“Weapons, not food, not homes, not shoesNot need, just feed the war cannibal animalI walk the corner to the rubble that used to be a libraryLine up to the mind cemetery now”
(Bulls on parade – Rage Against the Machine)
Ogni settimana la musica attraversa la città come un corteo. Davanti sfilano i carri più grandi: numeri, classifiche, budget, campagne, algoritmi che marciano al passo e decidono cosa dobbiamo vedere, ascoltare, desiderare. Dietro, quasi nascosti dalla polvere, arrivano invece i brani che ci interessano davvero: quelli che non salutano dal palco, non chiedono il permesso di passare e non hanno nessuna intenzione di stare in fila.
È lì che vogliamo infiltrarci. Tra una vetrina illuminata e una serranda abbassata, tra il rumore di una città che compra tutto e una chitarra che sembra voler mordere il cemento. Perché certe canzoni non entrano nelle cuffie: ci fanno irruzione. Spostano mobili, accendono stanze che avevamo lasciato al buio, trasformano una frase in una crepa e una crepa in un passaggio.
La New Indie Italia Music Week di questa settimana parte da qui: dalle nuove uscite che non accompagnano la parata, ma provano a deviarla. Canzoni che avanzano con le scarpe sporche, con qualcosa da perdere e qualcosa da dire. In un mondo che ama mettere tutto in ordine, noi continuiamo a cercare il suono che arriva e rovescia il tavolo.
Scritto dallo stesso FreshMula insieme a Leonardo de Castilho, Giacomo Biondi e Edoardo Scimione che ne hanno curato anche la produzione, FUORI DI TESTA è un brano dal sound fresco, dove sfumature jazz e un groove leggero accompagnano il flow disinvolto di FreshMula. Il pezzo racconta il bisogno di staccarsi da un mondo pieno di problemi: il traffico, i ritmi imposti, le cose da fare che non finiscono mai, un odio in costante aumento e una “dolce vita” che resta un miraggio. Da qui la scelta di ritagliarsi uno spazio tutto proprio, per difendere la propria leggerezza e tenere lontano, almeno per la durata di una canzone, il rumore di chi vorrebbe tutti “arruolati come dei soldatini”.
“Costruzioni” vorrebbe ricordarci che si può accettare l’idea di mollare, quando la complessità non accenna ad essere un bene gestibile nonostante gli sforzi che si prova a mettere in campo. Cercare di apprezzare quello che arriva dove è possibile che arrivi, senza pretendere che dall’altra parte ci sia il riflesso di quello che si sarebbe voluto vedere.
In opposizione alla densità di significato delle parole c’è una musica leggera e sincopata, quasi divertente (per la prima vera volta nella scrittura di Tueri). Un arrangiamento giocoso, che si chiude “sgretolandosi” su un finale più intimo ma allo stesso tempo più stretto e ordinato. Immagini semplici e diradate raccontano luoghi della mente e paesaggi lontani. Atmosfere evocative e ricordi d’infanzia diventano il filtro attraverso cui l’autore si guarda in prospettiva all’altro, e, proprio nel tentativo di definirsi nel rapporto con l’altro, nascono i brani del nuovo disco di Tueri Damasco.
Ancora una volta, la sensibilità di Tueri Damasco riesce a mettere in musica impressioni e atmosfere tanto rarefatte quanto suggestive, legate tra loro dalle sonorità alt-rock, che col cantautore si fanno intime e volutamente storte, riportando il sound a una dimensione organica, umana.
A volte allontanarsi è necessario per capire dove si vuole tornare, non sempre però il ritorno coincide con un luogo, una persona o qualcosa che abbiamo lasciato alle spalle; a volte significa ritrovare una parte di sé. Da questa consapevolezza nasce il nuovo album di Ariete, dodici tracce che raccontano un percorso personale, in cui l’artista ha rallentato e ha rimesso al centro la propria quotidianità. Qui le ferite non vengono nascoste, convivono con nuove domande, con la difficoltà di accettare che alcune persone, pur essendo importanti, non possono rappresentare l’unico punto di riferimento.
Il concetto di casa attraversa l’intero disco, assumendo significati diversi a seconda delle esperienze raccontate, può essere una relazione, un ricordo, una città, ma anche uno spazio interiore da proteggere. Siamo di fronte ad un viaggio che non è lineare, ma fatto di deviazioni, di tentativi di trovare un equilibrio tra il bisogno di appartenere e quello di riconoscersi. Anche musicalmente Ariete amplia il proprio linguaggio, il suo indie pop si apre a momenti cantautorali e a contaminazioni urban, portando sempre con sé la malinconia che è una delle caratteristiche più riconoscibili della sua identità. L’apertura con “l’Alveare” è significativa, introduce immediatamente il conflitto che accompagnerà l’intero album: il desiderio di trovare un posto sicuro e contemporaneamente la necessità di allontanato per poter crescere.
Tra i brani più rappresentativi c’è “Casa mia/Casa tua” con Tredici Pietro, qui il tema dell’album viene affrontato attraverso una relazione che ha lasciato tracce profonde. Una casa non è solo un appartamento ma è tutto ciò che due persone condividono: abitudini, oggetti, momenti di intimità.
Non sempre si torna dove si è partiti, a volte una relazione finisce, un luogo cambia significato, a volte siamo noi a cambiare, infatti la casa è anche la possibilità di accettare quello che siamo diventati, senza cancellare quello che siamo stati.
(Benedetta Rubini)
Ci sono relazioni che non finiscono con una decisione precisa, ma attraverso una successione di piccoli momenti; a volte si continua a stare insieme, a condividere ancora gli stessi spazi, anche se qualcosa si è spostato. In questa zona di confine, tra ciò che è stato e ciò che non si riesce più ad essere, prende forma “Oggetti Smarriti”, il nuovo singolo di Lorenzo Salvetti insieme ad eroCaddeo.
La canzone sceglie la forma della ballad, con un’impronta contemporanea e un’atmosfera nostalgica, così il racconto sentimentale rimane al centro, muovendosi in un territorio pop. Gli oggetti smarriti sono cose che esistono ancora, ma hanno perso il proprio riferimento, il luogo a cui tornare, qualcuno che li rivendichi; è una metafora che, applicata a una relazione, evidenzia tutta la fragilità di un legame, che non è del tutto scomparso, ma che non sa più dove collocarsi nel presente.
“Ma dopo quanti viaggi siamo finiti come oggetti smarriti?”, costruisce il vero centro emotivo del brano, durante il percorso qualcosa si è progressivamente deteriorato; soprattutto viene da chiederci quando succede che due persone capaci di condividere una strada smettono di sapere dove andare insieme?
Non ci offre nessuna soluzione, né una conciliazione, piuttosto ci racconta quel momento, che molti di noi hanno vissuto, in cui si comprende che qualcosa ormai non funziona più, senza riuscire a capire quando sia cominciato.
(Benedetta Rubini)
“COMPROMESSO”, il nuovo EP di Gabriele Spira, sarà disponibile da venerdì 2 ottobre per Aurora Dischi, distribuito da Universal Music Italia. Cinque tracce, prodotte da Tank, che raccontano cosa succede quando la vita ci costringe a trovare un compromesso con ciò che perdiamo e con quello che non possiamo controllare fino in fondo. Nato in un periodo segnato da molteplici cambiamenti: un trasferimento, la fine di una relazione, nuove amicizie e l’inizio di un nuovo lavoro, l’EP alterna storie personali a riflessioni sulla distanza tra ciò che vorremmo e ciò che la realtà ci permette di avere. Tra cantautorato e indie pop, con influenze funk, soul e jazz.
La prima cosa che colpisce è proprio il contrasto tra la semplicità del brano e ciò che sembra nascondersi al suo interno. “Lamantini” non cerca di raccontare una storia, né di offrire spiegazioni su quello che sta succedendo, si ferma davanti un’immagine, che diventa quasi assurda. Questa situazione di apparente ingenuità e insensatezza diventa in realtà il punto di partenza per parlare di assenza, memoria e illusione.
“Hanno portato allo zoo i lamantini”, la voce ci racconta semplicemente che qualcuno ha fatto una cosa per un’altra persona, per dimostrale che si sbagliava; inoltre lamantini, considerati inesistenti, diventano così una presenza concreta, visibile, che rimane nel tempo.
Kinder Garden gioca su l’apparente banalità delle immagini e delle parole, ma proprio qui si nasconde uno degli aspetti più interessanti del brano: i lamantini non sono soltanto animali, diventano la prova di qualcosa che prima sembrava impossibile, la loro presenza diventa quasi una risposta.
Sul piano artistico c’è un riferimento ai Beach Boys, che si inserisce in una ricerca che guarda alla musica degli anni Sessanta senza volerla ricostruire fedelmente.
In questo modo l’artista costruisce un piccolo universo emotivo in cui la leggerezza non è sinonimo di superficialità e la tristezza, non viene trasformata in un racconto drammatico e non ha bisogno di essere dichiarata per farsi sentire.
(Benedetta Rubini)
La frase “Tutto Passa” può essere una promessa, un modo per sopravvivere a un momento difficile, oppure la constatazione che niente rimane per sempre. Da questa ambivalenza prende forma il nuovo singolo dei Management del Dolore Post- Operatorio, che riporta in scena quella combinazione di teatro, rabbia e un tocco di poesia che caratterizza il percorso del gruppo. Un aspetto ben riuscito è la costruzione del paesaggio urbano, il cielo si spegne, i palazzi rimangono illuminati e le persone continuano a vivere dentro edifici artificialmente accesi.
Il cuore del brano è la ripetizione, quasi ossessiva, del titolo; all’inizio potrebbe essere una consolazione, perché se tutto passa, allora passa anche quello che ci provoca dolore, ma poi ne viene rovesciato il significato. Infatti, se tutto passa, passano anche le cose belle, le persone e i ricordi, che vogliamo far durare per molto tempo. Musicalmente la voce non accompagna solo il testo, lo attraversa e lo esaspera, quest’interpretazione fa sì che le parole mantengano una carica emotiva che arriva agli ascoltatori. Alla fine ci rimane un’unica consapevolezza, che è difficile da trasformare in una morale: tutto passa davvero, e forse non dobbiamo provare a fermato, ma imparare a starci dentro.
(Benedetta Rubini)
“Scusi, che ne dice di un caustico a Milano?”, quasi citando i Baustelle, inizierei così per parlare del nuovo singolo di Simone Matteuzzi.
Di canzoni su Milano probabilmente ne abbiamo più che fermate della metro. Eppure Matteuzzi riesce nell’impresa di scriverne un’altra trovando qualcosa di nuovo da raccontare. Perché “Milano cazzi e mazzi”, paradossalmente, è una canzone su Milano che racconta soprattutto il tentativo di andarsene da Milano. E lo fa con quell’ironia dissacrante che permette di prendere per il culo la città senza necessariamente odiarla.
Questa fuga da Milano però non conduce a un paradiso terrestre. “Niente mari e spiagge, c’è una raffineria”, canta Matteuzzi parlando di quella “Brianza sud, amore mio” verso cui cerca disperatamente di tornare. Perché casa non deve necessariamente essere bella per mancarci. E forse proprio qui Milano cazzi e mazzi smette per un attimo di essere soltanto una canzone ironica sulla città e diventa una strana dichiarazione d’amore alla provincia. Il testo poi si sviluppa in un’epica sul viaggio da fare invidia a Ulisse, tra Share Now che non funzionano, mezzi, camminate, treni, personaggi incontrati e pensieri che partono per conto loro. Un flusso che definirei “a cazzo”, da qui probabilmente il titolo. Ma è proprio questo caos il senso della canzone: il flusso mentale di uno che sta cercando semplicemente di rientrare a casa attraversando Milano.
E il caos non si limita al testo. Anche musicalmente “Milano cazzi e mazzi” sembra non voler stare ferma da nessuna parte. Elettronica, fiati, pianoforte, armonica e persino qualcosa che sembra provenire da uno stornello da osteria finiscono nello stesso calderone. Sulla carta potrebbe essere un gran casino. E in effetti lo è. Solo che funziona. Tutto ciò porta a una canzone divertente, orecchiabile e non banale. Perchè se Milan l’è un gran Milan anche i cazzi e i mazzi devono esserlo.
(Christian Gusmeroli)
Cristiano Sbolci è “Fuorimoda”. E non è solo il titolo del suo ultimo album, uscito a maggio di quest’anno. È proprio il suo stile che, per chi ama i canoni e seguire le mode, può risultare fuori dal tempo. Ed essere fuori dal tempo è una qualità, in questo mondo. Ascoltando le sue opere non puoi fare a meno di ritrovarti a pensare e a immaginare i mondi dei cantautori di un passato che sembra sempre più lontano.
Non sorprende quindi che il singolo uscito questa settimana sia una rivisitazione di una canzone di Piero Ciampi, “Lungo treno del Sud”. Cristiano, classe 1989, condivide con il cantautore anche la livornesità, quasi a creare un ponte tra due generazioni separate da oltre mezzo secolo.
E forse essere “fuorimoda” significa anche questo: non avere bisogno che una canzone sia nuova per sentirla contemporanea. Sessantatré anni separano l’originale di Ciampi dalla rilettura di Sbolci, ma le canzoni, quando funzionano davvero, hanno uno strano rapporto con il tempo e Piero Ciampi era uno che di canzoni, e di testi, ne sapeva.
E forse proprio quel lungo treno diventa oggi il mezzo perfetto per collegare due epoche lontanissime tra loro. Sbolci non sale a bordo per provare a diventare Ciampi, né avrebbe senso farlo. Prende una canzone che ha più di sessant’anni, con un testo che era poesia, e la fa viaggiare ancora, portandola fino al presente senza preoccuparsi troppo di quanto possa essere distante dai gusti musicali di oggi.
Tutti dovreste approfittarne per salire su questo treno e scoprire, per chi non lo conoscesse già, il genio di Piero Ciampi. A tutti coloro che non lo faranno, la dedica della sua “Adius” è necessaria.
(Christian Gusmeroli)
Fare finta di niente è una delle attività in cui da adulti diventiamo bravissimi. Va tutto bene. Tranquilli. Nessun problema. Poi magari dentro sta andando tutto a rotoli, ma intanto continuiamo a fare quello che dobbiamo fare. Gli Amari tornano dopo quasi dieci anni e chiamano il loro nuovo album proprio “Finta di niente”. Probabilmente non potevano trovare titolo migliore: sono tornati facendo finta di nulla. Come se dieci anni di assenza fossero una bazzecola. Evidentemente trovare la formula esatta del “pop sbagliato” richiedeva tempo. E già qui qualcosa non torna: perché se il pop è sbagliato ma funziona, siamo sicuri che sia davvero quello sbagliato?
Così chiamano loro questo contenitore in cui possono convivere elettronica, cantautorato, rap e canzone pop. Forse “sbagliato” proprio perché non sembra avere troppa voglia di rispettare le regole di ciò che dovrebbe essere pop. In quasi dieci anni cambiano parecchie cose. Cambiano le case, i lavori, le relazioni, cambiamo soprattutto noi. Gli Amari fanno finta di niente e ripartono da dove li avevamo lasciati. O forse no, perché nel frattempo sono cresciuti loro e sono cresciuti anche i problemi da raccontare. Alla fine questo album è quindi come riaprire una capsula del tempo e vedere chi eravamo e chi siamo diventati. Un diario della crescita da scoprire traccia dopo traccia.
E dentro questo diario c’è un po’ di tutto quello che significa diventare adulti. Ci sono desideri che facciamo fatica persino a riconoscere, ansie, rapporti, genitorialità, errori che ci portiamo dietro e altri che rischiamo di ereditare. Temi diversi che finiscono però per raccontare la stessa cosa: crescere non significa necessariamente aver capito come funziona la vita. Significa forse soltanto essere diventati più bravi a convivere con le domande. E, appunto, ogni tanto a fare finta di niente.
Come dice il loro ultimo, e a mio gusto bellissimo, singolo: “Tutto torna”. E alla fine sono tornati anche loro.
(Christian Gusmeroli)
La forza del grido interiore. Anche se i Velia fanno esplodere la loro potenza estensiva, è dell’implosione che parlano. Lo strazio, il tormento che passa da acuto a, purtroppo, cronico e regolare. In quest’ultima forma perfettamente riprodotto dalla parte finale più cadenzata e accompagnata da percussioni. È il limite dell’incomunicabilità tra due persone. La paura di dover dire ad alta voce ciò che ci manca, perché significherebbe non essere più capiti come un tempo. O, peggio, il rischio di non essere capiti lo stesso (“seguire istruzioni precise ti mette in difficoltà”).
Tremo parla di amore vero, o un tentativo di amore, o ancora di un amore che non funziona. Quindi di tutte le relazioni possibili, segnate dal “peso del nostro silenzio”. Intimo, abissale eppure totalitario alla luce. Disincantato ma struggente. Non romantico, semplicemente vero.
(Stefano Giannetti)
Contro il mondo, le regole e il tempo. Non una ribellione di protesta, ma una ricerca di libertà. In buona parte trovata nello Zalib dell’Arci di Roma, che dà il titolo a una traccia e all’intero EP. Tra “House palermitana” e funk, Zelib Garden festeggia un’identità trovata nel tempo sospeso, sotto le casse a ballare oppure fermarsi su una sdraio nel Garden. E così con Cip Cip si parte, in Inglese, Francese e Palermitano, in un viaggio in auto con una radio che accompagna e che viene pure ignorata, come in ogni addio o arrivederci che si rispetti. La rivolta prosegue con la visionaria e funky Cookie’s Party, una The Wall giocosa dove quattro bambini rifiutano qualsiasi etichetta ed educazione, anche la più basilare.
Col bambino che sa cosa NON vuole ma deve chiedere alla mamma dove si trova la banca che vuole assaltare. “E ognuno può chiamare i genitori se gli manca casa”. E questo è il volto di tutto il progetto: ribellarsi anche alla ribellione, diventata essa stessa negli anni un utopico preconcetto quasi quanto la pretesa di educare l’umano dall’altro lato. Qui si È e basta. Siamo allo Zalib e va tutto bene. Anche se fuori tutto crolla. Siamo all’Arci e passano diciotto minuti di A spiritual thing happened to the world, che è a dispetto del commercio e della tendenza all’ascolto veloce, ok, l’avranno scritto in molti. Ma non c’è protesta in questa lungaggine. È solo un invito. I Dov’è Liana sono allo Zelib, a suonare e contemplare il tempo che ci fa credere di fermarsi. Chi vuole, si unisca.
(Stefano Giannetti)
Dopo il primo capitolo pubblicato a gennaio, i Mood tornano con un nuovo lavoro che sposta la loro ricerca elettronica dalla dimensione individuale a quella universale. “Transparencies, Vol.2” mantiene l’attitudine sperimentale del duo, ma la apre a una maggiore varietà di forme e sfumature, tra sequenze trance, synth incalzanti e beat frammentati che incontrano pop, R&B, soul, dance e house. Il risultato è un equilibrio tra immediatezza e stratificazione, in cui ogni ascolto lascia emergere nuovi dettagli. Se il primo volume raccontava la trasparenza come un processo interiore, qui il dancefloor diventa uno spazio condiviso, dove l’identità si perde per un momento nella relazione con l’altro. Un disco elettronico e mutevole, costruito per trasformare la complessità in movimento.
(Ilaria Rapa)
Essere fuoricorso non significa necessariamente essere rimasti indietro. A volte significa semplicemente aver smesso di seguire una tabella di marcia che non ci appartiene. È da questa consapevolezza che nasce FUORICORSO, il nuovo album di Matsby, cantautore genovese che raccoglie dieci tracce intorno alle aspettative dell’età adulta, alle relazioni, alle scelte e alla difficoltà di capire dove si dovrebbe essere quando ancora non si sa dove si vuole andare.
Al centro resta una generazione che non ha ancora trovato le proprie risposte e forse ha smesso di pretendere di averle. “FUORICORSO” non prova a indicare una direzione precisa, ma legittima il dubbio, la deviazione e persino la sensazione di essere fuori tempo. Perché forse crescere significa anche capire che non esiste un’età giusta per arrivare.
(Ilaria Rapa)
“bar speranza” prende un luogo ordinario e lo trasforma in un osservatorio sul mondo. Il bar di Westcross è fatto di tavolini, conversazioni, solitudini e incontri casuali: persone che arrivano con i propri problemi, si fermano per qualche ora e poi tornano fuori, lasciando dietro di sé una storia. Ogni brano sembra così guardare la realtà da un tavolo diverso, raccogliendo frammenti di vita.
Musicalmente il disco amplia lo storytelling hip hop di Westcross attraverso sonorità e riferimenti internazionali, costruendo un paesaggio capace di cambiare insieme alle persone che lo abitano. Le collaborazioni con Massimo Pericolo, Post Nebbia, Dutch Nazari, Frah Quintale e TÄRA aggiungono prospettive differenti, senza togliere centralità alla voce dell’autore. Il risultato è un album attraversato da atmosfere diverse e tenuto insieme dalla stessa attenzione per la narrazione.
Il bar diventa allora qualcosa di più di uno sfondo: è il posto in cui le vite degli altri si incrociano e, osservandole, si finisce inevitabilmente per riconoscere anche qualcosa di sé. Le suggestioni letterarie e cinematografiche entrano nell’immaginario del disco, contribuendo a creare una dimensione quasi da film corale. “bar speranza” racconta così un’umanità molto concreta, fatta di desideri, fallimenti, leggerezze e giornate qualsiasi, ricordando che a volte basta sedersi ad ascoltare per capire molto più di quello che si stava cercando.
(Serena Gerli)
Con Ranieri / Balotelli, i Materazi Future Club mettono a confronto due figure che hanno rappresentato il calcio italiano in modi quasi opposti. Da una parte l’eleganza paziente di Claudio Ranieri, dall’altra l’irrequietezza di Mario Balotelli: due percorsi internazionali, due personalità difficili da ridurre al semplice risultato sportivo. I due brani prendono infatti direzioni molto diverse. Ranieri conserva una dimensione pop e sognante, con un andamento emotivo che richiama la natura quasi irripetibile dell’impresa del Leicester. Balotelli procede invece tramite una struttura dance deformata, con il basso a tenere insieme il movimento e un crescendo che rinuncia al ritornello tradizionale per lasciare che sia il ritmo a guidare il pezzo. In entrambi, il suono resta profondamente legato all’estetica post-punk ed elettronica del gruppo.
Tra cori da stadio, telecronache e frammenti di interviste, i Materazi Future Club trattano il calcio come un materiale culturale a tutti gli effetti. Le voci che arrivano dal campo si sovrappongono alla musica fino a diventare parte della composizione, restituendo quella dimensione collettiva e rituale che circonda questo sport. Ranieri / Balotelli mette così in scena due modi differenti di stare dentro lo stesso universo, usando il contrasto tra i protagonisti per costruire un altro tassello dell’immaginario dei Materazi.
(Serena Gerli)
Ma tu come stai tu, la guardi ancora la televisione?
Il dolore vende, la paura alza la soglia dell’attenzione però siamo sicuri che c’importi davvero quello che succede agli altri o semplicemente è più comodo sentirci al sicuro dentro la nostra bolla?
Nel reality del nostro quotidiano c’è sempre qualcuno pronto a giudicare o a dirci cosa dovremmo fare, rendendo pesante l’aria in questa stanza e in alcuni momenti cambiano completamente i paradigmi per essere accettati e rispettati. In questa grande confusione Farnese con Moda scrive un brano sincero che cerca di ripartire dal sentire e dal piacere dei piccoli gesti quotidiani, provando a rimanere estraneo a certe dinamiche.
(Nicolò Granone)
Quando si alza la voce spesso capita di essere arrabbiati o stufi di non venire capiti più che ascoltati, però ci sono situazioni in cui fare più rumore non serve a nulla, se non a peggiorare le cose. Con Canzone Sospirata Cromosauri scelgono la via del dialogo, del rispetto e persino quella di una paura non da evitare, bensì da conoscere e provare a comprendere.
Ci sono paure che prendono la forma di qualcosa di concreto, riconoscibile, quasi rassicurante nella loro presenza. I vizi, le debolezze, i mostri che impariamo a conoscere così bene da sapere perfino dove trovarli. E poi ce n’è un’altra, più silenziosa e difficile da nominare: quella di sbagliare così tanto da finire per rinunciare a ciò che potrebbe renderci felici.
“Canzone Sospirata” non cerca una via d’uscita. Non c’è redenzione, né la promessa di diventare finalmente qualcuno di migliore. I mostri restano dove sono. Cambia, semmai, il modo di guardarli. Ci sono segni che istintivamente vorremmo cancellare. Tracce che sembrano appartenere a qualcosa da lasciarsi alle spalle. Qui accade il contrario: il dolore non viene rimosso, ma lasciato sedimentare
A volte non sappiamo cosa potrebbe farci stare bene, però sappiamo benissimo cosa ci potrebbe ferire, e inevitabilmente ci cadiamo dentro, anche se ci eravamo promessi di smettere.
(Nicolò Granone)
Una delle regole di vita civile è quella dove la libertà personale non deve mai intaccare quella degli altri. Pevecic si trova, suo malgrado un po’ incastrato in questa morale dato che ci sono situazioni che aiutano qualcuno, danneggiando però qualcun altro. È un po’ il paradosso del bene e così, sente la necessità di affidarsi al proprio istinto partendo alla ricerca di Un posto per me.
Il mondo talvolta è feroce, agisce d’impulso anche quando prima ci sarebbe da comprendere la situazione e spesso decide consapevolmente di essere indifferente, invece di provare a trovare soluzioni logiche e condivise.
Nel corso degli anni l’uomo ha costruito una società sempre più individualista, nel quale la comunità sta perdendo valore in cambio di ricerca di maggior guadagno o prestigio sociale. Così però non funziona. Ogni tanto bisognerebbe acquistare la consapevolezza che anche noi ne facciamo parte e se ognuno iniziasse a pensare piuttosto che accettare forse ci potrebbe essere la speranza di un cambiamento.
(Nicolò Granone)
Potevamo essere una bella storia, da raccontare agli altri quando ci si annoia, per dire…
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