva effettivamente destato interesse. Ci chiamavamo For a Saleswoman’s Sake, ovvero Per l’Amore di una Commessa.

Nello stesso periodo vinsi una borsa di studio al CET di Mogol e lì ho iniziato a suonare la chitarra e a prendere maggiore confidenza con la scrittura delle canzoni.

Tutto questo avveniva durante gli studi e poi il lavoro come ingegnere, che sono comunque un’altra faccia della risposta a “come sei arrivato ad essere Esc?”.

Esc

Tu sei di Roma. La cosiddetta “scena romana” negli ultimi anni ha proposto molti artisti capaci di imporsi a livelli importanti. Come vivere in una città come Roma influenza il tuo modo di scrivere musica?

In realtà non vivo a Roma da 3 anni, e la mia scelta di spostarmi in Emilia ha dopo tutto molto a che fare con la scrittura delle canzoni e con il mio rapporto con Roma. Quello che volevo cercare di fare nello scrivere queste canzoni era raccontare dei percorsi – emotivi, mentali o vere e proprie storie – con un sincero senso di leggerezza che in qualche modo non riuscivo a raggiungere a Roma.

Dall’adolescenza in poi ho sempre frequentato l’ambiente rap e hip-hop romano, un mondo che a mio modo approfondivo dal punto di vista cantautorale (Colle der Fomento e Brokenspeakers in primis) ma che musicalmente era distante da quello che volevo esprimere.

Allo stesso tempo mi capitava spesso di sentire la “scena romana” prendere le distanze dal concetto di cantautorato, anche nei casi in cui l’influenza era ed è dal mio punto di vista evidente. Un concetto al quale io invece mi sento in qualche modo legato.

Questo ha contribuito a generare un blocco della mia scrittura a Roma, che però inevitabilmente rimane per me una grossa fonte di ispirazione. È una questione che ad oggi neanch’io ho capito fino in fondo.

Come descriveresti la tua proposta artistica a chi si approccia alla tua musica per la prima volta?

In questa prima fase, il progetto Esc ha da subito avuto la visione chiara di proporre canzoni scritte chitarra e voce ricercando un impatto fresco e attuale. In una fase in cui l’Indie converge sempre di più verso un ritorno al Pop, rispettare in pieno quello che era il suono che stavo cercando non mi è sembrato così assurdo.

Esc

Il sound del singolo sembra avere delle sonorità che viaggiano tra l’elettronica ed il pop più classico, che sono quelle tipiche del nuovo ItPop. Ti occupi tu stesso degli arrangiamenti e dei testi?

Per i testi e gli arrangiamenti i discorsi sono diversi. Per questo disco tutte le canzoni le ho scritte da solo, testi e accordi. Raggiungere una dimensione di scrittura in italiano che mi soddisfacesse a sufficienza è stato un percorso molto intenso e che voglio portare avanti con passione e attenzione. Il percorso di ricerca che invece sta portando agli arrangiamenti ha raccolto vari input in questi mesi.

Mentre durante le prime fasi del mio percorso sono riuscito a maturare esperienza di scrittura e di palco, l’esperienza di studio era poca, c’erano molte porte da sbloccare. L’arrangiamento di Comete ad esempio è nato da un’idea di Antonio Pagano che poi ho sviluppato in studio con la fondamentale collaborazione di Alberto Paderni, il produttore artistico di questo disco.

Nell’arco della produzione del disco, anche grazie a una bella sinergia tra me, Alberto ed Antonio, ho preso sempre più sicurezza sia nell’immaginare arrangiamenti da zero che nello svilupparli. Mi piace sempre di più immaginare degli ambienti per le canzoni, un set di strumenti/suoni che sento possano creare la giusta trama, e poi lavorare in sala e in studio, anche collaborando con altri musicisti.

Il mercato musicale italiano in questo periodo propone novità quasi quotidianamente. Cosa pensi possa avere la tua musica per lasciare un segno e non confondersi tra le tantissime altre proposte?

Sicuramente è un momento molto interessante per il panorama italiano, stanno accadendo moltissime cose e la proposta è molto ampia. L’aspetto che osservo con maggiore interesse è quello autoriale, che sembra essere resuscitato rispetto ad un lungo periodo in cui in Italia le canzoni e i loro testi si sono ripetuti troppo simili a loro stessi per anni, inevitabilmente invecchiando.

La sensazione è che questo processo di emulazione si stia ripetendo molto più velocemente del dovuto, creando un’offerta vastissima ma non necessariamente eterogenea, soprattutto nella cosiddetta scena Indie. Credo profondamente nel valore delle canzoni intese in senso classico, e la mia ambizione sta nel proporre concetti, immagini – ma anche ragionamenti – attuali e non banali, che nascano nella quotidianità senza morire in essa, con un linguaggio largamente accessibile.

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Da dove nasce l’idea del video di “Comete”? Chi se ne è occupato?

L’idea è nata da un bel gioco di squadra. Fin dalle prime supposizioni su cosa mi sarebbe piaciuto fare per promuovere il disco, tra le varie opzioni avevo pensato di legare ciascuna canzone ad un oggetto, un logo. Durante uno degli incontri con il team che sono riuscito a costruire in questi anni e che mi supporta su vari fronti, si è ragionato sull’idea di girare per i singoli estratti dal disco dei videoclip in ripresa soggettiva dal punto di vista dell’oggetto-logo, e l’idea mi piacque molto da subito.

In quel contesto, se già per Comete” non volevo cadere in un logo estremante didascalico, è nata l’idea delle chiavi. Sia come metafora della release di questa canzone in questo momento del mio percorso, sia in quanto oggetto estremamente dinamico, perfetto per il concetto di videoclip che avevamo in mente.

La produzione del videoclip è stata affidata alla Buongiorni Productions. Il produttore esecutivo Enrico di Paola mi ha proposto un team che mi ha convinto dal primo incontro (telefonico). Il team è stato capitanato dal regista Simone Mastronardi, con il quale abbiamo sviluppato l’idea iniziale della soggettiva delle chiavi, a partire dal taglio leggero e quotidiano del videoclip fino alla semplice trama che accompagna in sottofondo le varie scene. Sono molto contento del risultato!

Il disco in uscita si declinerà sulle stesse sonorità di “Comete” o dobbiamo aspettarci qualche sorpresa?

Sicuramente bisogna aspettarsi diverse sorprese. In questo primo disco abbiamo giocato per ogni canzone in bilico tra sonorità elettroniche e sonorità pop, e questo ha portato a diverse sfumature di colore. Insomma ci sono i synth, ci sono i “bassoni” e i beat, ma abbiamo anche la chitarra, il pianoforte, gli archi e gli ottoni. Esattamente come sognavo che fosse questo primo disco.

Grazie mille per le belle domande, è stato un piacere!

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