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Dammi un po’ di pace | Indie Tales

Era una giornata uguale a tutte le altre. Nessuno si ricordava però se avesse piovuto durante la notte o se il caldo avesse già iniziato a rendere l’aria irrespirabile. Era facile affermare che lui non aveva assolutamente voglia di uscire di casa, di andare fuori ancora una volta per ricominciare la stessa routine. Aveva appena preso il caffè, mandandolo giù, bruciandosi le labbra per la fretta, e la sua testa stava già per scoppiare. Sentiva un gran rumore, un frastuono, un suono fastidioso.

Così, sconsolato, iniziò a guardarsi intorno: la TV era spenta, il telecomando era per terra sotto al divano e la radio ormai non funzionava da un po’. In casa non c’era nessuno e fuori dalla finestra la strada era deserta.

Per rompere quel silenzio, iniziò a urlare, prima con rabbia e poi con gioia. A sfogarsi. A buttare via tutti quei pensieri che da un po’ di tempo lo stavano schiacciando.
«Dammi un po’ di pace, lasciami stare per un po’.»
Questo era lo slogan della protesta. Era una preghiera che non poteva più essere trattenuta.

Era la sveglia presto alla solita ora o il tragitto casa-lavoro con i semafori che si accendevano e si spegnevano sempre allo stesso momento. Così da giorni, mesi e addirittura anni. C’era il rifiuto di comunicare con gli altri, non per noia, ma per qualcosa di più grave: una certa insoddisfazione perenne, granitica e ormai senza parole.

Dentro quella gabbia dorata c’era una vita normale, dove essere come gli altri era diventato un problema, una sorta di realtà condivisa per obbligo e non per ideologia. Era sopravvivere all’oggi per arrivare al domani, un giorno però sempre uguale, e così via.

Non era servito cambiare lavoro, trasferirsi in una città più piccola, in campagna, ricominciare da zero ancora una volta. C’era qualcosa di più profondo che, con il tempo, non si assottigliava, anzi era una sensazione che cresceva da dentro, andando sempre di più a espandersi. Quella mattina lo sconcerto diventò qualcosa di ingestibile: la bomba era pronta a esplodere e ormai gli effetti della deflagrazione non potevano più essere disinnescati.

In quel momento però successe qualcosa di incredibile. Per pochi secondi il tempo e lo spazio iniziarono a danzare all’unisono, senza rincorrersi, e anche il silenzio smise di fare rumore. Le urla erano cessate e nessuno le aveva sentite. Tutto era nella sua testa.

La soluzione più sensata era quella di prendersi una pausa. Di rallentare. Di vedere la realtà da un altro punto di vista. Prendere e partire. Andare via, in mezzo al mare, su una spiaggia lontana, mettersi lì ad ammirare le stelle, anche loro sempre uguali. Ma sarebbe stato logisticamente più complicato.

E così, quella mattina, invece di fare le stesse cose, era necessario staccare tutto, sentirsi liberi da vincoli e opinioni e trovare una soluzione, non per andare avanti ma per sopravvivere. Era importante tornare a respirare, a pieni polmoni, liberandosi dagli affanni e dai pensieri. Andare lassù, in mezzo ai monti, era sì una forma di fuga, ma anche un modo per tornare partecipi del proprio tempo e delle proprie scelte. Era accettare la realtà, combatterla, rifiutandosi di seguire regole autoimposte o momenti che ormai erano semplici gesti meccanici.

Abbandonata la macchina sotto la collina, i primi passi furono quelli più impegnativi. Spostarsi non era mai stato un problema, scegliere una direzione invece sì. E così, prima con un grande peso addosso, iniziò a salire verso l’alto. La fatica si fece sentire, ma fu ripagata dal vento che gli spostava i capelli e dai primi rivoli di sudore che gli cadevano dal viso. Quella camminata era una lotta fatta di sofferenza, ma anche di speranza.

Era dominare il tempo, sentendosi protagonista anche provando dolore alle gambe e stanchezza. Una sensazione che lo fece sentire vivo. Era la pace che stava cercando, arrivata così, senza fermarsi e senza chiedere niente in cambio. Non doveva smettere di scappare, doveva smettere di inseguire tutto il resto.

RACCONTO LIBERAMENTE ISPIRATO AL BRANO “DAMMI UN PO’ DI PACE” DI MARAVICH

 

Nicolò Granone

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