Secondo: “Ho aperto spesso La Scatola, è cambiato solo il motivo per cui lo faccio” | Indie Talks
Quali sono gli oggetti, le emozioni e i ricordi che posso entrare in una scatola? Secondo prova rispondere a questa domanda con l’EP “La Scatola”, per l’appunto, con cui non prova a mettere ordine fra le sue cose, piuttosto questo diventa un modo per restare dentro il disordine, accettandolo. Tra notti insonni, pensieri che tornano e un dialogo continuo con sé stessi, il progetto si muove come uno spazio mentale da aprire e richiudere con cautela, dove ogni ricordo pesa ma allo stesso tempo ha qualcosa da insegnare.
Abbiamo parlato con Secondo di fragilità, identità e di cosa significa trasformare il passato in qualcosa che non faccia più paura, ma che possa, forse, diventare un punto da cui ripartire.
SECONDO X INDIE TALKS
“La Scatola”, il tuo nuovo EP, sembra più un luogo mentale: quando hai capito che era arrivato il momento di aprirla, la scatola per l’appunto, e cosa ti ha fatto più paura trovarci dentro?
Ho aperto spesso “La scatola”, è cambiato solo il motivo per cui lo faccio. Prima era un modo per rimuginare su ciò che è stato e usavo questi ricordi a mio discapito, per un malsano senso di vitalità. Con la scrittura delle canzoni e la pubblicazione sono riuscito a trasformarla in un piccolo portagioie per poter risentire l’affetto e le carezze del passato, con la forza di chiuderla e tornare a guardare avanti.
Nel disco parli di notti insonni, parole non dette, sensi di colpa che tornano come fantasmi educati. Scrivere queste cose è stato un atto di liberazione o un modo per restare ancora un po’ dentro quelle stanze?
La scrittura delle canzoni è stata la chiave di volta per poter smettere di avere paura dei fantasmi. Ho cercato di tirare fuori il buono da tutto questo, invece di portarne con me il peso.
Parliamo di Secondo. Quanto di questa identità “laterale” ha influenzato il tuo modo di stare sul palco e nella vita?
Secondo sono io, tutto quello che facevo è stato derivato dalla “vita nel backstage”. Le influenze negative nel quotidiano non sono mai mancate, ma mi hanno dato anche la carica che mi piace avere sul palco oggi.

Nel tuo EP convivono fragilità emotiva e autocritica feroce. Ti senti più indulgente o più severo con te stesso oggi rispetto al periodo che racconti?
Non manca mai l’autocritica e non credo di essermi completamente liberato di certe cose, ma il percorso che ho fatto è stato lungo e faticoso e ad oggi sono molto più sereno e mi do la possibilità di trattarmi con gentilezza.
Le tue canzoni alternano immagini quotidiane e monologhi interiori quasi ossessivi. Ti interessa di più raccontare i fatti o il modo in cui li hai vissuti dentro?
Non mi sento di dover “parlare da un pulpito”, quindi non sarei in grado di raccontare fatti e verità, credo che nessuno lo sia. Racconto la mia esperienza, con la speranza che possa riecheggiare a qualcuno che ha provato le mie stesse sensazioni, così che, chi ci è finito come me, possa sentirsi meno solo.
Quanto è importante per te che la forma sonora sostenga il peso emotivo delle parole?
È fondamentale. Sono un liricista ed è tramite i testi che credo di comunicare di più, d’altra parte però nutro troppo rispetto per la musica per poterla considerare un mero strumento di supporto o accompagnamento, quindi cerco sempre di dare a una canzone la valenza musicale adatta a ciò che necessita, senza strafare, a volte andando anche in contrasto con la vibe del testo, se è necessario.

Dici che questo EP è solo un frammento di qualcosa di più grande. Quel “qualcosa” è già chiaro nella tua testa o stai ancora cercando di metterlo a fuoco?
È tutto già chiaro. Questo EP fa parte di un racconto più ampio che attraversa diversi anni della mia vita: un percorso che ho raccolto nel tempo e che ora aspetta soltanto il momento giusto per essere condiviso.
“La Scatola” non offre soluzioni né redenzioni facili. Pensi che la musica debba dare risposte o semplicemente fare le domande giuste?
Cercare risposte nella musica è una scelta dell’ascoltatore, ma non credo di essere nella posizione di darle. Non mi sento di fare la morale o offrire soluzioni a domande che, spesso, non hanno risposte universali. Ognuno trova il proprio senso nelle esperienze che vive. Le canzoni, al massimo, possono accendere una riflessione o aprire uno spazio in cui quelle domande possano emergere.
Se dovessi descrivere questo progetto con un’immagine concreta – una stanza, un oggetto, un momento della giornata – quale sceglieresti?
Non vorrei risultare banale, ma credo che l’oggetto che rappresenta meglio l’EP sia proprio una scatola. È un piccolo contenitore di esperienze diverse. È un luogo in cui confluiscono le lezioni che ho imparato nel tempo e che ho trasformato in musica, anche per alleggerirle un po’ del loro peso.
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