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Malinverni: “La libertà di fare musica che non funziona” | Intervista

Tra l’essere e l’apparire Malinverni ha scelto, e sceglie sempre, di mantenere un estetica musicale coerente con la realtà in cui vive, quella  di un trentenne che ha meno paura dell’amore rispetto agli obblighi morali della realtà.

“Musica/che/non/funziona” è una protesta sociale contro le canzonette che passano in radio solamente perché fanno ballare, ma sono vuote di contenuto, è una ribellione sincera all’apatia di una certa scena musicale che rende felici i discografici, con canzoni che durano giusto il tempo dell’estate.

In questo Ep, oltre alle canzoni già pubblicate come singoli, troviamo “Ancora sera”, emblema della condizione sociale dei giovani d’oggi, pieni di rammarico e pronti a chiedere scusa soprattutto per tutti quegli errori che hanno subito e non commesso.

“Mi hanno detto cosa vuoi dalla vita, io gli ho risposto ridendo che la volevo libera, libera, si lo stiamo perdendo”

Se la passione è un motore fondamentale per ottenere risultati, senza dubbio, Malinverni merita di ampliare i suoi orizzonti musicare, senza dover subire la trasformazione da arte a prodotto.

INTERVISTANDO MALINVERNI

Meglio fare “Musica che non funziona” ed avere il proprio stile, rimanere felici o vendersi al mercato con canzoni di plastica?

Non ho mai creduto nel concetto di “vendersi al mercato”. Credo che si formino dei trend dove alcuni artisti consapevolmente o no si ritrovano. E’ chiaro che esistano generi che vanno meglio rispetto ad altri. Si può fare buona musica anche stando nel mercato. Cercare di fare un ritornello pensando di sfondare su TikTok è un altro discorso che non ha a che fare per niente con la musica e molto con quello che ci è stato inculcato negli ultimi anni: qualunque cosa a qualunque costo pur di diventare virali da qualche parte. Ripeto, è un discorso che non ha a che fare con l’arte e non ha infettato solo la musica, ma tutto quello che è condivisibile su una piattaforma.. dalla letteratura alla cucina popolare.

Sono i tempi in cui viviamo: tutto sommato basta attrezzarsi, avere gli anticorpi giusti e in buona sostanza fregarsene. 

Nella tua consapevolezza d’artista c’è un certo malcontento?

Sicuramente c’è il non voler accettare la realtà così com’è. D’altra parte le canzoni servono anche a evadere dal mondo o a cercare altri punti di vista. Il malcontento ovviamente c’è per come vanno certe cose, ne parlo in alcuni pezzi dell’Ep come “ Ancora sera”: inorridisco di fronte alla superficialità con cui vengono trattati i giovani, ad esempio.

Se però si parla di malcontento in riferimento all’ambiente musicale, sinceramente mi interessa poco esprimermi in quel senso: ci sono cose che mi piacciono, altre che non mi piacciono, altre ancora che proprio non capisco. Se le persone seguono quell’artista o quel genere un motivo c’è sempre.

PH: Leila Maiorana

Fa in un certo senso ridere la contrapposizione tra i titoli delle prime due canzoni del disco: “Ti addormenti” e “ Non dormo”. Questa scelta in realtà è un modo per prendere distacco dal mondo, tra quello che senti tu e quello che vivono gli altri?

“Ti addormenti” è la dedica alla persona con cui divido tutto, la mia quotidianità e i progetti. “Non dormo”è un pezzo nostalgico in cui ripenso ad un passato che ora sembra lontanissimo, in cui bastava un amico e un paio di occhiali scuri per sentirsi chissà chi. In realtà ho notato questa cosa dei titoli poco tempo fa e ho deciso di mettere i pezzi uno dietro l’altro proprio perché la cosa mi aveva fatto sorridere. In un certo senso viviamo di contrasti quindi mi era sembrata una scelta giusta.

In certi momenti diventa difficile spiegare la tristezza?

Sì, è difficile. Io utilizzo le canzoni perché credo che le parole da sole non bastino, almeno a me. Quindi, anche se la tristezza non si riesce davvero a spiegare totalmente, l’uso di accordi e strumenti riesce a dare un senso generale al discorso.

La tristezza, come la gioia o l’euforia fa parte di noi. Pensare di volerla escludere a priori, o peggio ancora ignorarne volutamente l’esistenza, è folle. Credo che la società capitalista di oggi, che propone come unico modello la persona di successo, sempre positiva e sempre vincente, abbia avuto un impatto violento su tutti. Ammettere di sentirci a disagio, o malinconici, o semplicemente di stare male, pare sia diventata una colpa o una specie di malattia. La musica aiuta a riscoprire anche questi lati che per forza di cose a volte ci fanno sentire sbagliati.

Ti è mai capitato di stare sulla Luna ma ti sentire il bisogno di tornare sulla Terra?

Certo, e l’ho fatto. Come dico nella canzone, esistono momenti in cui, per sopravvivere e per ricaricarsi, sentiamo il bisogno di tirarci fuori dalla mischia e fermarci. Dopo un certo periodo di tempo, però, arriva anche l’esigenza di tornare a rischiare e combattere per quello che ami. La metafora, alla fine, è questa.

Come si può vivere una vita libera?

Non si può: se ognuno decidesse di esprimersi come vorrebbe davvero, il mondo sarebbe invivibile.

Penso che la più alta forma di libertà sia accettarsi e accettare che spesso le cose non vanno come vuoi tu.

Quale imposizione non sopporti e non accetterai mai?

Non accetto le imposizioni in generale. Per me non esistono verità assolute, sono a favore dei ragionamenti.

Perché i matti del quartiere non invecchiano mai?

I matti del quartiere sono quei personaggi mitologici che non sembrano risentire del passare del tempo. In un certo senso, sono una certezza. Li ritrovi negli stessi posti ogni giorno, dicono le stesse cose da anni e spesso sono amici di tutti. Una garanzia in un mondo veloce dove tutto viene messo in discussione ogni mezz’ora.

Nicolò Granone

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