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SANREMO 2026 | Le Pagelle della Redazione

Certe edizioni del Festival di Sanremo non esplodono al primo colpo. Partono in sordina, con ascolti tiepidi e reazioni misurate, quasi sospese. Anche quest’anno l’inizio è stato prudente, con pochi brani capaci di imporsi immediatamente nell’immaginario collettivo. Ma, serata dopo serata, qualcosa è cambiato. Le canzoni hanno iniziato a rodarsi, a trovare spazio, a sedimentare nell’orecchio del pubblico.

Come sempre accade a Sanremo, è il tempo a fare la differenza: gli ascolti si moltiplicano, i dettagli emergono, i ritornelli diventano familiari. Ognuno ormai ha i propri preferiti, le proprie sorprese, le proprie delusioni. E mentre cresce l’attesa per la finale, è arrivato il momento di tirare le somme.

Tra poche ore scopriremo il vincitore di questa edizione. Nel frattempo, potete prepararvi al verdetto leggendo le recensioni curate dagli editor della redazione di Indie Italia Magazine: uno sguardo critico, attento e appassionato su tutti i brani in gara.

SEI TU

Intensa e asciutta. L’eternità dell’amore rimedia alla sua fallibilità(?). I sintomi con cui l’amore grava sul corpo si traducono in segni che restano per sempre. “Se potessi vederti coi miei occhi-vestire la mia pelle”, potrebbero essere espressioni simbolo per tutti noi, marchiate a fuoco. L’amore non si spiega, questo brano non lo spiega. E scagiona noi e i sentimenti da molte colpe, quando una cosa finisce o non inizia nemmeno. Espressioni eleganti, raffinatezza. Contenuta dove ritiene necessario per narrare l’inenarrabile (che lo ammettiamo o meno, l’amore non si definisce e non si racconta), Levante ha fatto centro.

(Stefano Giannetti)

Levante: 7,5

Magica favola

“Se finisse il mondo in questo istante fumerei una sigaretta”. Seguono frasi certamente più importanti, ma già qui si riflette l’essenza di questo delicato rapporto di bilancio tra giovinezza e vita adulta. Perché a quarant’anni si vuole solo “ritrovare un po’ di pace” e “ritornare tra le braccia di mia madre”. I sogni e gli amori giovani sono intensi, giustamente pieni di enfasi, e altrettanto giustamente qui vengono introdotti da “c’era una volta…”, ma da grandi c’è anche il desiderio di restare lì a contemplare la pace e domare le nostalgie. Così Arisa racconta la favola della sua vita finora. Segna un punto. Ciò che seguirà sarà più disilluso e segnato, ma grato ai ricordi magici.

(Stefano Giannetti)

Arisa: 7

La felicità e basta

Maria Antonietta e Colombre tolgono subito l’elefante dalla stanza. L’abbiamo pensato tutti: è facile dire che la vita è bella quando pure lo specchio ti farebbe un limone e puoi usare le banconote al posto della carta igienica. Un conto è piangere alle Maldive, un altro è nel nostro appartamento (o posto letto) in affitto. Questo parafrasando un po’ la pungente prima strofa. Ma altrettanto forte è il refrain che motiva “Baby, facciamo insieme una rapina, per riprenderci tutta la nostra vita”, in cui “insieme” è già una chiave. Purtroppo la felicità è davvero solo un modo di prendere le cose. Inutile piangere sulla distribuzione assolutamente casuale della fortuna. E gli errori non sono una condanna (“la colpa non è nostra, non siamo dei coglioni”).Tra disillusione e un cauto ottimismo, la quota indie di Sanremo si distingue con un messaggio efficace e irriverente, adorabilmente pop.

(Stefano Giannetti)

Maria Antonietta & Colombre: 7,5

Avvoltoi

Uno sfogo riguardo la friendzone. Si spera abbastanza centrato, nel senso autobiografico del termine. In quanto, come argomento e per il modo in cui viene trattato, sfiora certi confini sconvenienti. Un punto di vista anche difficilmente credibile, ormai. Per quanto riguarda la forma, il messaggio sa come farlo passare, un sussurrato “mi mordo la lingua” nelle strofe, e sfogo gridato nel ritornello. Un rimando automatico sovviene (con quanta distanza?) ai Masini e Ferradini del secolo scorso, ma non è che questo brano ne sia una copia. Peccato che non sia comunque nulla di che.

(Stefano Giannetti)

Eddie Brock: 5,5

MALE NECESSARIO – Fedez, Marco Masini

Connubio riconfermato anche quest’anno quello tra Fedez e Masini. Dopo “Bella Stronza”, “Male necessario” sembra essere il giusto prosieguo narrativo di una relazione, possiamo dire (?) nata già tossica. Ad emozionare però è il (giustamente) sempre alto livello canoro di Masini che potrà pure urlare ad ogni ritornello, ma non sbaglierà mai una nota. Non si può dire proprio lo stesso per il compagno di duetto. Fedez, meno autotune e più coraggio!
(Ilaria Rapa)

Fedez, Marco Masini: 6,5

Poesie Clandestine – LDA, AKA7ven

Ad un certo punto, se chiudete gli occhi, vi può sembrare di sentire il D’Alessio Gigi. Il che non è necessariamente un demerito, anzi, al giorno d’oggi fa quasi stupore che un cantante, guarda un po’, sappia pure cantare. LDA sarà un figlio d’arte ma si porta a casa un bel plauso convinto, AKA 7 accompagna altrettanto bene. Viene un po ‘meno una nota d’originalità, ma del resto siamo pur sempre al Festival di Sanremo, e i brani in gara, si sa, sono fatti per diventare il prossimo tormentone estivo.

(Ilaria Rapa)

LDA,  Aka7ven: 6+

TU MI PIACI TANTO – Sayf

La semplicità del titolo non nasconde niente di profondo, tranquilli. Siamo nella zona di confort del potenziale tormentone estivo e forse a Sayf va bene così (?) Brano al momento poco memorabile, a differenza della capigliatura, che però a suo modo ha un suo perché. Il rapper ligure non sembra finora un animale da palco.
Sarà timore reverenziale nei confronti del festival della sua terra?

(Ilaria Rapa)

Sayf: 5,5

Stella stellina – Ermal Meta

In tutto questo appiattimento dettato da mamma Rai, il brano di Ermal Meta è uno dei pochi, se non forse proprio l’unico, che apre una piccola parentesi politica con quella che lui stesso definisce come “un canto di resistenza, di speranza, nonostante tutto”. La produzione di Dardust non lascia nulla al caso: gli elementi dal sapore mediterraneo creano una connessione immediata con Gaza, eppure, se non si bada al testo, ti fanno venir voglia di ballare. Un po’ lo specchio del mondo in cui viviamo.

(Ilaria Rapa)

Ermal Meta: 7,5

Elettra Lamborghini – Voilà

Elettra Lamborghini, invidiosa di un Sal Da Vinci che si è accaparrato il vasto pubblico dei futuri sposi, decide di voler trovare anche lei una categoria molto specifica in cui inserire il suo brano. E “Voilà”, porta sul palco di Sanremo un azzeccatissimo brano da gioco aperitivo. Spiaggia, spritz e 50enni più agguerriti di un tifoso durante la finale di Champions. Elettra riuscirà a vivere di rendita per anni, grazie a tutti i diritti SIAE che le pagheranno i villaggi turistici quest’anno. Un brano sicuramente catchy e radiofonico, ma di quelli che ti fa venire voglia di spegnerla, la radio. Ci ha sicuramente coinvolti di più con il drama dei “festini bilaterali”.

(Serena Gerli)

Elettra Lamborghini: 4,5

Tommaso Paradiso – I romantici

Tommaso Paradiso sceglie di portare al festival l’ennesima riedizione di sé stesso. “I romantici” non sorprende né per testo, tanto banale quanto adolescenziale, né per la produzione, che non sembra altro che l’ennesima copia di tutta la sua discografia.

Niente di terribile, indubbiamente orecchiabile e sopra la media di ciò che abbiamo visto in questa edizione, ma nulla in grado di entusiasmare o sorprendere.
Tommaso sceglie di giocare in casa, di puntare ad un pubblico il più ampio possibile, dando però forma ad un prodotto che manca di originalità, incapace di catturare davvero. Un brano da sottofondo, che non disturba ma nemmeno coinvolge.

(Serena Gerli)

Tommaso Paradiso: 5,5

Bambole di pezza – Resta con me

Se è vero che c’è un ritorno del pop (post) punk in Italia, è anche vero che non tutti debbano (o sappiano) farlo. Le bambole di Pezza si fanno portavoci di un genere che purtroppo non risulta nemmeno troppo nelle loro corde. Con “Resta con me” portano sul palco un’esibizione da Maneskin che non ci hanno creduto abbastanza, mischiando il girl power ad un pop-punk scialbo, cosa già difficile per un genere così intrinsecamente ripetitivo.

Tecnicamente non tra le peggiori, ma il brano comunque manca di spessore, che porta a chiedersi quanto il ritorno di un genere influenzi davvero le scelte artistiche, e quanto queste non siano invece dettate da necessità commerciali. Dispiace comunque per la terribile gaffe di Carlo Conti durante la seconda serata, che le caccia in preda al panico per l’orario, senza nemmeno dar loro i fiori.

(Serena Gerli)

Bambole di pezza: 5-

Chiello – ti penso sempre

“Ti penso sempre” è l’inno di chi si odia e si manca allo stesso tempo. Sul palco dell’Ariston, quella voce malinconica rimbalza come un’eco fragile e potentissima: Chiello è forse uno dei cantanti più fraintesi della nostra generazione. Rappresenta tutto ciò che reprimiamo per paura del giudizio. Lui no. Lui non filtra.

Non gli importa delle stonature, non gli importa dei tatuaggi in faccia sussurrati e commentati in sala stampa, non gli importa delle polemiche, né delle provocazioni di Morgan. E soprattutto non gli importa di quegli adulti che pretendono di insegnarci a vivere senza avere il coraggio di dire “mi manchi” a chi manca davvero.
È vulnerabile, è imperfetto, è Chiello. E proprio per questo arriva. Perfettamente coerente con la linea editoriale di Sugar, Chiello è un super sì.

(Viola Santoro)

Chiello: 7,5

Mara Sattei – Le cose che non sai di me

Solita canzone d’amore stridula e senza sapore. Mara Sattei è quell’alunna a cui continui a dire di credere un po’ di più in sé stessa e, soprattutto, di non ricadere sempre negli stessi errori di traduzione. Perché il talento c’è, ma sembra trattenuto, come se avesse paura di uscire davvero.

Melodie un po’ scontate, parole troppo prevedibili. Sarebbe stato bello sentirla su note più accattivanti, meno “vecchieggianti”, meno comode. Qualcosa che graffiasse di più, che lasciasse un segno. Invece resta una di quelle canzoni di cui ricordi il motivetto… ma che potresti confondere con un’altra senza accorgertene.

(Viola Santoro)

Mara Sattei: 5

Francesco Renga- il meglio di me

Renga senza Nek è come il pane senza Nutella, delle chiavi senza la serratura, un letto senza lenzuola, un termosifone senza acqua calda: funziona, ma manca qualcosa. La quota ricci ribelli, oggi semplicemente più maturi, doveva esserci, certo. Però mi aspettavo uno scarto, anche minimo. Non qualcosa di rivoluzionario, solo un dettaglio che non sapesse così tanto di 2005 messo in naftalina e tirato fuori per l’occasione.

Non rincorre trend, non ammicca ai social, non forza il linguaggio per sembrare altro da sé. Resta nella sua comfort zone emotiva e stilistica, nel bene e nel male. Ed è proprio lì che si gioca tutto: tra integrità e immobilità, tra fedeltà a sé stessi e rischio di suonare fuori tempo. Poi alla fine sai già dove finirà: in radio, perfetta per quei pomeriggi lenti, tra le 14:00 e le 17:20, quando parte la nostalgia automatica e nessuno cambia stazione. Non voglio sembrare ripetitiva, ma ha quell’aria precisa da metà classifica. Non fa male, non fa benissimo. Sta lì.

(Viola Santoro)

Francesco Renga: 5+

AI AI

Con “AI AI, Dargen D’Amico torna al Festival di Sanremo senza inseguire i propri successi precedenti, ma scegliendo la via più rischiosa: cambiare pelle. Il brano è una matrioska pop che alterna leggerezza e inquietudine, dove l’intelligenza artificiale diventa specchio delle nostre fragilità sentimentali e sociali. Il ritornello, immediato e quasi giocoso, nasconde in realtà una riflessione sul contatto umano che si perde tra password sbagliate e relazioni intermittenti. Dargen intreccia ironia, citazioni colte e immagini pop con la consueta abilità linguistica, creando un testo stratificato che si apre ascolto dopo ascolto. Non c’è la denuncia frontale di “Onda alta”, ma un’analisi più sottile e disarmante del presente digitale. Il ritmo, tra dance e cantautorato urbano, lo candida a tormentone, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. “AI AI” funziona perché diverte e inquieta allo stesso tempo. È un pezzo che parla d’amore, tecnologia e identità senza mai risultare didascalico. E proprio in questa ambiguità trova la sua forza più contemporanea.

Dargen D’Amico: 5.5

Samurai jay – Ossessione

Forse se questa canzone fosse una mia ossessione sarei sicuramente spensierata nella vita e poco preoccupata del futuro. Purtroppo non lo sono e mi godo (si fa per dire) le ansie che il futuro mi regala. Detto questo, non capisco perché portare un reggaeton fatto male, con parole spagnole buttate al vento e così poca novità. È tutto sempre uguale. Canzoncine che non possono nemmeno essere definite canzonette, perché le canzonette disimpegnate hanno nel loro DNA un certo ingegno. Qui di ingegno ne sento poco. O forse solo nelle parole di Belen (scherzo).
Un supplizio che, per fortuna, dura poco. A gara con la Lamborghini.

(Viola Santoro)

Samurai Jay: 4,5

Stupida sfortuna

Che stupida sfortuna! Fulminacci poteva fare definitivamente il salto di categoria con questa canzone ma non tutto è filato per il verso giusto. La canzone sembra uscita da un vecchio grammofono, suona un po’ retrò e per il mood di Sanremo non è per forza una cosa così negativa, anzi. Il ritornello però, almeno al primo ascolto non salta in bocca e la potenza del testo, sempre vintage, arriva consumando il vinile.

Un po’ moscia quindi, indie, forse troppo nella sua accezione stereotipata, molto da amore incompiuto perché il protagonista preferisce l’attesa, vedere il tempo che scorre rimanendo fermo lì al solito posto. Un po’ come Filippo, che fa catenaccio per difendere il risultato, piuttosto che cercare il colpo di talento capace di far alzare in piedi in pubblico esultante.

Fulminacci: 6.5

Qui con me

La ragazza casinista che ama scherzare, fare battute  e giocare con gli areoplanini seduta in fondo alla classe, si accorge che il primo quadrimestre è stato un caos e così decide di impegnarsi, arrivando persino a diventare una delle più brave. Serena Brancale a Sanremo 2025 vs Serena Brancale a Sanremo 2026.

“Qui con me” è una canzone che piace agli esperti, a chi valuta il bel canto e a chi ha superato una certa età (diciamocelo), a me lascia un po’ così con quel espressione da Mah. Precisiamo. Questo brano molto italiano sulla bellezza dei sentimenti e soprattutto sul dolore per le persone che non ci sono più punta alla commozione, a suscitare il pianto in maniera un po’ paraculo. Elementi che funzioneranno in classifica, ma qui ritenuti troppo melensi. Sarò insensibile!

(Nicolò Granone)

Serena Brancale: 5,5

Animali notturni

Con “Animali notturni”, Malika Ayane torna al Festival di Sanremo scegliendo la via meno prevedibile. Il brano non cerca scorciatoie emotive: è elegante, notturno, costruito su un funk soul anni ’70 contaminato da raffinate suggestioni anni ’90. L’apertura è sorprendente e introduce subito un universo sonoro ipnotico e sensuale. La produzione, ricca di chitarre e groove slow, dimostra che il ritmo può essere magnetico anche senza cassa dritta. Sotto l’apparente leggerezza si nasconde un testo profondo, che riflette sull’amore scelto ogni giorno, non su quello fugace. Malika canta la solidità dei legami maturi, la fortuna di costruire e non solo di desiderare. C’è un’eco sofisticata che richiama l’eleganza di Ornella Vanoni, ma filtrata da una personalità ormai pienamente autonoma. È un ritorno che sa di libertà artistica: non compiace, non semplifica, ma seduce con intelligenza.

Malika Ayane: 6

Prima che

Con “Prima che”, Nayt debutta al Festival di Sanremo portando un rap emotivo e senza filtri. La produzione di Zef è asciutta ed essenziale, costruita per sostenere il testo senza sovrastarlo. Il brano non punta sull’esplosione immediata, ma su una crescita lenta e profonda. La scrittura è introspettiva, scandita da un elenco di “prima” che diventano tappe esistenziali. Nayt mette in scena dubbi, fragilità e perdita di fiducia con disarmante lucidità. Il ritornello amplia lo sguardo, trasformando l’identità individuale in relazione reciproca. La realtà, suggerisce, esiste davvero solo quando ci si riconosce nell’altro. Non c’è retorica né vittimismo, ma un confronto diretto con sé stessi. È un brano che chiede tempo e attenzione, lontano dai picchi emotivi facili. E proprio per questo dimostra che si può stare all’Ariston restando fedeli alla propria verità.

Nayt: 6.5

Ora e per sempre

Ora e per sempre e altre mille canzoni sanremesi, e non mischiate, insieme.  La cosa che mi ha sconvolto di più è che Raf ha 66 anni, per il resto qualcosa che passa senza restare. Canzone consigliata a chi c’era negli anni 80 e adesso non sa bene valutare la propria vita. Per chi nonostante tutto si sente giovane, e per questo motivo si offende quando sui social fa cose da boomer, tipo il buongiornissimo, kaffè! Per dare un valore letterario: chi vuol essere lieto, sia: | di doman non c’è certezza!

(Nicolò Granone)

RAF: 5

Labirinto

I rapper ormai non rappano più, ma stanno cercando di evolversi in qualcos’altro. (riferimenti a Bad Bunny, Rosalia, e Asap Rocky) Luchè quindi osa mentre gli altri giocano seguendo le stesse regole o stile. Sul palco dell’Ariston inizia un po’ in sordina, la voce non è quella di un tenore della scala però il brano riascoltato  con piccoli arrangiamenti pubblicato sulle piattaforme ha una sua personalità/identità. Concetti. Senza crisi d’identità.

La musica sta seguendo un po’ lo stile del ragazzo performativo, cambiando alcune regole d’ingaggio che funzionano fino a quando non si creerà un nuovo mainstream. I rapper che cantano è la nuova trap del 2016.

Luché inizia ad entrare nel Labirinto, con la consapevolezza non solo di sapere la strada, ma anche l’intelligenza di trovare nuove soluzioni prima che il percorso sia indicato a caratteri cubitali per far uscire tutti.

(Nicolò Granone)

Luchè: 7

Che fastidio!

Ditonellapiaga crea consapevolmente un meme, che purtroppo avrà vita breve, così come il brano forse (ma le auguriamo di no), però davvero intensa. La forma è fatta proprio per farsi gridare in auto, nel traffico, sussurrata ad un* amic* durante una festa da cui vorremmo scappare, o più tristemente davanti a un tg. L’electropop è irresistibile, basta sentirla una volta e ti rimane in testa un giorno intero. Il Che Fastidio! È spiritoso, seducente e soprattutto riconoscibile. Se la forma è quindi pure fin troppo facilona, lo è pure la sostanza? Sì, ma non è colpa di Margherita. Perché è proprio il mondo a essere diventato un patetico, tragico, contradditorio (qualcuno ha detto Pace da qualche parte?) luogo comune. Quindi lei ne fa solo il verso.

(Stefano Giannetti)

Ditonellapiaga: 7

Opera

Una metafora grandiosa. Forse poco originale? Intanto nessuno l’ha portata a Sanremo. Non così, non in maniera epica. Patty è intensa, come ci ha abituati in tanti anni di carriera. E forse questo è un modo per dirci “che altro posso raccontarvi?”. Patty scagiona e redime l’umano (naviganti e sognatori… filosofi del niente) meschino aggiungendo l’enfasi, ingrandendo ancora di più ciò che si trova ad affrontare nel proprio percorso. Così la vita è una musa tagliente, un’opera di cui non abbiamo il copione. Ed è inutile fare i profeti, come le muse, appunto, si può solo decantare, bloccando o espandendo il tempo con le note lunghe e le estensioni della Pravo.

(Stefano Giannetti)

Patty Pravo: 7

Uomo che cade

L’uomo che cade, una riflessione urbana sul fallimento umano. E in chi si può riflettere meglio se non in un’altra persona? Infatti il ritornello è proprio una supplica verso il/la prossim*. E quando ci sembra tutto più grande , come “la città che fotte l’anima” e al cospetto di cui ci sentiamo falliti, anche se stentiamo a crederlo a causa del vittimismo, siamo tutt’altro che soli (“se guardi su c’è un uomo che cade, un altro che cade”).

Tredici Pietro si smaschera, lo immaginiamo disperato nella notte urbana. Dove ti sfoghi anche se non hai bevuto un goccio. Dove il giorno, poi,alla luce, le tue scivolate sulle bucce di banana cerchi di nasconderle.

(Stefano Giannetti)

Tredici Pietro: 6

Ogni volta che non so volare

Nigiotti sembra volersi salvare la vita o forse solo la nottata col concetto che il tempo non è una linea retta ma una sorta di piano. Dove siamo adulti, ma siamo ancora i bambini al sicuro con la nostra famiglia e siamo pure i vecchi a raccogliere i cocci degli anni.

Nigiotti fa un’ode alla vita ma forse di più a chi l’ha trascorsa con lui, che forse quando cadiamo la prima cosa che si fa è tendere la mano, non per forza concretamente. Anche solo ricordando una frase sentita da qualcuno, che ci dà la vibe giusta per risalire. Perché la canzone è un intero ricordo, memoria ma senza tempo. Un modo per salvarsi dai pensieri bui, perché che il dolore serva sembra facile a dirsi, ma necessario provare a ribadirselo.

(Stefano Giannetti)

Nigiotti: 6,5

Italia starter pack

Un pezzo che sembra una chiacchierata al bar trasformata in beat: ironico, diretto, pieno di frecciatine che fanno ridere e subito dopo pizzicano. È uno di quei brani che ti fanno dire “ok, siamo davvero così” senza moralismi ma con un bel po’ di autoironia.

Il ritornello entra facile, le barre scorrono veloci e lui si muove nel suo habitat naturale: metà satira, metà pop da cantare a voce alta. Non sarà il pezzo più profondo della sua carriera, ma funziona perché è onesto nel suo voler fotografare l’Italia con tutti i suoi cliché. E alla fine ti ritrovi a canticchiarlo anche mentre fingi di criticarlo.

J-Ax: 7.5

Naturale

Leo Gassmann gioca la carta della sincerità pop, ma lo fa restando in una zona fin troppo confortevole. Il brano scorre bene, è radiofonico, pulito, con un ritornello che fa il suo dovere, ma difficilmente sorprende.

C’è quella leggerezza sentimentale che funziona al primo ascolto, però manca lo scarto, l’imperfezione che rende una canzone davvero memorabile. La produzione è curata, moderna, ma un po’ standardizzata, come se avesse paura di sporcarsi le mani.

Forse ci si aspettava qualche rischio in più.

Leo Gassmann: 6

Prima o Poi

Michele Bravi torna alla ballata intensa e teatrale che è ormai la sua comfort zone, tra pianoforte, archi soffusi e un’interpretazione vocalmente impeccabile. Il tema dell’attesa e delle promesse sospese è coerente con il suo percorso, ma la scrittura resta su immagini abbastanza prevedibili. La produzione è elegante e curata, perfetta per il contesto mainstream… forse fin troppo. Si percepisce professionalità e misura, meno quell’urgenza emotiva che in passato lo aveva reso più spiazzante. È un brano che si lascia ascoltare con piacere, ma che difficilmente graffia davvero.

Michele Bravi: 6.5

Per sempre sì

Sal Da Vinci fa esattamente quello che ci si aspetta da lui… e forse è proprio questo il problema. La ballata punta tutto su pathos, voce piena e promessa d’amore eterno, ma sembra uscita da un festival di dieci anni fa. Il testo accumula frasi solenni e dichiarazioni assolute senza mai trovare un’immagine davvero viva o personale.

La produzione è iper-lucida, orchestrale al punto da sembrare plastificata: tutto è grande, tutto è intenso, ma niente sorprende davvero. È un brano che cerca l’applauso a scena aperta più che l’emozione sottopelle. Si sente il mestiere, si sente la tradizione melodica, ma manca completamente il rischio. Più che “per sempre sì”, viene da pensare “già sentito”.

Sal Da Vinci: 5

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