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Cittadì: “Messicano è un mondo di comprensione” | Intervista

La fuga non deve essere un modo per andare via, ma rappresenta in realtà il tentativo estremo di trovare un nuovo punto di vista. Messicano vive di risvolti psicologici, che tendono a perdersi verso nuovi orizzonti, scappando in primis dalle aspettative e poi  persino dai doveri. Questa forma di comprensione, associata non solo al viaggio, diventa atto di mediazione tra l’io e le relazioni.

Messicano stimola l’attrito che vive dentro di noi tra la parte più razionale e quella folle, romantica, la stessa che si butta senza avere consapevolezza del danno all’atterraggio.

Cittadì immagina quindi un’oasi nella quale trovare rifugio, riuscendo nel mentre ad adattarla alle proprie necessità, costruendo qualcosa di concreto. Una canzone che non solo analizza, ma da la possibilità di aspirare ad una comprensione non solo con il mondo esterno, anzi principalmente con se stessi.

INTERVISTANDO CITTADÌ

Messicano è una richiesta di libertà o un nuovo modo di vedere le cose?

Entrambe le cose, senza soluzione di continuità. “Messicano” è quel deserto interiore in cui ti rifugi quando il rumore del quotidiano diventa insostenibile. Non è un’evasione passiva, ma una spedizione punitiva verso la propria libertà. Quando torni da quel deserto, i tuoi occhi sono diversi: inizi a scorgere bagliori e dettagli che prima erano sommersi dal caos. Non scappi dal mondo, impari a non farti coprire la vista.

Quali dinamiche sociali sono tipiche nella vita in città?

Roma è una centrifuga. In città i tempi sono dettati dall’urgenza, mai dal desiderio: gli incontri diventano fugaci, quasi funzionali. La socialità vera, quella che scava, viene spesso sacrificata sull’altare della velocità. “Messicano” nasce proprio da questo attrito: è il tentativo di recuperare un sé autentico contro un ritmo urbano che, paradossalmente, isola proprio mentre ti sta addosso.

 

PH: Ufficio Stampa

Dal punto di vista psicologico la fuga e il ritorno possono essere associate?

Sono due facce della stessa medaglia. La fuga serve a stanare le parti di te che nel comfort rimangono nascoste; il ritorno è l’atto di responsabilità di portarle a casa. In “Messicano” parlo di quella mano che trema al rientro: è la vertigine di chi ha scoperto qualcosa di scomodo su di sé, ma sa che accettare quel tremore è l’unico modo per restare integri.

Che cosa ti aspetti, e cosa vuoi, da questo progetto musicale Cittadi’?

Più che le classifiche, cerco la risonanza. Vorrei che Cittadí diventasse una sorta di porto franco per chi vive costantemente in dialogo con i propri demoni interiori. Il mio obiettivo non è scalare playlist, ma trovare cuori che vibrino sulla stessa frequenza, persone che non abbiano paura di mostrare le proprie crepe.

La musica può curare alcune ferite di questo mondo?

Non credo che la musica sia un anestetico; semmai è una luce che illumina la ferita. Non cancella il dolore, ma ti insegna a portarlo meglio. “Messicano” dà una forma sonora all’alienazione urbana e al caos che ci portiamo dentro. Non risolve il problema, ma ti dice che non sei l’unico a sentirsi così. E sentirsi meno soli è già l’inizio di una guarigione.

PH: Ufficio Stampa

C’è una bella differenza tra esistere e resistere?

Assolutamente sì, ma non nel modo in cui pensiamo di solito. Spesso glorifichiamo la ‘resistenza’ come un atto di forza, ma la vera sfida è imparare a esistere. Esistere significa avere il coraggio di vivere senza resistenze psicologiche, senza quelle barriere che costruiamo per paura di sgretolarci. È sentire la propria presenza nel mondo in modo nudo e crudo, accettando il cambiamento come l’unica costante.

Quali canzoni di Lucio si adattano bene a fari spenti, in notti romantiche e poetiche?

Direi “Emozioni” per quell’intimità che quasi mette a disagio da quanto è vera; “La canzone del sole” per quel senso di calore malinconico che ti resta addosso; e “Acqua azzurra, acqua chiara” per la leggerezza dei sogni notturni. In “Messicano” c’è un po’ di tutto questo: il silenzio di quelle notti in cui la voce di Lucio sembra l’unica bussola possibile per il cuore.

Nicolò Granone

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