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Visconti è un boy di ferro che sa emozionare | Indie Talks

Basta vivere di stereotipi, di idolatrare l’uomo forte sempre sicuro di se stesso che non si lascia attaccare dalle proprie emozioni, e anche se all’apparenza le riesce a controllare in realtà le evita.

Visconti, con il suo disco “Boy di ferro” sfida questo aspetto machista della società moderna, mettendosi a nudo, mostrando così tenerezza e sofferenze legati ai capricci del cuore.

Essere vulnerabili è un grande paradosso, e l’amore si nutre di mille contradizioni tanto che può nascere all’improvviso, in situazioni precarie, agendo sui comportamenti, modificando di conseguenza azioni e reazioni. La dolcezza, ma anche il dolore possono essere due lati della medaglia. Per apprezzare le due metà bisogna evitare di trovare sempre una ragione, separando in maniera matematica l’emozioni dai perché.

VISCONTI X INDIE TALKS

Come mai i sentimenti riescono ad emozionare anche un Boy di ferro?

Perché il ferro si piega, si modella, nonostante sembri rigido. Credo sia il paradosso della vulnerabilità: i sentimenti mi fanno vacillare, ma è proprio lì che trovo qualcosa su cui scrivere canzoni.

“Boy di ferro” prova a tracciare una cronologia emotiva dei momenti che più mi hanno modellato negli ultimi due anni. In quei momenti ho trovato consapevolezza e accettazione di me stesso, due cose che un tempo mi spaventavano, ma che ora accetto come parte del mio percorso.

L’essere umano ha una paura nell’aprirsi e nel condividere?

Sì, credo che ci sia una paura enorme, perché aprirsi significa correre il rischio di essere fraintesi o feriti. Ma penso che sia anche una delle cose più spontanee e autentiche che possiamo fare. Condividere quello che siamo ci rende vivi. Io cerco sempre di trasformare quella paura in qualcosa di creativo, perché è proprio nei momenti di vulnerabilità che trovo le mie idee migliori.

Credi che le stelle possono davvero influenzare le relazioni?

(ride ndr) Non sono un grande fan dell’astrologia, ma se con “stelle” intendiamo l’eventualità delle ipotesi più ignote, allora sì, mi affascinano. Le stelle rappresentano tutto ciò che ci sovrasta e ci guida in qualche modo. Non so se influenzino davvero le relazioni, ma il fatto che possiamo proiettarci su di loro è un segnale di quanto cerchiamo significato ovunque. Magari non influiscono, ma ci fanno credere nelle possibilità, e questo è già abbastanza.

PH: Ufficio Stampa

Tra cuore e cervello il disordine è normale?

Il disordine è necessario, direi. Se fosse tutto lineare, cuore e cervello non avrebbero nulla da dirsi. È nel caos che nascono le cose migliori, le intuizioni più forti. È scomodo, ma ne vale la pena. Anzi, credo che sia proprio il disordine a darci la possibilità di trovare un equilibrio più autentico, anche se mai definitivo.

La tua prima canzone è nata come dedica a qualcuno?

Non saprei. Molto probabilmente non ero consapevole a chi stessi dedicando quella canzone. Spesso scrivo per colmare qualcosa che sento mancare, e poi col tempo mi accorgo che c’era un destinatario nascosto. Mi capita lo stesso quando rispondo alle domande delle interviste: è come se le parole rivelassero qualcosa a me stesso. Scrivo molto di getto, e a volte mi rendo conto che è quello che scrivo a permeare la mia realtà, piuttosto che il contrario.

Che gusto ha la passione di Salsa rosa?

Direi dolce e speziato, un contrasto che esplode. La passione per me è proprio questo: una miscela di elementi che non dovrebbero funzionare insieme, ma che invece creano qualcosa di unico. È anche un ottimo palliativo per gli angoli bruciati della vita, quelli che ti graffiano la gola e ti lasciano il segno, ma che ti fanno andare avanti.

PH: Ufficio Stampa

Amore e morte hanno un forte legame?

Assolutamente sì. Entrambi rappresentano un punto di non ritorno, qualcosa che ci cambia in modo irreversibile. L’amore è una piccola morte, perché perdiamo una parte di noi per far spazio all’altro, ma è anche una rinascita. È una dualità che cerco di esplorare spesso nei miei testi: quello spazio in cui qualcosa finisce e qualcosa di nuovo inizia.

Il genere indie ha un po’ romanticizzato la fine di una storia: tu come rispondi ad una rottura?

Con la musica, molto spesso. Una rottura è un momento che ti costringe a fare i conti con te stesso. È doloroso, ma anche profondamente creativo. Io cerco di raccontarla con i miei mezzi, creando una narrativa che vada oltre i canoni tradizionali della poetica indie. Mi piace aprire spaccature narrative nei piccoli dettagli e costruire un universo unico da costellazioni molto distanti.

Mi piacerebbe semplificare il modo in cui scrivo i testi, ma credo che sarà un’evoluzione che arriverà solo con il tempo e con la pratica. Ci sto lavorando, passo dopo passo!

Nicolò Granone

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