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Pugni: “Si può cadere, ma anche volare” | Indie Talks

“Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio” è una frase diventata un classico nasce dal cinema, precisamente da “L’odio” datato 1995 e diretto da  Mathieu Kazzovitz, film che probabilmente Pugni ha visto almeno una volta.

Lui, Lorenzo Pagni, in arte Pugni, ha pubblicato il suo primo album “Tuffo” gettandosi dentro la sua vita e cadendo dentro le esperienze dei suoi pazienti, dato che di giorno lavora come psicologo e tratta di pensieri razionali e inconscio.  Quando ci si lascia andare, si ha la sensazione di perdere l’equilibrio, ma allo stesso tempo si può provare la vertigine di rimanere in bilico nell’attesa o di uno schianto o di una rinascita dopo che magari si ci è avvicinati al fondo.

La sincerità e la leggerezza dell’ammettere che esistono anche dei lati oscuri può essere un punto di vista diverso utile a ribaltare paradigmi razionali che portano le persone difficilmente a pensare che forse anche il dolore può essere utile per stare bene e imparare a superare certi momenti.

PUGNI X INDIE TALKS

Come ti sei tuffato nella musica?

La musica è stata il mio posto sicuro, il mio rifugio dove ho trovato il modo di esprimere me stesso. Ho passato troppo tempo a soddisfare le aspettative altrui e ho rischiato di perdere la possibilità di essere chi sono. La musica, in questo senso, mi ha salvato, e quando ho capito che dentro di lei avrei respirato, mi sono buttato a capofitto.

Ti piace buttarti seguendo l’istinto o preferisci rimanere legato alla ragione?

Per buttarsi serve seguire l’istinto. Poi magari mentre sei in aria puoi cercare di correggere la direzione per non finire sopra gli scogli. Ma la parte principale la fanno il cuore e il coraggio.

Ci sono verità che creano dubbi e lasciano la sensazione di stare in bilico?

Ci sono sicuramente prese di coscienza che portano a scomode verità su sé stessi e su quello che ci circonda, ma meglio una verità scomoda piuttosto che una rassicurante bugia.

PH: Giulia Bartolini

Il cambiamento è sempre un andare verso qualcosa che non si conosce? O può essere anche una scelta razionale?

Per arrivare dove non si è mai stati serve prendere strade che non si sono mai percorse. Più che di razionalità, parlerei di giudizio: serve giudizio per scegliere quale strada intraprendere, ma accettando l’impossibilità di prevedere gli esiti.

Non tutte le cadute sono legate al salto che si fa?

A volte si cade e basta, senza aver saltato, ma semplicemente per quello che ci succede che è fuori dal nostro controllo. La vera sfida è rimanere consapevoli al punto da accorgersi che stiamo cadendo e riprendersi mentre siamo in picchiata, con un colpo d’ali.

Hai mai avuto la sensazione di rimanere bloccato tra ombre e paure?

Certo. Ci sono stati momenti di un buio totale, che non lasciavano trapelare spiragli di luce. Fortunatamente niente è per sempre, soprattutto se si è capaci di chiedere aiuto.

Credi che fare un percorso psicologico possa essere paragonato a fare surf sulle onde?

C’è questa frase di John Kabat Zinn molto usata in psicoterapia che è “se non puoi arginare le onde, impara il surf”. Effettivamente rende l’idea di come le nostra emozioni non possano essere controllate, così come uno scoglio non può arginare il mare. Allora, tanto vale imparare a cavalcare le onde, per arrivare a riva cercando di non cadere. E se dovesse succedere di cadere, si può sempre rimontare sulla tavola, attenti agli squali.

Come fa l’acqua a curare le ferite?

L’acqua è il simbolo dell’inconscio: l’acqua scorre secondo gravità verso il profondo, trovando lo spazio per raggiungere luoghi inaccessibili agli occhi. Probabilmente è in quei posti che possono essere trovate le risposte ai nostri interrogativi e le cure per le nostre ferite.

 

PH: Giulia Bartolini

 

Nicolò Granone

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