New Indie Italia Music Week #259

New Indie Italia Music Week #259

“Down, down, you bring me down
I hear you knocking down my door
Don’t waste your words
I am the resurrection and I am the life
I couldn’t ever bring myself to hate you as I’d like”

(I Am the Resurrection – The Stone Roses)

Ci sono ascolti che arrivano nel momento giusto. che non cercano di addolcire le cose, ma le mettono sul tavolo così come sono: stanchezza, distanza, bisogno di silenzio, il desiderio di riprendersi spazio dopo averlo concesso troppo a lungo. Non è musica pensata per piacere a tutti, ma per farsi riconoscere da chi sta attraversando una fase di chiarimento, anche duro, con sé stesso o con qualcun altro.

Scoprire un brano nuovo può diventare allora un gesto quasi fisico: una presa di posizione, un modo per rimettere ordine tra ciò che pesa e ciò che serve davvero. In questo senso, alcune canzoni funzionano come confini emotivi, aiutano a dire “basta” senza doverlo spiegare, e trasformano la tensione in lucidità. Non promettono soluzioni, ma restituiscono una forma di equilibrio.

È anche così che la musica finisce per farci stare bene: non cancellando il disagio, ma dandogli una voce, una struttura, un ritmo in cui riconoscersi. E quando questo accade, l’ascolto diventa scoperta — non solo di nuovi brani, ma di un modo più onesto di attraversare quello che sentiamo.

La fine della guerra – Svegliaginevra

Anticipato dai singoli Pessima idea, Da domani cosa farai? e I fatti miei, il disco raccoglie 9 brani scritti interamente dall’artista e prodotti con PAGA, Effemmepi ed Elia.wave. È un lavoro intimo e sincero, che accetta l’incompiutezza emotiva come parte del racconto. Le canzoni attraversano lotte interiori, amore, solitudine, perdita e rinascita, restituendo il mistero dell’esperienza umana senza filtri. Al centro restano la voce di svegliaginevra e la chitarra acustica, elementi che danno coerenza e profondità al percorso. Ne emerge un diario musicale fragile e necessario, capace di parlare del presente con delicatezza e coraggio. La copertina, scattata a Londra, completa visivamente un progetto sentito e profondamente personale.

(Pietro Broccanello)

Camaleonte – Bianco

Camaleonte, il nuovo album di Bianco, si presenta come un viaggio rivelatorio nel cambiamento e nell’identità. Undici tracce, disponibili anche su vinile bianco, che spogliano la scrittura del cantautore torinese da ogni sovrastruttura, riportandola all’essenza tra cantautorato e intimità analogica. Registrato in una sola settimana a Torri in Sabina con Roberto Angelini e Andrea “Fish” Pesce, il disco nasce su un Tascam a quattro piste, scelta che ne amplifica la fragilità emotiva.
Camaleonte abbraccia caos, leggerezza e malinconia con una poesia diretta e senza filtri. La figura del camaleonte diventa metafora di una metamorfosi autentica, capace di guardare insieme passato e futuro. Un lavoro che racconta più che nascondere, e che troverà una naturale estensione dal vivo nel tour in partenza il 25 marzo da Bologna.

(Pietro Broccanello)

Pensieri giganti – Martina Grillo

“Doveva andare così”. La prima frase di cui non ti fidi, quando la senti da un’altra persona, quando la dici tu stess*. Martina ci porta nell’appartamento freddo di chi è rimast* sol* ad elaborare la separazione che rimbalza tra le pareti buie, corrode l’intestino attraverso l’odore di caffè che una volta si beveva in due. Gesti insignificanti che insieme erano riti sacri.

La sua voce struggente dalle estensioni che avvolgono ci fanno riconoscere, in quei giorni in cui i “pensieri giganti” della passata relazione ci schiacciano mentre siamo nel letto, ci gelano la schiena quando abbiamo deciso di alzarci e provare a reagire. Ma qualcuno ha detto che la risoluzione dei problemi non è una strada dritta, non è tutta in progressione. Quindi rielaborare, dare una forma ai pensieri insieme a Martina, potrebbe essere un importante primo passo.

(Stefano Giannetti)

Only – Lorenzza

“Non esistono finali, ma soltanto nuovi inizi”. L’r’n’b di Only sanguina nelle strofe e dà una botta di energia nel ritornello. È la perfetta sintesi del destino umano, quello che dipende dal carattere, che cambia quando cambiamo noi. Testimonianza che il tanto decantato fato non esiste. Lorenzza scende nei dolori dell’autobiografismo e risale marciando in una luce che si riflette solo nelle pozzanghere. “Only” perché c’è spazio solo per la persona, il resto sono frasi fatte, e le frasi fatte le dice che ha la vita facile. Una rinascita narrata senza poesie, autentica. Un sapere esattamente dove ci si trova perché ci si era persi (“forse non c’ero nemmeno io”). E non importa più tanto dove si va, se il punto fermo c’è. Ed è essere la Only.

(Stefano Giannetti)

Separi – Martina Di Nardo

“Non è reale, è solo un sogno”. L’identità onirica del brano è palese, sembra di ascoltare dei sussurri in un bosco di notte. Da qualche ninfa che ci culla e ci inquieta i sogni. Ma in “separi” c’è in più una voglia di travalicare il confine tra mondo dei desideri (e/o dell’ispirazione) e realtà. Una dichiarazione solo immaginata, che non può essere detta. Ma si spera che nella sua dimensione separata, irreale e inabissata nella mente, possa comunque raggiungere il/la destinatari* del messaggio, senza che sia stato recapitato concretamente. Così da non alterare gli equilibri protetti dal mondo platonico. C’è sempre un motivo dietro questa ostinata separazione degli elementi, ed è quindi facile immedesimarsi, lasciarsi ipnotizzare e accarezzare da questo canto di rasserenante dolore.

(Stefano Giannetti)

RAGIONE e SENTIMENTO – MAXIMILIAN

Smarcarsi dal passato per tornare a una scrittura più personale, dove rap e cantautorato dialogano senza gerarchie. “Ragione e sentimento” vive di contrasti dichiarati, senza mai scegliere davvero da che parte stare. È proprio in questo equilibrio instabile che il progetto trova la sua forza. Le produzioni, essenziali e con innesti elettronici misurati, accompagnano una scrittura che preferisce porsi delle domande senza la necessità di dare risposte. Pur riprendendo il titolo dal “Sense and sensibility”, della Austen, l’artista ripercorre in maniera contemporanea delle vicende amorose che si confermano essere dei pattern universali. Un EP sincero, irrisolto e coerente nella sua fragilità, che segna un primo passo solido e credibile nel nuovo percorso di MAXIMILIAN.

(Ilaria Rapa)

Meglio Tardi – SUPERTELE

SUPERTELE trasforma il disordine quotidiano in materia narrativa, giocando con immagini comuni e pensieri sparsi fino a renderli sorprendentemente centrali. L’artista osserva il caos della propria stanza – e della propria testa – con uno sguardo ironico e affettuoso, costruendo un racconto pop che parte dalla normalità per arrivare altrove. Ogni traccia aggiunge un colore diverso a una tavolozza emotiva ampia ma coerente. A rendere l’ascolto sempre più familiare, ci sono synth dal gusto rétro e piccoli campionamenti della vita reale che creano così una connessione tra il mondo dell’artista e quello dell’ascoltatore. “Meglio Tardi” è un lavoro fresco e personale, dedicato a chi prova a dare un senso al caos e finisce per riconoscersi proprio in quel disordine.

(Ilaria Rapa)

I treni – Lea Gavino

Treni che passano, treni che aspettano, treni che dormono: nel nuovo pezzo di Lea Gavino, le immagini sono costruite su paesaggi di attese, sospensioni ove il treno altro non è che la metafora della vita che avanza inesorabilmente. Il ritmo interno del pezzo è lento/veloce come se ad ogni domanda formulata ci fosse una risposta istantanea, immediata. Il tono della sua voce è delicato e mai fragile, mentre il loop del ritornello sembra privilegiare più l’atmosfera esterna che la melodia. E’ un lavoro che porta all’ascolto meditativo perché sa bene che punti toccare dell’animo umano. Ancora una volta, Lea Gavino si conferma un’artista poliedrica, mai scontata e attivamente interessata al mondo che le gira intorno.

(Mariangela Caputo)

Non mi invitare – Santachiara

Sembra presagire la primavera, il nuovo pezzo di Santachiara, “Non mi invitare”. Il suo sound minimale, controllato lascia spazio alla voce e a tutte quelle cose che apparentemente restano in sordina. Il titolo schietto sembrerebbe rifiutare qualsiasi proposta di mondanità, ma in realtà è solo un tirarsi indietro con eleganza.
La voce resta coerente con il testo: frasi asciutte, sincere che nascondono una fragilità emotiva di fondo non riscontrabile nel mondo odierno: <>.

(Mariangela Caputo)

L’origine del mondo – Roshelle

Poche parole, essenziali, completate da un climax sonoro che ci trascina da un lento risveglio a un vortice di emozioni intenso e insaziabile. L’amore qui è portato su un piano universale, paragonato ai rapporti tra stelle e pianeti, oltre i confini dello spazio. “Ti ho girato sempre intorno, io la terra, tu il sole”. Roshelle ci stupisce per la sua capacità di combinare dolcezza e potenza, nella voce e nelle sonorità, in un modo unico e personale. “L’origine del mondo” è già un titolo che suggerisce molto: l’artista ci accompagna quasi a spiegare l’inspiegabile, rompendo i confini del suono e portandoci in una dimensione pura e primordiale, dove tutto nasce e tutto si sente più forte.

(Sara Vaccaro)

tutto così pesante – Schianta

La vulnerabilità urbana di Schianta racconta un senso di schiacciamento dove i pensieri premono per uscire con foga e impeto, come a volersi a gettare nell’infinito del mare. Viene esaltata però  l’insicurezza di chi si accorge che anche fuori non è un posto poi così sicuro. “tutto così pesante” intrappola l’anima, rende angosciante il sentire e descrive la fragilità non solo dell’essere umano, ma di una generazione di giovani che rimane opressa dal passato, e soprattutto dalle crepe degli altri.

L’agorafobia delle emozioni, una canzone che esplode nel dolore, senza però spegnersi mai. Rimane sempre un briciolo di speranza sotto le macerie del domani.

(Nicolò Granone)

Tu non vuoi nessuno – Prima stanza a destra

Un brano in cui testo e musica quasi si scontrano, lasciandoci assaporare un piacevole contrasto emotivo. Nel suo nuovo singolo “Tu non vuoi nessuno”, Prima stanza a destra resta fedele alla sua scrittura intima e riconoscibile, accompagnata, come sempre, dalla voce unica nella sua delicatezza. Questa volta, però, la produzione prende una direzione diversa: la base acquisisce un dinamismo insolito, forse meno malinconico, ma di grande effetto e potenza. Una forza sonora che non riesce, comunque, a colmare le fragilità del testo: il vuoto e l’assenza rimangono in primo piano, confermando la cifra emotiva più autentica dell’artista.

(Sara Vaccaro)

Al Suo Riposo, In Luce – Gaia Banfi

I due nuovi brani funzionano come una cosa naturale e necessaria al percorso aperto con “La Maccaia”, sono due facce dello stesso momento, quando tutto è già accaduto e resta solo solo il tempo di capire che cosa rimane. “Al suo riposo” è una ballata che racconta la fine di un ciclo, le parole si adagiano al suono e seguono un’idea di conclusione pacificata: “ ogni cosa sarà al suo riposo/ in un giorno incompiuto” La malinconia non è perdita, ma presa d’atto, il buio, il vento che va via e le sere passate diventano immagini di un mondo che si chiude lentamente, lasciando spazio al silenzio. “In luce” restringe ancora di più lo sguardo, abbiamo una dimensione più intima, quasi rituale dove la morte viene raccontata come un passaggio interiore. Gaia Banfi sceglie di fermarsi, di osservare il vuoto dopo l’esperienza e accettare che anche ciò che è stato vivo abbia il diritto di riposare.

(Benedetta Rubini)

C’est la vie – Schiuma

Il brano nasce con una frattura identitaria, da quel momento in cui ciò che si è stati, ciò che si vorrebbe diventare e ciò che vuole il mondo iniziano a sovrapporsi e a confondersi. Il testo è diretto, quasi colloquiale e ruota attorno all’urgenza della scelta: “Susanna devi decidere” diventa un ritornello-mantra che incalza.
“Essere più che confusi a vent’anni, guardarsi indietro prima che avanti.” Emerge una precarietà emotiva che fotografa la generazione di Susanna, un’incertezza e fragilità che accomunano moltissimi di noi.I riferimenti al cielo e allo specchiarsi suggeriscono un bisogno di riconoscimento, una vulnerabilità che spinge a riflettersi in qualcosa di più grande per capire chi si è. Più che una dichiarazione d’intenti è un primo passo consapevole nel raccontarsi apertamente agli ascoltatori.

(Benedetta Rubini)

Spalle – Matteo Alieno

“Spalle” è una pausa gentile dentro il rumore del presente, è una ballad intima con una produzione essenziale e calda: accompagna l’ascoltatore senza invadere, lasciando spazio alla voce che sembra parlare più che cantare. Ci racconta un’idea d’amore lontana dalla retorica romantica: non stare davanti ma guardare le spalle, proteggere senza farsi vedere.

Nei versi emerge una generazione stanca e distratta, che spesso “aspetta la vita” rischiando di perderla e che trova sollievo soltanto nell’incontro con l’altro.
Non c’è dramma ostentato né slanci melodrammatici, il pezzo sceglie la sottrazione, è rivolto a chi resta dietro, a chi sceglie di esserci senza chiedere nulla in cambio.

(Benedetta Rubini)

rob – LA MIA STORIA

In “LA MIA STORIA” c’è un bisogno evidente, quasi fisico, una dichiarazione identitaria che non cerca approvazione e non prova nemmeno ad addolcire gli spigoli. rob racconta un momento di passaggio in cui difendersi diventa necessario, anche a costo di restare soli, e lo fa con una scrittura che tiene insieme istinto e consapevolezza. Sul piano sonoro il brano si appoggia a un impianto pop rock diretto e compatto. Le chitarre spingono, la ritmica resta serrata e accompagna la voce senza appesantirla, lasciando spazio all’immediatezza del racconto. La produzione mantiene un equilibrio tra energia e controllo, costruendo un suono frontale, pensato per arrivare subito e restare.

Al centro c’è il rifiuto di farsi salvare, la scelta di attraversare le cose da soli anche quando fa male. Non c’è spazio per nostalgia o compiacimento, rimane solo la lucidità di chi riconosce le proprie contraddizioni e decide comunque di restare in piedi a modo proprio. “LA MIA STORIA” diventa così l’inizio di un nuovo capitolo: personale, viscerale, senza filtri, dove la fragilità diventa una forza da cui ripartire.

(Serena Gerli)

Venerdì20 – Ciao Core

“Ciao Core” è una canzone che riesce a dipingere la quotidianità senza alzare la voce. L’amore prende forma nei dettagli più piccoli, nei gesti ripetuti, in quella felicità fragile che esiste anche quando non c’è niente di speciale da festeggiare. Le immagini scorrono leggere: la pioggia su Roma, un’attesa sotto una tettoia, due persone che restano vicine mentre tutto il mondo attorno continua a correre.

La scrittura si affida a un linguaggio semplice e diretto, quasi parlato, dove il dialetto diventa parte del racconto emotivo. Il ritornello gira su poche parole che restano addosso, mentre la produzione accompagna senza invadere, lasciando spazio alla voce e alle immagini evocate. C’è una dimensione urbana costante, fatta di strade, traffico e movimento, che diventano il contesto naturale in cui il sentimento prende forma. Al centro resta l’idea di una felicità minima, imperfetta ma reale. Venerdì20 riesce a guardare all’amore come a qualcosa che resiste nelle cose semplici, come un brindisi fatto senza un vero motivo, una bottiglia mezza vuota sul tavolo, due “lacrime” diverse che scorrono insieme. Un modo gentile di raccontare ciò che tiene insieme le persone, anche nel caos e nella prevedibilità della quotidianità

(Serena Gerli)

Radio Alice – Marrakech Express

Un brano lisergico pulsante di libertà. Non ho più bisogno ora torna tutto apposto. Un beat caleidoscopico che esalta la trasgressione dell’immaginazione, il perdere il controllo senza rimpianti, respirando un senso di evasione totale. È glitter, nascondendo allo stesso tempo una certa perversione, quella che caratterizza la gioventù con la sua aura di perfezione e dominio.

Scappare dalla quotidianità entrando in una dimensione eterea, con la consapevolezza che la notte rimane un ponte tra oggi e domani, capace di creare un luogo di perdizione nel quale esprimere desideri che illuminano il buio.

Siamo tutti uguali davanti al peccato, e perché no ogni tanto l’errore e lo sbaglio non solo è consigliato, ma anche necessario per mascherare e combattere la paura del futuro.

Radio Alice la colonna sonora dei Marrakech Express per dare un tocco di vanità alla monotonia della ragione.

(Nicolò Granone)

 

Pico Turquino – AlberiNoi

Prendere e abbandonare tutto. Fare le valigie e partire anda

ndo lontano.  Partire e ritrovarsi in Sud America. Così parte questo viaggio di Alberi Noi, in direzione Pico Turquinio, un nuovo mondo possibile nel quale trovare la felicità, lasciando fuori ogni forma di controllo o dovere.

La notte molte volte viene immaginata come quel momento di lucida follia nel quale i sogni prendono forma e diventano qualcosa di concreto, peccato che appena svegli è facile fare un reset, ritornare a ragionare con più praticità, rimanendo incastrati in situazioni comode all’apparenza, ma in realtà piene di difficoltà.

Pentirsi di non provarci, viviamo in una società che tutto sommato si preferisce accontentarsi, piuttosto che rischiare da un giorno all’altro. Infatti anche i sentimenti stanno diventando sempre più un qualcosa di materialista piuttosto che intraprendenza e coraggio.

(Nicolò Granone)

 

Cosmonauta – Brando Madonia

Le persone riescono ad andare sullo spazio, vedere la terra da molto distante ed esplorando l’universo e poi però si perdono nelle piccole cose. Spieghiamoci meglio. Quante domande irrisolte ci sono nella vita di tutti giorni, che vengono analizzate con disincanto e smarrimento. C’è quasi una alienazione costante nel capire certi meccanismi, si prova a ragionare, si tenta la strada dell’esperienza mixando errori e tentativi, mentre si ha la sensazione che esista una via della perfezione, maledetta tecnologia.

Algoritmo cosa ti ho fatto si chiede Brando Madonia, come se l’uomo avesse accettato i suoi limiti, mettendosi però contro un sistema più grande, pronto non a dare risposte sincere, ma a trasformarsi in un entità di controllo, capace di decidere e scegliere, diminuendo la nostra libertà.

(Nicolò Granone)