Recensione di “Cose fatte prima di nascere”: il nuovo album di Simone Famiglietti
Di Pietro Broccanello
“Cose fatte prima di nascere” di Simone Famiglietti è uno di quei debutti che non cercano innanzitutto di adeguarsi ai canoni predefiniti del mainstream, ma di entrare lentamente facendo intuire il lavoro di ricerca che ci sta dietro. E questa cosa si sente subito: più che un esordio “costruito”, è il risultato di un processo lungo, di un bisogno necessario, fatto di scrittura sperimentale, studio e bisogno reale di raccontarsi.
Famiglietti cerca di mescolare e di fare sue le molte anime che compongono il suo background, dal cantautorato al soul e alla black music, in un processo creativo sia personale che collettivo – solitamente partendo da chitarra e voce, per poi sperimentare nella produzione – sempre con l’intento di stare a metà tra il passato e il presente, tra la tradizione e l’innovazione. Ed è esattamente lì che vive il disco: in uno spazio di mezzo continuo, tra Milano e il Sud (le sue terre d’origine), tra lingua italiana e dialetto, tra forma e sperimentazione.
Il cuore del progetto sta proprio in questa dicotomia. Brani come “Spopolamento al 60%” nascono da esperienze concrete – lo spopolamento dei paesini d’origine, la distanza, la nostalgia – ma diventano qualcosa di più universale: il bisogno di appartenenza che tutti noi viviamo, anche quando è più difficile sentirsi parte di una comunità. Un bisogno viscerale espresso chiaramente ad esempio quando Famiglietti canta “Gente distratta, se sei rimasta / Perdutamente t’abbraccerò”.
L’apertura del disco, “Whimsical”, è già un manifesto stilistico e d’intenti: “quando faccio fragile musica sana / guarda come sono fragile”, un accostamento che racconta bene il suo approccio, fatto di esposizione, errore e rischio. La fragilità non è un limite, è proprio il motore creativo. E si sente anche nella scelta di strutture non convenzionali, sospese tra il gospel e l’rnb, perchè come dichiara lo stesso Famiglietti la ricerca artistica (quando è vera) implica sempre una sperimentazione.
In “Andare è ’na cosa bella” invece emerge un altro tema centrale: quello del movimento. Non come fuga, ma come necessità esistenziale. Viaggiare, spostarsi, restare in bilico, è questo l’unico modo per potersi ritrovare e raccontarsi davvero. Anche i luoghi non sono mai solo luoghi: sono tensioni, distanze, ferite aperte o posti che fanno sentire “a casa”.
Il dialetto, come quello usato nella delicatissima “Tenimm che ‘ffa”, entra proprio quando le sovrastrutture saltano e c’è bisogno di parlare di qualcosa di intimo e personale. Non è una scelta estetica, ma quasi fisiologica: arriva quando le parole standard non bastano. E infatti nei momenti più emotivi il linguaggio si incrina, cambia, diventa più diretto.
“Cose fatte prima di nascere” è davvero quello che promette il titolo: un archivio emotivo di tutto ciò che viene prima del “debutto”, prima di aver trovato una forma definitiva. Ed è proprio in questo incessante movimento che trova la sua essenza più profonda.