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La libertà di dire che la corazzata Potëmkin… è una cagata pazzesca

Di Christian Gusmeroli

Era un normale sabato sera di paura, perché quello è sempre il sentimento con cui si fa lo zapping in TV di questi tempi. Per una combinazione di tasti che per fortuna non saprei ripetere finisco in una realtà alternativa in cui i Jalisse interpretano la canzone “Sempre sì” di Sal Da Vinci. Un multiverso in cui gli artisti che vantano il record di “no” ricevuti dai direttori artistici di Sanremo cantano la canzone vincitrice dell’ultimo festival, che invoca un sì eterno. In un format chiamato Canzonissima: in questo universo siamo probabilmente negli anni ’70.

Rapito dall’incongruenza della scena, arrivo fino alla conclusione dell’esibizione e quindi al momento in cui la giuria è chiamata a dare un giudizio su canzone ed esibizione. In un contesto di tripudio generale, tra applausi e invocazioni alla moltiplicazione dei pesci e dei pani di Sal Da Vinci, prende la parola Simona Izzo.

Elenca il numero degli autori, cinque, e osa sfidare l’indignazione popolare dicendo ciò che qualsiasi persona dotata di buon senso pensa: “Erano necessari cinque autori per scrivere una cosa come ‘con la mano sul petto io te lo prometto’?”

Il me proiettato in questo viaggio di multiversi si è alzato dal divano e ha fatto partire 92 minuti di scroscianti applausi, aumentati quando Riccardo Rossi ha calato il carico aggiungendo:“Abbiamo appena ascoltato ‘Almeno tu nell’universo’, che Lauzi ha scritto da solo”.

Applausi, miei casalinghi, che hanno raggiunto decibel talmente alti da annullare i fischi del pubblico belante.

Tornando seri: tutta questa filippica dove vuole andare a parare oltre a rivendicare il diritto di dire che la Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca?

A quello che è un segreto di Pulcinella: il mondo autoriale è ormai una cricca, dove ognuno cerca di mettere il proprio nome sulla prima opera “commercializzabile” per guadagnarsi la propria fetta di torta. Al di là delle battute, non è solo Sal Da Vinci il problema. Anzi, lui è pure un brav’uomo e la canzone non è nemmeno orrenda. Il mercato musicale attuale ci offre anche di peggio. Questo però non toglie che, con cinque autori, mi aspetto che tu mi scriva la nuova “Se fossi un angelo” di Lucio Dalla, per citarne una.

La cosa assurda è che solo un anno fa, su altri lidi, scrivevo di come la canzone d’autore stesse rinascendo dopo la scorsa edizione del festival. Elogiavo un podio che, al netto di un vincitore che non mi convinceva, era comunque composto da artisti che i testi se li scrivevano da soli, e non da un’intera formazione calcistica come accade nell’80% delle canzoni che circolano di questi tempi, soprattutto in radio.

Oggi ci ritroviamo a capire che quella dello scorso anno era probabilmente un’eccezione, dovuta allo spessore di artisti come Corsi e Brunori, capaci di far prevalere il merito.

Il problema delle “multiproprietà autoriali” esiste, è reale. Da una parte abbiamo gli stessi autori che lavorano per la grande major e firmano la maggior parte dei pezzi in coabitazione, contribuendo a un appiattimento qualitativo che diventa inevitabilmente anche appiattimento della varietà, dove alla fine tutto suona uguale. Dall’altra ci sono autori più o meno validi che, in un sistema ormai guidato più dal mercato che dall’arte, costruiscono i brani a più mani: uno per il ritornello forte, uno per la frase ad effetto, uno per agganciare il pubblico. E il numero delle firme aumenta. Anche questi, inevitabilmente, contribuiscono allo stesso risultato.

È un sistema destinato all’autodistruzione, se non torna indietro.

A noi cosa resta?

Resta cercare altrove. Resta leggere Indie Italia Magazine, andare a scovare le nuove uscite, settimana dopo settimana. Perché, al momento, è lì — nel cosiddetto indie — che sopravvive uno spazio in cui un autore può ancora permettersi di essere libero, senza dover chiedere il permesso al mercato.

 

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