“Closing time. Open all the doors and let you out into the world
Closing time. Turn all of the lights on over every boy and every girl
Closing time. One last call for alcohol so finish your whiskey or beer
Closing time. You don’t have to go home but you can’t stay here
I know who I want to take me home
Take me home”
(Semisonic – Closing Time)
C’è sempre un momento preciso in cui tutto finisce e, allo stesso tempo, ricomincia. Le luci si accendono, il brusio si dissolve, e quello che resta non è il rumore — ma ciò che ti sei portato dentro. È lì che la musica smette di essere sottofondo e diventa direzione.
Eccoci con il New Indie Italia Music Week, nel “closing time” della settimana, quando i brani usciti iniziano a sedimentarsi, a prendere forma, a scegliere chi restare e chi lasciare andare. Non è solo una selezione, ma una presa di posizione. Perché tra decine di release, tra hype e algoritmi, ci sono canzoni che resistono. E non lo fanno perché urlano più forte, ma perché sanno dirti qualcosa quando tutto il resto si spegne.
Qui troverai i migliori brani e album indie italiani della settimana — quelli che meritano davvero di essere portati a casa. Non per moda, ma per necessità. Perché, in fondo, la musica è questo: una scelta intima, quasi istintiva. Un modo per capire chi vuoi essere, o almeno chi vuoi avere accanto mentre torni.
Lil Jolie torna con il nuovo singolo “Per Averti”, proseguendo il percorso intrapreso con il precedente brano “Sophie”. Dopo l’esperienza del 2023 ad Amici e il progetto con Vale LP dello scorso anno, culminato con l’esibizione sul palco dell’Ariston tra le Nuove Proposte, il 2026 la vede con un nuovo progetto personale.
Un percorso che, per quanto ascoltato finora, appare più maturo, con un’identità autoriale sempre più definita. Il brano vede la collaborazione di Dario Mangiaracina, nome che per chi segue la scena non ha bisogno di presentazioni. Per gli altri, è uno dei membri de La Rappresentante di Lista, oltre che musicista e autore tra i più interessanti della nuova scena italiana.
“Per Averti” parla di relazioni che non riescono a durare, o meglio di una relazione che riparte ogni volta, finendo sempre nello stesso modo: “Tutte le volte che ho amato ho rovinato l’amore”. Nonostante questa consapevolezza, resta difficile smettere di innamorarsi. Con un retrogusto, neanche troppo nascosto, di autoironia, la canzone si muove su un testo malinconico: “Forse è troppo tardi per averti”. Un fallimento raccontato senza cercare giustificazioni, ma mettendo in evidenza i propri errori.
(Christian Gusmeroli)
Torna Willie Peyote, e non ci riferiamo allo sdoganamento social di “Grazie ma no, grazie” nello scorso weekend referendario. Torna con un nuovo brano inedito: “Burrasca”. La penna tagliente, cinica e satirica del “rapper d’autore” torinese torna a scorrere, lasciando un testo qualitativamente sempre all’altezza, ma meno legato agli schemi più “peyotiani”. Stavolta non sono cinismo e satira a uscire dalla bocca di Willie, bensì parole che danno spazio al lato più emotivo e personale.
È uno dei brani più intimi del suo repertorio: la critica sociale resta sullo sfondo, ridotta a una fotografia rapida della realtà attuale, racchiusa in una frase: “il mondo un po’ spaventa tra casini e guerra, l’egoismo ci governa e ogni luce è spenta”. Il titolo è la chiave del testo. La burrasca è la metafora delle avversità che la vita porta con sé: difficoltà che si possono attraversare se non si è da soli, se si ha qualcuno a cui aggrapparsi. “Resisto se mi aggrappo a te”. In sintesi, “Burrasca” è il racconto di due fragilità che provano a restare in piedi insieme, mentre fuori e dentro tutto sembra muoversi. La tempesta è ovunque, ma l’unico modo per resistere è aggrapparsi a qualcuno.
(Christian Gusmeroli)
Mangiami pure di Roshelle è un disco profondamente introspettivo, che si muove tra fragilità e desiderio senza mai cercare compromessi. Il disco funziona come una vera scatola di emozioni: ogni traccia ha un’identità distinta ma contribuisce a costruire un racconto coerente e stratificato. La scrittura è cruda, quasi diaristica, capace di trasformare esperienze personali in immagini universali e suggestive. Dal punto di vista sonoro, la direzione di Tommaso Ottomanoaccompagna perfettamente questo viaggio, creando un equilibrio tra sperimentazione e accessibilità. Le atmosfere oscillano tra synth pop, alternative e momenti più eterei, senza mai risultare forzate.
Temi come identità, amore e solitudine vengono affrontati con uno sguardo lucido e mai scontato. Il dolore non è evitato, ma diventa materia creativa, un elemento centrale della narrazione artistica. C’è una forte sensazione di metamorfosi, come se ogni brano rappresentasse un passaggio evolutivo dell’artista. L’ascolto richiede attenzione e tempo, ma restituisce un’esperienza autentica e immersiva. È un album che non si limita a farsi ascoltare: lascia tracce, immagini e sensazioni che restano addosso.
Un Cosmo incantato. Il ritorno del cantautore e discografico sulla scena passa dall’inedito “Incanto”, che anticipa l’album in uscita a metà aprile. Incantato lo è davvero il mondo in cui ci si ritrova proiettati durante l’ascolto. Tutto è costruito per creare una sensazione ovattata, quasi fiabesca, in cui suono e voce — anche grazie a un uso dell’autotune più strumentale che correttivo — sembrano arrivare da lontano. La canzone racconta due persone sospese nel tempo e nello spazio, un momento in cui tutto sembra funzionare, ma solo per un attimo. Una connessione fragile, che esiste finché i due restano aggrappati l’uno all’altro. “Perché l’incanto poi finisce senza te”.
(Christian Gusmeroli)
Se pensi a Blumosso, non puoi non pensare al cantautorato più puro. Già il nome “è cantautorale a se stesso”, citando (parzialmente) uno sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo. Blumosso, come il mare quando è agitato: così si presenta Simone Perrone. La nuova canzone, “Chi siamo davvero”, è un brano delicato e nostalgico. Il testo si muove tra ricordi e presente, senza fermarsi a una nostalgia fine a sé stessa, ma provando a capire cosa resta di noi mentre cambiamo.
“Chi siamo davvero” è la domanda che attraversa tutto il pezzo: una ricerca dell’identità che si perde nei percorsi di crescita, ma che sembra restare impressa nelle cose, nei luoghi e nel tempo. Più che dare una risposta, Blumosso sembra ricordarci che forse quella domanda non smette mai davvero di accompagnarci.
(Christian Gusmeroli)
Provate ad ascoltare questa canzone senza informarvi sul nome dell’autore. Il primo pensiero potrebbe andare a una nuova uscita di Lucio Corsi ceduta alla voce di un collega. Ma qui l’istrionico cantautore toscano non c’entra. “Shojiro” è un brano di Nuvolari, giovane artista piacentino in uscita il 10 aprile con il suo secondo album “Gimcana”. Il richiamo a Corsi si ritrova soprattutto nella scrittura: Nuvolari costruisce una storia immaginaria partendo da un lottatore di sumo che lascia il ring per iniziare una nuova vita.
L’inusualità, a tratti anche l’assurdità, delle figure messe in scena non è mai fine a sé stessa, ma contribuisce a creare un’immagine precisa, mai banale, carica di significato. Guidato da un’ironia e da un tono apparentemente leggero, il brano racconta un cambiamento profondo: dalla violenza del ring a una dimensione più quieta, fatta di musica e piante. “Non odia più nessuno”. Una trasformazione che non riguarda solo il protagonista, ma anche lo stesso Nuvolari. Chi lo conosce dai lavori precedenti lo ha sempre visto in una dimensione più essenziale, chitarra e voce. Qui invece si aprono nuovi spazi, nuove influenze, che aumentano l’interesse e l’attesa in vista del 10 aprile.
(Christian Gusmeroli)
Giovanni Toscano esce in questo fine settimana con un EP da 5 brani dal titolo “Il gioco delle tre domande”. Di Toscano avevamo parlato giusto qualche settimana fa in occasione della sua partecipazione a Musicultura che l’ha visto pure vincitore di serata. Come detto in quell’occasione, il cantautore pisano è sicuramente una delle voci e delle penne da più attenzionare in questo periodo storico del panorama musicale italiano.
“Il gioco delle tre domande” è un album intimistico che parla di mancanze e rimpianti, la cui uscita è accompagnata dal brano “Una macchina giusta”, proposto alla rotazione radiofonica. Quest’ultimo è un inno alle occasioni mancate: la storia di un amore che resta solo nel pensiero per la mancanza di coraggio nel dichiararsi.
Giovanni Toscano si conferma una voce che trova nella scrittura il suo punto più solido.
(Christian Gusmeroli)
Leyla si immola, subisce e incarna la crisi che ha preso tutti i giovani e i meno giovani. Senza vittimismi, riconoscendo anche i propri limiti. “Santa e mai dea, musa ma non artista (Ragazze)”, perché sappiamo che in questo mondo non è facile prendere un paio di redini e diventare adulti, ma il peggio è che non ci si sente nemmeno all’altezza di restare figli della vita. Pronti nemmeno a iniziare (“fa paura crescere” è un’ipnotica ninna nanna in Ragazze; “ma se fossi un po’ diversa da me sembrerebbe più facile dormire -Dormire-). La nostra anima è venduta o diventata un tuttuno con l’agglomerato di cementi e casini creato dai nostri padri (“pagami tre mesi d’affitto se vuoi guardarmi dentro” -Città-), una sedicente fonte inquinata d’opportunità dove sentirsi soli tra la folla intorno a noi e dentro il nostro cellulare. Vana speranza di salvezza è stata la fuga dalla casa dove “troppe volte si è morti sul divano”. Le radici vengono infatti sconsacrate in Casa mia, in un’irriverenza rock, dolce e disperata, perché non c’è salvezza né nella partenza, né nella meta.
Forse uno spiraglio di luce sta nella consapevolezza di essere indegni del nostro tempo, che in realtà si traduce solo con l’essere incompatibili, senza colpevolizzarsi. E così se già nel succitato brano Leyla conclude con “Voglio stare qui a guardare casa mia bruciare”, in Speciale sembra ballare un sabba davanti a un gigantesco falò in un bosco di notte: una canzone irresistibile, esoterica e sexy, dove si gioca con la paura tra echi inquietanti e provocazioni freak color lampone. Quel “adesso non so cosa fare perché il mondo non è finito al liceo” racchiude tutta la filosofia di questo imperdibile EP. “Non sono così speciale” diventa un salvifico mantra, una preghiera nera. “Figlia” per vocazione, e “speciale” è un’etichetta da cedere volentieri a qualcun altro.
(Stefano Giannetti)
“Piovono lacrime sopra la città”. Un pop dall’accompagnamento morbido e dalla dolcezza di un’inusuale Cmqmartina qui scevra della parte “Elettro” e più pura, con la sola voce a incarnare questo inno ai sensi. Sensi che ci rendono vivi, anima che si vende al corpo o che forse è sempre stata il corpo stesso, la disperazione di aggrapparci e artigliare la schiena nuda di qualcuno. A rivelare il nostro vero io, la parte animale, quella parte difettosa che proviamo a scacciare ogni volta per salvare e per salvarci, ma l’unica autentica. Altrimenti non si rivelerebbe mai all’ultimo momento, fregando ragionamenti che sembrano lunghi ere (“Vivo l’attimo come l’ultimo”).
Un gioiello che racconta gli errori e la bestialità dell’intuito ma che ha una conduzione morbida e romantica, con le sue visioni della città notturna che piange e smaschera le debolezze sue e di tutte le anime che abitano lei, tempio di promesse fatte di giorno e infrante alla sera. Scenario in cui sentiamo di dover salvare solo i nostri amori.
(Stefano Giannetti)
Con “Sirene sulla luna”, Francamente, si riconferma uno dei timbri e delle cantautrici contemporanee più interessanti. In questa canzone c’è il racconto bucolico della tipica sagra di paese dove ci si sente parte di un tutto, dove ballare a piedi nudi è la regola, dove quel senso di leggerezza ti entra nelle vene e te lo porti dentro anche quando è il momento di tornare a casa. “Milano che freddo. Ritorno a quel vento. A quei giorni leggeri”
In estate infatti tutto diventa possibile, persino sentirsi sirene che danzano a due passi dalla Luna. In realtà l’esperienza reale vissuta dall’artista è stata durante il festival “la Luna e i Calanchi” di Aliano. Un paesaggio quello dei calanchi che le ha ricordato i crateri lunari. Una natura che diventa il pavimento di una luminosa Luna che supervisiona con la sua magia questi corpi sinuosi che si sfiorano, le risate spontanee anche tra sconosciuti, le cicale che accompagnano le chitarre. Ed è proprio il suono di chitarre acide il protagonista di questo brano, strumento icona di un festival estivo che qui si mischia alla sperimentazione elettronica regalando al brano un ritmo folkloristico incalzante. E la voglia di togliersi le scarpe e danzare in mutande diventa irrefrenabile. “In mutande, a piedi scalzi io e te”
(Martina Bianchini)
Ma chi ci pensa ai bambini? A giudicare da questo EP “Che cos’è un limone” i Queen of Saba che, in maniera apparentemente leggera, hanno pensato di spiegare al bambino interiore che c’è in ognuno noi temi attuali e importati. L’attivismo del duo pop-polito verso certe tematiche lo conosciamo bene ma in questo lavoro riescono ad esprimere in maniera garbata e infantile la loro rabbia. L’intento è quello di abbattere i muri del pregiudizio non gridando, ma ballandoci sopra.
Ed è così che a suon di ukulele, kazoo e flauto nascono delle “canzonicine” che chiunque potrebbe imparare a memoria come una filastrocca…anche un bambino!
Brani minimal, ma orecchiabilissimi e che arrivano in maniera pungente dritti al punto. Si parla di guerra, di antispecismo, di consenso e accettazione di sé, temi tutti cari al duo e interpretati in una formula semplice quanto disarmante. È un disco coraggioso, volutamente politico che non cerca la hit radiofonica facile a tutti i costi, ma costruisce un mondo in cui chiunque si senta “fuori posto” può finalmente trovare casa, uno spazio sicuro in cui si cerca di seminare bene nella speranza di una più giusta consapevolezza.
(Martina Bianchini)
“Che c’è di strano in me?” Niente Matteo, assolutamente niente. È con questo interrogativo che finisce l’ultimo lavoro del cantautore Matteo Alieno, ed è proprio al termine di questa domanda che ho ricominciato a respirare, dopo 33 minuti in cui ti rendi conto di star ascoltando un’opera terribilmente onesta e sincera.
Traccia dopo traccia, o meglio pagina dopo pagina, perché sembra proprio che Matteo ci regali le pagine del suo diario, racconta e affronta con coraggio e a cuore aperto il viaggio più complesso e faticoso di tutti, quello della vita e di come riuscire a stare al mondo.
“Stare al mondo” però non ce l’ha la risposta, “stare al mondo” è il disco che avremmo potuto scrivere tutti noi ma nessuno sarebbe stato in grado di farlo con la vulnerabilità disarmante e la sensibilità tipica della penna di Matteo. Il suo è un pop d’autore che affonda la sue radici nell’immaginario italiano e internazionale degli Anni Settanta per poi avvicinarsi al mondo indie rock britannico ( è infatti Londra il terreno che vede nascere il disco) dando vita a canzoni esistenzialiste, dove una scrittura per immagini va a scandagliare anche gli angoli più segreti delle sue emozioni, quelli più difficili da affrontare e confessare. Il disco sceglie la strada del “suonato”: un suono profondamente umano e analogico, dove ogni nota vibra di una fisicità quasi tattile.
I ritornelli sono spesso urlati in quanto l’album nasce da un’urgenza espressiva purissima. Non c’è calcolo, ma solo il desiderio viscerale di sperimentare e la gioia autentica di fare musica e di farla in maniera collettiva. È un disco che non vuole semplicemente “funzionare”, ma che aspira a respirare, celebrando l’amore per l’arte nella sua forma più libera e condivisa. Si aveva un gran bisogno di un’opera come questa che fa dell’onestà la sua bandiera. Empatizzi così tanto con le riflessioni di Matteo che terminato l’ascolto del disco avresti voglia di averlo davanti, abbracciarlo forte e sussurrargli all’orecchio
“se ti può aiutare anche io sono triste”!
(Martina Bianchini)
“Il canto della Ninfa” è il brano di esordio per Flaminia Scapigliati, ventunenne artista romana. Più che un esordio, ha l’impressione di essere un punto già definito: per scrittura e visione, Flaminia si muove con una maturità che raramente appartiene a un primo singolo.
Atmosfere teatrali fanno da sfondo alla storia di alcune ninfe avvicinate da uomini apparentemente gentili, che finiscono però per strapparle al loro habitat e relegarle alla prigionia. Un percorso che porta anche alla morte di una di loro, nel tentativo di riconquistare la libertà perduta. A raccontare tutto è la ninfa rimasta viva, sorella di quella scomparsa: una voce che tiene insieme rabbia e dolore. Da qui “Il canto della Ninfa”, che è allo stesso tempo pianto e atto di denuncia, con un forte valore educativo.
Una sensibilizzazione sull’importanza di rispettare la natura, ma anche una condanna a un uomo che troppo spesso esercita il proprio potere distruggendo ciò che lo circonda. Una canzone fiabesca, di cui consiglio l’ascolto, che guarda al passato nelle sonorità per parlare con urgenza al presente e dare luce al futuro.
(Christian Gusmeroli)
“Ognuno di voi è un mio nemico” è un EP che non lascia spazio a mediazioni. Sei brani che si muovono in un paesaggio urbano svuotato, attraversato da tensione e disincanto, dove ogni suono sembra nascere da una frattura più che da un’intenzione estetica. La produzione è ruvida, stratificata, costruita su ritmi industriali e impulsi elettronici che non cercano equilibrio. Le chitarre entrano come lame, i synth graffiano, tutto contribuisce a creare una pressione costante che non si scioglie mai davvero. Non c’è ricerca di apertura: il suono resta chiuso, nervoso, quasi claustrofobico.
Al centro c’è una visione nichilista, che rifiuta qualsiasi forma di consolazione. “Ognuno di voi è un mio nemico” non prova a piacere né a spiegarsi: è uno sfogo compatto, diretto, che prende posizione contro il perbenismo e le narrazioni più rassicuranti. Un EP che si impone per attrito, trasformando rabbia e apatia in un’esperienza sonora che invade emotivamente.
(Serena Gerli)
“LUNA PIENA” è un EP che si muove per cicli, senza mai fermarsi davvero. Ainé, Filippo Bubbico e Lauryyn costruiscono un racconto che segue il ritmo dell’amore: avvicinamenti, distanze, ritorni. L’EP è un movimento continuo, fatto di equilibri precari e legami che cambiano forma senza spezzarsi del tutto. Il suono resta caldo e avvolgente, essenziale nelle scelte ma ricco nelle sfumature. Le produzioni lasciano spazio alla voce e alle parole, tra groove morbidi e atmosfere sospese che accompagnano senza invadere. Le ripetizioni diventano quasi mantra, piccoli punti fermi dentro un flusso emotivo che resta sempre in trasformazione.
Al centro c’è il bisogno di riconoscersi nell’altro, anche quando tutto è confuso. “LUNA PIENA” racconta un amore che orienta senza provare a tutti i costi a risolvere: un punto di riferimento fragile, che esiste proprio perché attraversa paure, silenzi e distanza. Un progetto che sceglie di restare in questa sospensione, senza chiudere davvero, lasciando spazio a ciò che può ancora succedere.
(Serena Gerli)
Con “Ricordo”, GIIN prosegue un percorso sempre più riconoscibile, fatto di introspezione e suoni sospesi. Dopo i singoli precedenti e un’estate di live che l’hanno portata a consolidare la propria identità, la cantautrice sceglie qui una direzione più intima, quasi domestica: il momento in cui tutto finisce e resta solo il silenzio.
Il brano si muove tra alternative rock e dream pop, con un produzione che richiama certe atmosfere anni 90’ rielaborate in chiave moderna; non c’è bisogno di alzare i toni, la canzone lavora per sottrazione, lasciando spazio alle emozioni.
Il problema non è stare nel caos, ma uscirne, Giin ci racconta quella sensazione di vuoto che arriva quando finiscono le distrazioni e si è costretti a fare i conti con quello che abbiamo evitato. “Ricordo’’ ci parla di solitudine senza renderla drammatica, ma diventa un’esperienza condivisibile, molti di noi sanno cosa vuol dire quando il rumore finisce e si resta davvero soli.
(Benedetta Rubini)
Con “Dove andare”, Baltimora torna dopo anni di silenzio con un brano che rifiuta la logica del ritorno “a effetto” e sceglie invece la sottrazione. Il sound è essenziale, quasi spoglio, la produzione non invade mai, lascia spazio alle parole e all’interpretazione.
Il cuore del brano è racchiuso già nell’incipit: “Dove sono gli altri? / Non tornano” Non è solo una domanda sugli altri, ma su se stessi. Chi sono “gli altri”? Quelli che sembrano più avanti? Quelli che hanno già capito tutto? La risposta è implicita: forse non esistono davvero. La scrittura diventa rifugio, spazio sicuro in cui fermarsi mentre il mondo corre. È una dichiarazione d’intenti artistica: la musica non come performance, ma come luogo di elaborazione.
Non è singolo realizzato per colpire subito, ma cresce con l’ascolto, lentamente resta nella testa degli ascoltatori. Baltimora dimostra una maturità nuova, più che un ritorno è un nuovo punto di partenza.
(Benedetta Rubini)
Due brani che si guardano da lati opposti e provano a tenere insieme qualcosa che, per sua natura, continua a sfuggire. “Alfredo” è il momento della resa, ma senza tragedia. “Alfredo” racconta una verità scomoda ma liberatoria: smettere di rincorrere una versione ideale di sé. È lì che il pezzo trova il suo equilibrio, proprio nel momento della caduta. “Una lingua a tua scelta”, invece, è più fluida, stratificata, quasi circolare. Qui il tempo si piega, le figure si sovrappongono, e anche il suono sembra seguire questa logica: più morbido, più sospeso, come se cercasse davvero una lingua possibile per dire ciò che non si riesce a spiegare.
I due brani insieme restano in quello spazio incerto dove, forse, si comincia davvero a capirsi.
(Ilaria Rapa)
Non bisogna mai distrarsi, le mode passano in fretta e chissà quale sarà la prossima. Ricordo il giorno che ho sentito, da qualche giovincello, il termine occhiali veloci e forse non ho mai capito davvero cosa sono. Ascoltando questa brano elettronico di Mille Punti, nel quale il nome di questo oggetto di outfit e stile, diventa un mantra da ballare, un modo di scendere in piazza contro il capitalismo e tutti i soldi buttati via solamente per sentirsi più cool.
La ribellione come danza, filosofia di un tempo nel quale il concetto conta molto di più di quello che poi in fondo rappresenta. Lo stile dev’essere qualcosa che si ha dentro di se, e non un accettare le idee di qualcun altro solo per non essere escluso. Mille Punti se ne frega di molte regole o semplici preconcetti, riuscendo a creare la novità che funziona e incuriosisce.
(Nicolò Granone)
Torna a casa Lassie è una lettera al futuro, ad una relazione che non esiste più, ma soprattutto una forma d’analisi, anche cinica di se stessi, uomini in fuga costante persino da se stessi. Non lo so se ci conviene.
E cosa esiste come arte di mediazione tra la curiosità e la sicurezza della routine?
Questa è una bella domanda, a cui Pit Coccato risponde con una schitarrata a tratti violenti a tratti dolce, che crea persino una forma ambigua tra testo e suono. Riesce a cercare un addio, mantenendo però la speranza di un ritorno.
C’è il dolore che nasce dal cambiamento, e forse s’identifica anche un po’ con quella sensazione di eterna adolescenza nella quale diventare grandi oltre che a provocare un senso di spaesatezza, sembra aumentare la concezione del distacco.
(Nicolò Granone)
«Ho iniziato a scrivere seguendo storie che non sembravano mie, poi mi sono accorto che mi appartenevano molto più di quanto pensassi».
Quello che ha fatto Tommi Scerd non è per nulla scontato, anzi. Elso è una canzone nata per un ragazzo che oltre a fare musica, ha scelto molte volte di seguire l’istinto, rischiando, per andare oltre e non accontentarsi. Questa storia, nata da un giro di chitarra, diventa una favola moderna.
Così il brano parla di verità, amicizia e rispetto che esiste tra chi cerca di andar dietro ai propri sogni, anche quando la strada sembra troppo ripida e una scelta sembra farsi dura.
Ne emerge una ballata sospesa in cui antico e contemporaneo si fondono, restituendo il senso di una ricerca continua. È il punto in cui due traiettorie si sfiorano e si riconoscono, trasformando un’intuizione in una canzone di vicinanza, memoria e identità.
(Nicolò Granone)
Un brano frontale, polemico, costruito come uno sfogo lucido contro lo stato della musica e del giornalismo contemporaneo.
Il testo attacca tutto e tutti, ma soprattutto non salva chi lo scrive. L’ironia diventa un’arma a doppio taglio: mentre prende in giro dinamiche di scena, retoriche da intervista e pose da artista maledetto, Umarell è una forza che si mette dentro al problema, si espone, si sporca.
Il risultato è una critica che fa ridere e allo stesso tempo brucia.
A livello sonoro, “Dissacrante” è attraversata da chitarre elettriche distorte e batterie elettroniche dal sapore anni ’80, ma con un andamento swingato, in terzine, che rende il flusso imprevedibile e quasi danzante. È un impasto ruvido e teatrale che corre senza tregua e lascia spazio alla parola di colpire.
Un pezzo che rifiuta la neutralità: sceglie di essere scomodo, di rompere il patto di complicità tra artista, critica e pubblico, e di trasformare la canzone in un luogo dove si può ancora dire qualcosa che faccia male.
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