New Indie Italia Music Week #264
“Don’t ya know? They’re talking about a revolution
It sounds like a whisper
Poor people gonna rise up
And get their share
Poor people gonna rise up
And take what’s theirs”
(Talkin’ Bout a Revolution – Tracy Chapman)
A volte le cose più importanti non fanno rumore. Non arrivano come un’esplosione, ma come una sensazione che si insinua piano, quasi senza farsi notare. È così che nascono certi cambiamenti: tra una canzone scritta in una stanza troppo piccola e una voce che prova a dire qualcosa di vero, anche quando nessuno sembra ascoltare.
C’è una musica che cresce così, lontana dai riflettori, fatta di tentativi sinceri, di parole che non cercano di piacere a tutti ma di appartenere a qualcuno. Non ha fretta, non segue schemi precisi. Si muove tra le crepe, tra chi vive ai margini delle grandi narrazioni, tra chi sente il bisogno di raccontare qualcosa che non trova spazio altrove.
Eppure, proprio lì dentro, sta succedendo qualcosa. Non è una rivoluzione dichiarata, ma si percepisce. È nel modo in cui certe canzoni ti restano addosso, nel modo in cui riconosci te stesso in storie che non conoscevi. È una trasformazione lenta, quasi silenziosa, ma reale.
Forse è così che cambia davvero la musica: non con grandi annunci, ma con piccoli segnali che, messi insieme, iniziano a spostare tutto.
Di vele e naufragi – Katana Koala Kiwi
I Katana Koala Kiwi ci accompagnano in un dolore tormentato ma accettato, forse per stanchezza. Forse grazie alla forza trovata per aiutare qualcuno ad uscire dalla sua, di sofferenza. Di vele e naufragi, già dal titolo si evince quanto questo brano sia poetico eppure disincantato. Un rock che si cala nella tristezza di chi lotta, che sa che probabilmente la luce vera non la vedrà mai. Lento e inesorabile, “conta i passi in mezzo alla notte” sapendo che dovrà per sempre andare contro il vento, stringendo un’altra persona, un po’ più sbattuta dalla corrente, e forse nel suo bisogno d’appoggio troviamo appoggio anche noi.
Il percorso dell’anima, tra luoghi e persone, dei Katana, conferma il suo saper permeare in chi ascolta.
(Stefano Giannetti)
STRONZA – Greta Grida
“Stamattina sono uscita con la voglia di ammazzare qualcuno, spero che tu sia contenta perché in questo sei la numero uno”.
Cosa chiedere di meglio? Trasparente, agguerrito, sincero. Niente giri di parole. Ogni modulazione della voce riflette benissimo ogni fase della rabbia. È esplosivo, un po’ come sentire un brano dei Prozac+ ma con una boccetta di qualche altra cosa in aggiunta. Se il ritornello entra in testa con la sua semplicità volutamente eccessiva (e se una è stronza come glielo vuoi dire?) è interessante e irresistibile andare a risentire nelle strofe come Greta inveisce contro la destinataria, respirare la stessa bile con la sua voce che cambia da acuta a profonda. Una lotta contro l’ipocrisia, uno di quei discorsi che noi spesso ridiciamo solo a noi stessi sotto la doccia.
(Stefano Giannetti)
Umore blu – LeUltimeParoleFamose
“È un periodo che non me la sento. Scusami se ogni tanto mi perdo”, che già ammetterlo a qualcuno è già un grande atto di coraggio; “Leva tutto il dolore di dosso”, il ritornello è gridato, è più di un mantra. È un SOS lanciato a sé stessi (ma poi cerca di ripromettersi di alzarsi insieme a qualcun altro, soccorso altrui che è sempre salvifico). L’umore blu può avere mille cause, si adagia sulla nostra schiena da quando proviamo ad alzarci la mattina. Il suo peso è leggero, come un dolore cronico. Ed è quella la sua forza.
LeUltimeParoleFamose utilizza la musica per arrivare direttamente a quella che forse è la radice di molti altri problemi. Rende l’arte veicolo diretto di ciò che vediamo solo nelle pubblicità delle app di psicoterapia. Forse prima non si poteva? Non si sapeva? Non si voleva dire chiaramente la nostra debolezza qual è, il punto di partenza di tutto? Fatto sta che con questo intenso mix di conducenti strofe e refrain spezzati/impauriti/incoraggianti, LUPF sfonda la porta dell’intrattenimento e diventa più vera del reale.
(Stefano Giannetti)
Fanfole – Rancore
Rancore torna a fare parlare di sè con il nuovo singolo in uscita. Il rapper romano è un abile giocoliere della parola, un mago degli incastri letterari e un cantastorie eccezionale. Dai primi ascolti, ormai risalenti a più di dieci anni fa, ho sempre visto in lui una sorta di cantastorie contemporaneo, tanto da immaginarlo come un Samuele Bersani in salsa, se vogliamo proprio affibbiargli un genere, rap. Ma con Rancore, ridurre tutto a una semplice catalogazione risulta inevitabilmente limitante. Fa quasi strano pensare che uno come lui faccia ancora fatica a trovare gli spazi che merita, mentre c’è chi, con molto meno contenuto, riempie gli stadi.
Ma non perdiamoci in divagazioni. Rancore torna dopo quattro anni con “Fanfole”.
Cosa significa “fanfole”? Nulla e tutto. È un neologismo, una parola apparentemente inventata che diventa il centro del brano. La politica parla ma non dice nulla, i media comunicano ma confondono, le persone ascoltano ma non capiscono. Siamo tutti circondati da fanfole.
Il caos non è casuale: è il messaggio.
Da segnalare all’interno della canzone un breve simpatico Cameo di Valerio Lundini.
Il ritorno di Rancore è già di per sé una bella notizia, ma lo è ancora di più sapere che questo singolo anticipa l’album in uscita venerdì 3 aprile.
(Christian Gusmeroli)
L’oro del fiume – Dimartino
“La primavera della mia vita” è il titolo del film che nel 2023 ha visto alla regia Dimartino insieme a Colapesce. In tutta coerenza, Dimartino torna, con un progetto solista, alle porte della primavera e lo fa con “L’oro del fiume”, una ballad folk.
La canzone racconta la storia di un cercatore d’oro fermo al centro del fiume, intento a interrogarsi sul senso della propria ricerca. Il testo si presta a una lettura metaforica: il fiume diventa il tempo che scorre, mentre l’oro rappresenta le ambizioni.
“Ma poi mi arrendo dentro, mi prenderò l’argento”, “Lascerò rubare l’oro del fiume” sono passaggi chiave del brano. Non stanno a significare una resa, ma la decisione di smettere di inseguire qualcosa che sfugge, perché nella vita non tutto ciò che vale può essere trattenuto. Soprattutto quando rischia di allontanarci da ciò che conta davvero.
(Christian Gusmeroli)
Madchester – La fame dell’officina con Francesco Mandelli
“Madchester”, un titolo che da spazio a pochi fraintendimenti. L’officina della Camomilla vuole portarci a visitare la scena musicale inglese tra fine anni ’80 e primi ’90, tra clubbing, chitarre e cultura rave. All’interno del testo troviamo molti riferimenti della scena e del periodo che vanno dai The Stone Roses fino ai centri sociali nostrani. In sintesi siamo in presenza di un viaggio dentro un immaginario fatto di musica e notti, dove fare una band diventa un modo per trovare il proprio posto.
La presenza di Francesco Mandelli non stona affatto e non è una trovata per attirare attenzione: funziona perché è già parte di quell’immaginario.
Più che capirla, questa è una di quelle canzoni in cui entrare e da vivere.
(Christian Gusmeroli)
Grazie Bastardo – Chimera
“Grazie Bastardo” è il brano di debutto di Chimera con la sua nuova label, Island Records. La canzone è incentrata sulla fine di un rapporto estenuante e logorante: una dipendenza tossica protratta nel tempo e ormai conclusa, che lascia dietro di sé una dose massiccia di rabbia e rancore.
Il cantautore non fa mancare l’ironia, utile a smussare la tensione e la crudeltà del brano, che utilizza un linguaggio diretto.
A dispetto di quanto il testo possa far pensare, le sonorità sono più leggere: il pezzo arriva subito, senza sminuire il peso di ciò che racconta.
Un debutto che non si lascia incasellare e che resta volutamente in bilico tra cantautorato, indie e pop.
(Christian Gusmeroli)
Cicatrici – BEA
“Cicatrici” è un vero e proprio debutto per BEA. Si tratta del primo singolo che anticipa l’EP d’esordio dell’artista, in uscita nel corso di questa primavera.
La canzone parla del peso delle ferite e di un passato che continua a restare addosso anche quando si prova ad andare avanti. “Le mie mani stringono un passato che non va via”. Come cicatrici, appunto, che restano visibili anche dopo che le ferite si sono rimarginate.
“Come un vento che cammina senza dire niente” è un’altra immagine forte del testo. È il dolore che non fa rumore ma resta, passa piano ma scava in profondità.
Musicalmente, “Cicatrici” è una ballad R&B che lascia spazio alla voce e alla narrazione di BEA.
(Christian Gusmeroli)
Birthh – Total Black
Immaginatevi in un club queer di Brooklyn, in cui si respira quell’energia sospesa tra fuga e liberazione, un luogo dove identità e paure si sciolgono nel suono del nuovo brano di Birthh.
Flow hip-hop nelle strofe, il ritornello più aperto e melodico, il tutto immerso in una produzione elettronica, con sfumature latin e un respiro internazionale che resta il suo marchio di fabbrica.
Ma è soprattutto una questione di atmosfera: “Total Black” è notte, corpo, appartenenza. Un momento preciso in cui sentirsi finalmente nel posto giusto. E forse, in fondo, anche un piccolo manifesto: ballare come atto necessario per restare a galla.
(Ilaria Rapa)
IL CAIRO – Poltergeist
Otto tracce che mescolano synth pop, indie rock e post punk, disegnando un paesaggio urbano fatto di dettagli: sirene in lontananza, insegne al neon, strade vuote che sembrano non finire mai.
Tutto questo è “Poltergeist”, il nuovo disco de IL CAIRO che si muove come una corsa notturna dentro una città che respira piano.
Nel brano tutto contribuisce a creare un’atmosfera sospesa, quasi inquieta, dove il movimento è continuo ma non porta mai davvero a una meta. Al centro resta il confronto con i propri “fantasmi”: non presenze da temere, ma forze che spostano, deviano, obbligano a cambiare direzione. Anche l’estetica del disco segue questa linea, tra periferie e visioni notturne, restituendo un’immagine cruda ma profondamente umana della città.
(Ilaria Rapa)
iBuca – api
Con questo nuovo singolo iBuca continuano a costruire un immaginario emotivo fragile e incendiario allo stesso tempo. Il brano si regge su una metafora semplice, eppure, potentissima: due api che si feriscono pur sapendo che sarà la fine per entrambe. Un’immagine che diventa racconto di un amore da cui non si riesce a uscire, anche quando fa male.
Il suono si muove tra chitarre stratificate e luminose che si intrecciano a una voce intima, quasi trattenuta. È proprio negli spazi vuoti che il pezzo trova la sua forza: silenzi, sospensioni, parole non dette che pesano più di qualsiasi ritornello esplosivo. Una confessione sottovoce a combustione lenta.
(Ilaria Rapa)
Dammi un po’ di pace – Maravich
“E allora dammi un po’ di pace, lasciami stare per un po’ voglio sentire solo il vento e non ho bisogno di niente.”
Maravich debutta con un pezzo introspettivo che allo stesso tempo diventa inno, per una fuga dalla routine o ancora più potente, dalla sensazione di una certa inadeguatezza o pressione di cui soffre una grande fetta della popolazione, soprattutto quella più giovane. Può essere quindi un brano generazionale, che cerca di cambiare le carte in tavola per tentare di gestire un senso di bornout provocato da tutto quello che succede all’esterno e dentro di noi.
Dammi un po’ di pace rompe per ricostruire un’identità che vuole affermare sogni, diritti e libertà. Cercare una via di fuga, anche andando verso un’isola deserta, o alla riscoperta del ricordo, per ricaricare l’energie, abbassando il volume delle circostanze del reale.
(Nicolò Granone)
Lunedì – Arianna Pasini
Quando si tocca il fondo si ci può adagiare, perdendo completamente le speranze oppure desiderare con passione ancora una possibilità, che spesso è l’ultima ma non ultima veramente.
Lunedì di Arianna Pasini è un giorno del calendario che diventa contemporaneamente fine di un qualcosa e inizio di qualcos’altro, anche mischiandosi contemporaneamente in un presente instabile non solo all’apparenza.
Senza dubbio è un atto di coraggio accettare le colpe, cancellando ogni possibili alibi, in modo da non alimentare un circolo vizioso, che può proteggere nascondendo. Forse ci tocca davvero capire quali sono i limiti della consapevolezza.
(Nicolò Granone)
Musica
Davide Amati tira fuori la metafisica di musica portandola ad un livello intimo, personale e mistico. È una forza, talvolta oscura, che spinge l’artista a provare sentimenti, riflettere in maniera passionale su tutto quello che succede e cercare un rifugio nel quale esprimere gioie e preoccupazione, senza dover rincorrere autocensure, magari proficue però artefatte.
Questo brano nasce da una ribellione, dalla ricerca di evitare compromessi che dividono invece di unire, buttando fuori la linfa vitale che domina, sostiene e uccide persino gli artisti.
Musica è la libertà del sentimento, in lotta con il dovere della razionalità. Davide Amati fa a pugni con un rock distorto, forte e liberatorio per esprimere se stesso, in maniera sempre più decisa e autoriale.
(Nicolò Granone)
Milano è bella ma non c’è il mare – Zeep
L’essere umano probabilmente è vittima di un senso di colpa che non lo spinge verso la felicità, ma anzi lo porta ad essere costantemente in lotta con il desiderio, arrivando al punto di ricercare piuttosto che accettare.
“Milano è bella ma non c’è il mare” è una doppia storia d’amore con protagonisti che per necessità sono costretti a vivere a distanza, senza credere davvero nel compromesso o avere la forza di voltare pagina. In questo brano però c’è anche il senso di nostalgia tra Milano e la Sardegna, tra la città che non è mai casa e che invece dell’azzurro dell’acqua al colore grigio dei grandi palazzi.
La malinconia diventa quindi una forma d’euforia più vicina alla realtà, soprattutto più sincera perché dal passato non si può prendere ciò che non c’è, e si deve riuscire a trattenere.
(Nicolò Granone)
Sometimes I Feel Everything So Much – Adult Matters
“Sometimes I Feel Everything So Much”, singolo estratto dal nuovo EP di Adult Matters, nasce in quell’area di vulnerabilità. La canzone si apre come una ballata irregolare, costruita per accumulo: chitarra inclinata, voce che si distende e si contrae, portando il peso di ogni sentimento.
Passaggi notturni, stanze in transito, corpi che tornano mentre la mente resta altrove: tutto si muove come appunti presi al volo, dettagli che costruiscono una mappa emotiva di stanchezza, desiderio di movimento e lampi di lucidità. L’ipersensibilità diventa paesaggio, una condizione abitata.
“Ogni singola parola di questa canzone è per me estremamente importante e urgente.”
BGR (EP) – Era Serenase
È la prosecuzione naturale di un discorso rimasto in sospeso, che oggi prende forma attraverso un progetto compatto e molto preciso. “BGR” è un concept nato attorno a un’idea semplice e radicale: raccontare la fine del mondo attraverso tre colori primari, ciascuno legato a un’emozione fondamentale.
Non un racconto apocalittico in senso spettacolare, ma un attraversamento del collasso, tre modi diversi di stare dentro la fine.
“BGR” attraversa la fine del mondo senza trasformarla in spettacolo, ma scegliendo tre reazioni umane fondamentali: la tristezza e la nostalgia di “Blu”, l’ironia quasi festosa di “Giallo”, il rifiuto e la rabbia di “Rosso”. Sul piano sonoro, il progetto conferma l’estetica del duo, in equilibrio tra elettronica, rap e immaginario distopico, articolandosi in tre produzioni differenti firmate da Sicket Simpliciter, OHME clctv e Frank Blake.
III – Primavera (se fossi un verme) – Hån, Assurditè, Leanò
Le tre ninfee della primavera, Hån, Assurditè e Leano ci regalano un brano che si muove su un terreno indie lo-fi, dove la malinconia non è mai urlata ma masticata lentamente. Questa canzone è un piccolo manifesto di fragilità esistenziale. Le immagini che ci regalano sono una critica tagliente all’oggettivazione del corpo e delle relazioni. Il testo si muove su un’altalena tra il desiderio di sparire “Esco solo domenica così non mi vedi più” e quello di essere visti per ciò che si è veramente, al di là dell’estetica e delle convenzioni sociali.
“Se fossi un verme mi ameresti lo stesso”. La provocazione lanciata non è un gioco, è una richiesta di accettazione radicale. Se togliamo l’immagine, la carne e la presenza fisica, cosa resta tra due persone? La risposta sembra essere un vuoto incolmabile. È una canzone “bucata”, dove il non-detto pesa quanto le parole pronunciate. Un testo che riesce a trasformare il disagio in una forma di resistenza poetica, usando immagini animali per descrivere una solitudine tutta umana.
(Martina Bianchini)
Cose esplose – Sandri
“Cose Esplose” è una ballad in cui la narrazione non segue un filo logico rigido, ma si muove come un mosaico di istanti e brividi improvvisi; il testo non impone una verità, ma invita chi ascolta a perdersi tra riflessi e ombre, mentre la melodia culla questo costante alternarsi di luce e oscurità.
Il brano gioca costantemente sul contrasto tra l’ istinto animale(“veloce”, “feroce”) e la necessità di un rifugio (“una tana per la tua voce”). È un’immagine bellissima e vulnerabile: l’idea che l’unica cosa capace di proteggerci dal rumore del mondo non sia un muro di mattoni, ma lo spazio fisico e sonoro creato da un’altra persona.
C’è un nichilismo dolce in versi come “casa mia brucerà / ed io potrei già morire qua”. Non è una minaccia, ma un’accettazione.
Quando il “bosco” (l’amore, l’intimità) ti copre dalle “fisse e dalla merda della vita”, la fine del mondo esterno smette di fare paura. La pelle dell’altro diventa l’unica geografia che conta. Sandri riesce a trasformare il senso di smarrimento in una forma di resistenza luminosa. È musica per chi si sente fuori posto, ma ha trovato qualcuno con cui condividere quel fuori posto.
(Martina Bianchini)
V + Techno Molotov – El Partydo
L’esordio degli El Partydo, nato dall’incontro transgenerazionale dei 3/5 de Lo stato Sociale e lo “sbarbo di casalekkio” IOMA, ventisette anni, polistrumentista e produttore della scena rap e trap bolognese è tra le cose più interessanti della scena indie-urban attuale. La via scelta è quella del bisogno immediato di scendere in campo, tra e con le gente, ballando e combattendo insieme dentro questo bagliore sovversivo.
I primi due singoli “V” e “Techno Molotov”, esprimono a pieno l’animo e l’urgenza di questo progetto, ovvero l’impegno sociale e la voglia di ballare, far ballare e aggregare la gente ai live.
Se V è una “storia d’amore e resistenza” con una produzione che ci regala un perfetto match tra digitale e presenza fisica, dove amore, rivolta e hyper pop si mescolano per spingere l’ascoltatore a liberarsi dalle proprie gabbie, senza paura, Techno molotov ha un suono ancora più urban e impegnato. Il bisogno di farci ballare sotto cassa qui è ancora più palpabile, come l’influenza dello stile di IOMA. Il brano è un’esplosione di energia per farci combattere contro l’inerzia. Letteralmente una molotov lanciata contro l’apatia. Qui generazioni a confronto si uniscono suonando lo stesso credo.
“Prima di cambiare te stesso prova a cambiare il mondo. Non pensarci troppo. Brucia la bandiera.”
(Martina Bianchini)
Aquiloni – Stain
Gli Stain continuano con una scrittura in italiano diretta e viscerale, sostenuta da un suono che unisce indie rock e musica elettronica e unendo malinconia e luminosità. Da una parte c’è la leggerezza evocata dal titolo, dall’altra un senso costante di perdita, tutto reso possibile grazie alle chitarre dilatate e ai synth ariosi che costruiscono un’atmosfera sospesa.
Gli aquiloni sono simbolo di libertà, ma anche di instabilità: volano solo finche c’è il vento e restano legati al filo. “Aquiloni storti mi trascinano lontano”, suggerisce questa ambivalenza, abbiamo sia il desiderio di lasciarsi andare che la paura di perdere il controllo.
Questo brano ci parla del tempo, senza darci risposte definitive, inoltre gli Stein riescono a trasformare il tema del passaggio all’età adulta in qualcosa in cui molti possono riconoscersi.
(Benedetta Rubini)
Buio – Senza Coloranti Aggiunti
L’impatto e diretto: chitarre tese, alternative rock e un ritornello creato per essere urlato, tutto questo per parlare di come si può attraversare il dolore senza cercare scorciatoie. Il testo si muove dentro un’immagine centrale molto forte, quella del freddo interiore, “Camminavi lungo il bordo del tuo cuore freddo, sopra il ghiaccio del tuo inverno dentro.” Descrive una condizione emotiva molto fragile, dove ogni passo può far crollare tutto; ma anche della difficoltà di sentire effettivamente qualcosa.
“Buio” lavora per contrasti: oscurità e apertura, fragilità e resistenza, silenzio e grido; i Senza Coloranti Aggiunti ci fanno ascoltare un brano che non vuole semplificare il dolore, ma renderlo condivisibile.
Non c’è nessuna soluzione facile, e proprio questo è forse il suo punto di forza, non vediamo la luce all’improvviso o per caso, ma ci appare proprio mentre continuano a camminare.
(Benedetta Rubini)
Un’isola che – Jacopo Martini
Il pezzo si costruisce intorno ad un immaginario semplice ma evocativo, con una scrittura intima, quasi sussurrata, che sceglie la delicatezza.
Musicalmente richiama il cantautorato classico, non c’è fretta, tutto scorre con naturalezza, come se volesse prendersi il suo tempo per esistere.
Il cuore del brano e l’immagine dell’isola, uno spazio mentale ed emotivo.
“ C’è un’isola che ho dipinto per errore”, ci suggerisce subito qualcosa di spontaneo, forse involontario, un amore che nasce senza controllo e progetti.
Inoltre è fondamentale anche il tema del rispecchiamento, l’altro diventa uno specchio in cui riconoscersi e perdersi allo stesso tempo. É una canzone che vive in equilibrio, pur non alzando mai la voce, resta addosso all’ascoltatore, che riconosce che l’amore può essere anche uno spazio fragile in cui trovarsi.
(Benedetta Rubini)
Estate 2007/Piazza Roma – Gioia Lucia
Quando la nostalgia si fa canzone: la forza di “Estate 2007” è racchiusa tutta nel suo nome, nel ricordare con malinconia l’infanzia e i tempi passati. Come una capsula del tempo, Gioia Lucia ci riporta indietro ad una serie di situazioni della sua infanzia, ma che allo stesso tempo hanno fatto parte di una generazione intera: l’odore di zampirone, techetechetè la sera, le pesche sbucciate dalla nonna e le serate passate sulle sedie di plastica.
“Piazza Roma” è allo stesso modo nostalgica, ma sul piano spaziale, in ricordo di luoghi che hanno custodito sogni, aspirazioni e idee, ma anche paure e ansie dell’artista.
Estate 2007 | Piazza Roma è un piccolo tesoro segreto dell’artista, uno spazio della sua mente che decide di condividere con chi ascolta, trasformando ricordi personali in immagini universali. Per farci sentire un po’ più a casa.
(Sara Vaccaro)
Colline toscane – Scar
Un flusso di coscienza che parte da un momento dell’infanzia ben preciso: una partita di calcio da bambino diventa la causa scatenante di una serie di emozioni che arrivano come un vortice. Da lì, il racconto si apre e si disperde, passando da immagini quotidiane a pensieri profondi, quasi istintivi, che seguono un ordine sentimentale piuttosto che logico.
Il brano si muove tra il bisogno di affermarsi e quello di perdersi, manifestando un’irrequietezza costante, una tensione che attraversa tutto il pezzo e che si riflette tanto nella musica quanto nelle parole ripetute e spezzate. Qui, il ritornello diventa un punto fermo, un ritorno a immagini semplici ma forti di senso: le sere a ballare, i viaggi in famiglia, le colline toscane. Frammenti di normalità che per Scar sembrano un tentativo di trovare una direzione in mezzo ad un vortice senza fine. Ma la domanda resta sospesa: dove vuoi arrivare?
(Sara Vaccaro)
Sofia Sole – Danno Collaterale
Sofia Sole entra in quella zona grigia delle relazioni che fanno ancora male proprio perché non sono finite del tutto dentro. Il brano racconta bene quella frattura lenta fatta di silenzi, incomprensioni e orgoglio, quando due persone continuano ad amarsi ma non riescono più a parlarsi davvero.
C’è un mood fragile, urbano, quasi sospeso, che accompagna il pezzo senza appesantirlo. Più che cercare il drama, Sofia lavora sulle crepe piccole che alla fine fanno crollare tutto. Il risultato è una canzone intima e abbastanza lucida, che apre un nuovo capitolo del suo percorso partendo dalla fine di una storia. E funziona proprio perché non forza mai l’emozione: la lascia sedimentare.
(Pietro Broccanello)
Le Stelle – Zara Colombo
Zara Colombo continua a costruire un immaginario tutto suo, sospeso tra visione artistica, memoria personale e suggestioni quasi psichedeliche. Il brano ha qualcosa di allucinato e romantico insieme, e riesce a trasformare riferimenti colti e biografici in una canzone che non suona mai fredda o distante.
C’è un legame fortissimo tra musica, immagini e vissuto reale, soprattutto nel videoclip che racconta il matrimonio con Luca Massaro senza farlo sembrare una semplice celebrazione privata. Anche per questo il pezzo funziona: perché resta intimo ma non si chiude mai in se stesso. Più che cercare l’immediatezza, “Le Stelle” punta a creare atmosfera e visione. E nel farlo conferma Zara Colombo come un progetto delicato, ma con un’identità già molto nitida.
(Pietro Broccanello)
Europa – Borromini
Borromini prova a fare una cosa ambiziosa: trasformare il crollo simbolico del vecchio continente in un brano sospeso tra canto liturgico, colonna sonora e ballata neoclassica di fine Ottocento. Il veliero carico di oggetti preziosi alla deriva è un’immagine forte, e funziona bene come metafora di un’Europa bellissima ma sempre più svuotata. Più che cercare l’impatto immediato, il pezzo lavora su atmosfera e visione, con un taglio quasi cinematografico che punta tutto sulla suggestione. È un brano austero, anche un po’ solenne, e proprio per questo non è facilissimo da afferrare al primo ascolto. Però dentro questa compostezza c’è un’identità chiara, e si capisce perché venga presentato come manifesto di La Mareviglia, il disco in arrivo in primavera 2026. Un pezzo che chiede attenzione e che, nel suo essere fuori fuoco rispetto al presente, trova anche il suo fascino.
(Pietro Broccanello)