Giuseppe Dosi: “Resistenza per la dignità umana” | Intervista

PH: Ufficio Stampa

Giuseppe Dosi: “Resistenza per la dignità umana” | Intervista

Giuseppe Dosi, italiano ma trasferitosi in Spagna, s’interroga sulla lotta legata all’esistenza umana, con atmosfere da piano bar che provare a stimolare il confronto e il ragionamento dell’ascoltatore. C’è una via di rifugio nelle canzoni, un modo per abbassare tutto il caos del mondo circostante, riscoprendo la dignità umana e la sua esistenza.

Il forte sentimento di resistenza presente in “Agnizione Liberante” provoca  una forte volontà di riscoprire l’intimità del sé, senza dimenticarsi delle battaglie del passato o delle promesse legate allo sviluppo umano.

L’autore presenta così questo suo nuovo progetto: ” I miei testi cercano di raccontare storie, non so se si possano definire impegnati o sociali, quello che posso dire è che rifuggo dal sentimentalismo, in essi non troverete amore/cuore o sdolcinature del genere.

La musica, come in tutti i miei dischi, è un mix di generi che mi piacciono, con molte influenze ma con una chiara impronta jazz che accomuna tutte le canzoni.”

INTERVISTANDO GIUSEPPE DOSI

A chi è dedicato questo  progetto? 

Sinceramente non mi ero mai posto il problema, ma per rispondere alla tua domanda potrei dire che lo dedico alla mia voglia di mettermi in gioco nel fare qualcosa di diverso, nel cercare nei testi altrui le frasi da mettere insieme per creare delle canzoni. Alla convinzione di trovare delle collaborazioni esterne e non stabilite, potrei dire improvvisate, in quanto casuali, scoperte al momento e poi diventate progetto concreto.

In Agnizione Liberante c’è la volontà di affermare il concetto di dignità umana, in un mondo sempre più vicino al collasso?

In Agnizione Liberante c’è soprattutto la volontà di affermare il concetto di dignità umana, ne costituisce il nucleo. In un mondo percepito sull’orlo del collasso, sia sociale che ambientale o esistenziale, l’agnizione, intesa come riconoscimento di sé e dell’altro, è quasi un atto di resistenza.

Il percorso stesso delle canzoni che vanno dal passato (Bella Ciao), al presente (il Confine), al futuro (Distopica Intenzione), è una dichiarazione di volontà di affermare la dignità umana.

Questa iperconnessione ci ha distaccati dalla realtà?

Sì, la ricerca scientifica suggerisce che l’iperconnessione abbia effettivamente generato forme di distacco dalla realtà: se pensiamo alla disumanizzazione che si fa di alcuni collettivi come i migranti in determinati discorsi politici o da parte di alcuni influencer. Ma anche l’uso compulsivo dei dispositivi elettronici che può far sì che si percepisca il mondo esterno come distante e irreale; che può provocare una sorta di isolamento sociale, di estraneità collettiva.

Per questo il disco parte dal passato, da Bella Ciao, da Santa Barbara Bendita che sono inni della resistenza sociale, collettiva appunto, per andare a evidenziare le quasi distopie a cui questa società sembra portarci.

Qual è la tua definizione di poesia?

Oddio, queste domande a un cantastorie non si fanno, scherzo! Ma sinceramente è difficile rispondere, ti posso dire che mi viene in mente una creazione che ha nella parole la sua base, ma anche nel suono, nel ritmo e poi il significato. La domanda è estremamente complessa e preferisco fermarmi per non dire banalità.

PH: Ufficio Stampa

Come mai ha scelto di omaggiare Bella Ciao?

Bella Ciao è parte della mia cultura, sono cresciuto con Bella Ciao, l’ho cantata sin da bambino e poi ho scoperto che anche in Spagna è una sorta di inno, è conosciuta e riconosciuta, quindi da canto popolare si è trasformato in inno internazionale, una vera sorpresa. È un omaggio a chi ha lottato contro i fascismi e lo dico al plurale perché ce ne sono stati tanti e diversi, ma è ancora attuale cantarla in opposizione ai fascismi attuali che stanno risorgendo: come dice un proverbio spagnolo, l’uomo è l’unico animale che inciampa due volte sulla stessa pietra.

Pensi che il pubblico riesca a comprendere le canzoni e rifletterci sopra in modo attivo, o si tende sempre  più spesso all’ascolto passivo?

Ma sai, ascolto attivo o passivo, secondo me, non dipendono tanto dal genere di musica ma dal momento in cui si ascolta. Ecco, per esempio potremmo porre la questione tra ascoltare e sentire. Se vuoi ballare magari non c’è bisogno di riflettere su niente, alcune mie canzoni si possono ballare e quindi spero che diano un piacere fisico a chi le ascolta, se non avessi voluto che si ballassero non le avrei fatte con un ritmo soul o funk.

Per come la vedo io, la musica è parte di noi, della comunicazione tra esseri umani ma anche con noi stessi: cosa sto facendo mentre sto ascoltando musica? Si può ascoltare De Andrè mentre si cucina? O Rachmaninov mentre si è al supermercato? In questi casi ascolto passivamente? O il piacere che provo in questi momenti non necessariamente deve significare una riflessione su cosa sto ascoltando. Onestamente spero che le mie canzoni si ascoltino, se poi si riesce anche a rifletterci su, meglio!

Che sensazione è quella di buttare giù i confini come emerge dall’uso sia dell’italiano sia dello spagnolo?

È senza dubbio uno strumento in più, è divertente a volte prendere testi in italiano e tradurli allo spagnolo perché suonano meglio e viceversa. E poi appunto è un modo come un altro per cancellare i confini, farlo con le lingue è po’ come farlo con quelli fisici e soprattutto con quelli culturali. Sarebbe bello parlare molte lingue, è un modo come un altro per conoscersi, per eliminare, se vuoi, l’ignoranza verso chi non si conosce, e qui torniamo ancora a certi discorsi di moda nei confronti di chi viene. Io, con molti amici parlo in dialetto lodigiano, non voglio perderlo e anche mia figlia lo conosce, pur vivendo in Spagna, non lo parla magari, ma lo capisce, è ricchezza, anche se qualche colto da salotto pensa di no.