New Indie Italia Music Week #261

New Indie Italia Music Week #261

La pigrizia è una passione
È più violenta dell’ambizione
Così come l’umiltà
Perché è una finta sottomissione
Ama il padrone, ama il dolore
Ama una volta, ama come vuoi

(Love is not enough – Tutti Fenomeni)

La musica non deve essere imposizione dall’alto con classifiche creata a tavolino da mode o algoritmi. Bisogna supportare anche le canzoni che non passano sempre in radio anche se hanno qualcosa da dire, ascoltare per pensare ed emozionarsi. Bisogna aver coraggio di ricercare e non affidarsi solo a quello che offre il mercato, tutti meritano la loro occasione anche se il palco è nascosto dall’ombra dei riflettori.

Sincerità, stile, creatività, follia e talento, onore a chi tenta di essere se stesso, fregandosene di tutto il resto. Viva la libertà, abbasso il potere.

Perditi nello scoprire le nuove uscite della settimana, non avere paura di tuffarti in nuovi orizzonti sonori. Ovunque ci sarà la tua isola per trovare rifugio, lontano dal caos e dal rumore.

Nulla in ciel – Amalfitano

Nulla in ciel è un pezzo sincero e meditativo, si apre con uno strumming di chitarra e la sola voce dell’artista, per poi arricchirsi con progressioni di piano e violini. Successivamente entrano batteria e basso, accompagnando il brano verso il suo culmine. Anche l’interpretazione vocale segue questo andamento, creando un equilibrio coerente tra intensità e struttura.

“Il pezzo è una riflessione sulla perdita e sul ritrovamento del cielo inteso come centro spirituale della propria vita. Ho perso la fede nella salvezza del cielo, ma solo per aver visto il più bel sorriso della mia vita anche se solo per un istante, e poi nonostante un’intera vita che va a rotoli, sono salvo in qualche modo perché capisco che aver provocato quel sorriso mi fa dire che un ordine cosmico esiste e forse trovo pace lì dentro. Non è una canzone romantica, ma una canzone sul romanticismo” – commenta il cantautore.

Per la cover del brano, Amalfitano ha scelto un estratto di un fumetto, realizzato da lui stesso, chiamato “Il grande viaggio della grande canzone del grande mago ubriacone”. È la storia di un incantesimo notturno, la nascita di una canzone che viaggia verso luoghi sconosciuti, che fa cantare e fa ballare, ma in fondo ci fa anche domandare cos’è l’amore e cos’è la vita.

Regionale Veloce 26354 – Senza Coloranti Aggiunti

Ascoltiamo un brano che viaggia lento anche quando corre, come certi pensieri che non riesci a zittire nemmeno guardando fuori dal finestrino. Il riferimento cinematografico a Before Sunrise è una chiave di lettura: come nel film di Linklater, anche qui il tempo è limitato e decisivo. Solo che al posto della Vienna notturna c’è la provincia torinese del mattino, è proprio questa normalità a rendere il racconto credibile.
Il testo lavora su una metafora continua ma mai forzata. Il treno è insieme rifugio e costrizione, movimento e immobilità. “Ho sei fermate per ascoltar le tue parole” non è solo un dato temporale, ma il limite entro cui l’amore prova a salvarsi.
Musicalmente, il brano si muove in un alternative rock emotivo e narrativo, dove le chitarre distorte non cercano l’impatto immediato ma graffiano nei punti giusti.
Questo brano vuole essere un abbraccio sonoro per tutti coloro che considerano il passato non come nostalgia ma anche come un materiale da cui attingere per costruire il futuro.

(Benedetta Rubini)

Palestra (cura di me) – Atarde

La palestra, qui, non è tanto un luogo fisico quanto una metafora lucidissima. È il tentativo ingenuo di sistemare fuori ciò che dentro resta irrisolto: allenarsi, migliorarsi, diventare “abbastanza” per essere scelti. L’artista mette a nudo un paradosso: il cambiamento estremo può funzionare solo se prima ritrovi te stesso.
La forza del brano sta proprio nel tono, è ironico ed autocritico; Atarde osserva se stesso senza pietà ma anche senza giudizio, restituendoci il suo flusso di pensieri.
La produzione musicale è morbida ed avvolgente, si muove tra pop e insieme, spinge l’ascoltatore ad ascoltarlo come sottofondo emotivo.
“Palestra (cura di me)” ci fa arrivare addosso l’inadeguatezza che tutti proviamo, rendendola condivisibile, forse oggi questo è già una forma di cura.

(Benedetta Rubini)

Brutto Show (Album) – Salomèe

L’EP “BRUTTO SHOW” è un dialogo immaginario tra la Salomèe adulta e la sua versione bambina, da cui tutto prende vita. Un progetto di 6 canzoni, scritte dalla giovane cantautrice, che si apre proprio con la title track “Brutto Show”.

Da “Kirikù”, che affronta il tema del colonialismo e della sofferenza causata dallo sfruttamento di terre e popoli, si passa ad “Altomare”, un brano potente e ipnotico che racconta le sensazioni di chi si trova intrappolato in un amore tossico. Segue “Anna nelle banlieue” dedicata alle vite di periferia: una storia di fuga e resistenza, ambientata in un contesto ostile nel quale è possibile coltivare nuova speranza verso il futuro.

“Narciso” racconta la storia di un uomo vittima del proprio ego, testimone di come il bisogno di essere amati possa trasformarsi in una prigione emotiva. Infine, a chiudere l’EP, “Inferno” confessa le difficoltà di chi si sente cedere sotto al peso della solitudine e dei sensi di colpa.

Salomèe racconta storie di vita quotidiana vissute dai ragazzi di seconda generazione nelle periferie della città. Il suo è uno sguardo nuovo, più innocente rispetto allo storytelling tradizionale di rap e trap. Racconta storie che spesso restano ai margini: verità scomode ed emozioni represse, vissute in prima persona o osservate da vicino. Proprio per questo l’EP trae ispirazione da “Tutti morimmo a stento” di Fabrizio De André.

In questa cornice socio-culturale, afrobeat e influenze urban di matrice francese e belga si intrecciano a una scrittura intima e cinematografica, trasformando la musica in uno spazio di affermazione identitaria.

Borghese e Tossica – École & Kasp

“Io sto esaminando status sopra un attico mentre buone famiglie stanno apparecchiando il banco”.
È come se i palazzi di appartamenti ben arredati occludano il panorama romano agli occhi delle ragazze di École. Costringendole a farne una disamina, costringendole, da una vita, a occludersi loro stesse. O forse quei balconi con gente mascherata da persone perbene, quei suv giù nei parcheggi sono il reale panorama di Roma, di quella che conta. Tutte le opportunità del centro sono già prese, da chi ha saputo vendersi per comprare la vita borghese. Comprare anche gli amici. Tutto esaurito, tutti esauriti. E a chi ha scelto di restare immune al virus capitalista (o gli è stata negata la possibilità di infettarsi) non restano nemmeno i rapporti umani, forse solo voci maligne alle spalle.
L’analisi di École è schietta, senza giri di parole. Il pop elettronico alterna la supplica infantile del ritornello alla rabbia adulta delle strofe, con la voce stavolta più in risalto sulla base, se la paragoniamo alle precedenti “Coucou ma vie” e “Dinero re”. È ficcante, non serve nemmeno il tempo di interpretarla. Ascoltarla non lascia alibi alle ipocrisie borghesi che descrive. Restano solo domande: come salvarsi? Scappando? Ma sarebbe giusto?

(Stefano Giannetti)

Truccare la realtà non potendo cambiare il mondo

“Piangere uso e consumo”.
Il grido si fa forza per superare le chitarre, a un certo punto. Alla fine. Come se la musica fosse metafora del trucco per il resto del brano. Metafora del trucco che usiamo per mascherare la paura che la realtà ci raggiunga. Senza fare nomi né esempi, i Katana Koala Kiwi ci regalano una voce urgente e necessaria. Su come vaghiamo reggendo il gioco all’ineluttabilità delle regole al di sopra di noi, che non possiamo cambiare. Camminare col contentino che ci siamo dati-che ci hanno concesso. Sperando di non vivere abbastanza da dare tempo alla verità, con tutto lo sfacelo che cerchiamo di ignorare, non sfondi il nostro scudo di social e brindisi. Ma per quante notti riusciremo a ignorare il rumore del nostro cuore che batte sempre più forte, quasi a voler esplodere?

(Stefano Giannetti)

Astronave / Gettoni – Boriani

Astronave e Gettoni sono le due distanze estreme di chi cerca la fuga o riparo dentro la propria confort zone. E così che Boriani ci porta due punti di vista diversi sul mondo, accumunati entrambe da una certa nostalgia.  Lati della stessa medaglia, esistono infatti persone che mascherano le loro emozioni evitando il confronto, mentre altre si ci chiudono dentro totalmente, non lasciando nessuno spazio dove scivolare via.

Questa doppia uscita può essere interpretata anche come quello che succede alla fine di una relazione, tra chi ricerca nuove possibilità per andare avanti evitando di pensare al passato, ma più come sfogo che come vera strategia e chi ritiene di aver sprecato persino l’ultima possibilità, senza nessun modo di redenzione. Di fondo c’è una malinconia, molto spesso difficile da riuscire ad accettare.

(Nicolò Granone)

La Scatola (Album) – Secondo

In questo nuovo EP, Secondo mette a fuoco il passaggio all’età adulta come spazio fragile, fatto di dubbi, sensi di colpa e dialoghi interiori mai risolti.
I brani si muovono tra immagini quotidiane e pensieri ossessivi, restituendo notti insonni e parole rimaste sospese. Non c’è ricerca di redenzione, ma il bisogno di nominare il disordine e accettarlo. Il tempo che scorre diventa pressione costante, così come le aspettative esterne e personali. Le relazioni cambiano forma, spesso lasciando strappi più che risposte. La scrittura è diretta, confessionale. L’EP parla a una generazione che vuole essere capita ma che pare far fatica a spiegarsi.
“La Scatola” è uno spazio mentale chiuso, necessario, da aprire solo quando si è pronti.

(Ilaria Rapa)

Cerotti (Album)-LUPO

“CEROTTI” racconta i vent’anni come uno spazio instabile, dove crescere non è ancora una conquista ma nemmeno una promessa. Ogni brano funziona come un palliativo: non cura definitiva, ma un sollievo temporaneo per ansie, insicurezze e rapporti sbilanciati.
La scrittura è frontale, quotidiana, spesso parlata, capace di essere ironica senza perdere lucidità. Al centro c’è una fragilità condivisa, raccontata senza retorica né compiacimento. Un disco libero, accessibile, che diventa colonna sonora per tutti quelli che non vogliono uniformarsi.

(Ilaria Rapa)

Bandiere – Hamburgo

Io non so cosa succederà. L’incertezza che diventa curiosità, e il vento che muove il destino delle persone a seconda di dove soffia. Senza dubbio questo intervento esterno provoca un senso d’instabilità e angoscia. Ci sono giorni nella vita sempre uguali, altri invece hanno un senso specifico perché cambiano tutto, aprono nuove prospettive o scrivono la parola fine su alcune situazioni.

Hamburgo in questo pezzo prende piena coscienza di quanto sia piccolo l’essere umano davanti all’infinito, e nel farlo ammette che c’è dolore e tristezza ad immaginare qualcosa che prima o poi si esaurirà, dato che siamo entità minuscole davanti al tempo e alla storia.

Il brano diventa anche un trattato filosofico, e i BPM in sottofondo ci suggeriscono che probabilmente è meglio ballare, ancora più forte godendoci ogni secondo, perché prima o poi non potremmo più farlo. Si è molto cinico pensarlo, però purtroppo è qualcosa di ineluttabile e certo.

(Nicolò Granone)

Non io, non tu

È coraggioso accettare il compromesso, però fino a che punto è giusto spingersi?

“Non io, non tu” è una rottura con gli altri, partendo da se stessi e dalle proprie convinzioni. A volte non è per forza colpa di qualcuno, ma è una questione che va oltre ragione e sentimenti. Si ci prova a trovare un punto d’incontro, adattarsi alle necessità degli altri, ma quando le differenze sono troppe diventa superfluo e inutile cercare di ricollegare sempre il filo.

Notgood prende spunto dalla rabbia, arrivando poi alla rassegnazione, sensazione che ferisce ancora di più perché vuol dire smettere di provarci.

(Nicolò Granone)

Goodbye – Maninni

In questo singolo Maninni abbandona ogni sovrastruttura per consegnare una ballata emotiva che vive di pieni e vuoti, di respiri trattenuti e parole che sembrano arrivare dopo essere state pensate a lungo. La produzione, dal respiro internazionale ma mai ridondante, costruisce un paesaggio sonoro morbido e crepuscolare in cui la voce diventa racconto e ferita insieme. Non c’è retorica nell’addio che attraversa il brano: piuttosto una forma di accettazione adulta, che trasforma la fine in uno spazio di consapevolezza.
Il ritornello non cerca l’esplosione facile ma una persistenza emotiva, restando addosso come fanno certi ricordi quando smettono di fare rumore. Maninni lavora per sottrazione e trova proprio lì la sua cifra più autentica, in equilibrio tra classicità cantautorale e sensibilità pop contemporanea. Ne esce un singolo intimo e cinematografico, capace di parlare a bassa voce ma con una nitidezza che colpisce.

(Pietro Broccanello)

Nuova fabbrica – Asianoia

Gli Asianoia tirano fuori un indie-rock nervoso e metropolitano che profuma di cemento, ripartenze e identità ancora da mettere a fuoco. Il brano spinge su chitarre compatte e una sezione ritmica che macina dritta, mentre la voce si muove in equilibrio tra urgenza e disincanto. L’immaginario industriale diventa lo sfondo perfetto per parlare di ricostruzione personale e generazionale, senza pose ma con immagini che restano.
C’è una bella dinamica tra strofe più tese e aperture melodiche che fanno respirare il pezzo senza addolcirlo troppo. La produzione è asciutta e funzionale, pensata per l’impatto più che per l’effetto. Il risultato è una traccia che suona attuale, sporca al punto giusto e con un’attitudine molto live.

(Pietro Broccanello)

Turandot – Marco Benevento/Marianne Mirage

Con questo brano Marco Benevento prende il pianoforte e lo porta in una dimensione ipnotica e super fisica, dove minimalismo e groove vanno a braccetto senza mai annoiare. Il giro si ripete, ma ogni volta cambia qualcosa: un dettaglio, una sfumatura, una tastiera che entra e scalda tutto. È uno di quei pezzi che partono in punta di piedi e dopo un minuto ti ritrovi dentro senza accorgertene, con la testa che ondeggia da sola.
Dentro c’è il suo mondo, un po’ indie, un po’ jazz, un po’ kraut, ma soprattutto quella capacità di trasformare una cosa semplice in un viaggio pieno. Niente climax forzati: lavora per accumulo, per trance, per atmosfera. Sembra la colonna sonora perfetta per un film che non esiste ma che ti stai immaginando mentre cammini di notte.

(Pietro Broccanello)

Il Cairo – Silhouette

“Silhouette” risuona dentro una notte carica di infinite emozioni e altrettanti silenzi. È una dichiarazione sussurrata tra luci al neon e vetri appannati, dove l’intimità prende forma nei dettagli. C’è una costante tensione che resta addosso come umidità sulla pelle.
Il suono costruisce un paesaggio metropolitano e scuro: drum machine dalle sfumature anni ’80, un basso spezzato che vibra in profondità, chitarre sinuose e synth quasi notturni che si intrecciano senza sovrapporsi. Tutto è calibrato per creare atmosfera, per far sentire la pioggia che cade “ore su ore” e i giorni che si confondono, perdendo il nome.
Al centro resta un desiderio che non si vergogna di essere fragile. “Silhouette” invita a vivere dentro la notte, ad accettare la tempesta emotiva come parte del sentimento. È una canzone che mescola vicinanza e ombra, tra corpi che si cercano nel buio e trovano, anche solo per un attimo, una parvenza di luce.

(Serena Gerli)

Emanuele Masini – Non dovunque e ciascuno

“Non dovunque e ciascuno” è una canzone che si muove tra ciò che siamo e ciò che finiamo per diventare. Parte da una consapevolezza silenziosa, quasi improvvisa: il fatto che ognuno, in fondo, stia cercando di ascoltarsi davvero, anche quando non sa di farlo. È un brano che riesce a guardare dentro senza cercare scorciatoie.
Il tema è scomodo: diventare davvero sé stessi in un contesto che spinge verso l’omologazione, verso una somiglianza rassicurante e passiva. Qui la “mostruosità” non è esterna, ma interna: è il rischio di tradire la propria essenza, di smussare gli angoli fino a non riconoscersi più.
Le sonorità alternative rock sostengono una scrittura cantautorale densa, che non rincorre la facilità di ascolto a tutti i costi. È un brano che richiede tempo, che funziona quando lo si lascia sedimentare poco alla volta. Ogni parola sembra voler risuonare in chi ascolta, trasformando una riflessione personale in una domanda aperta: quanto siamo disposti a restare fedeli a noi stessi?

(Serena Gerli)