“Un giorno come tanti ma non certo per qualcuno
qualcuno che da giorni mesi anni sta lottando
contro chi di questo stato na gabbia sta facendo
reprimendo ascolta dico reprimendo
chi da solo denuncia e combatte sti fetiente
e sa bene che significa emarginazione
esattamente quanto costa amare un centro sociale”
(Curre Curre Guagliò – 99 Posse)
Ci hanno insegnato che le cose vanno così, che il mondo non si cambia, che certe battaglie sono già perse prima ancora di cominciare. Ma ogni generazione ha il diritto di mettere in discussione ciò che eredita, di ribellarsi alle ingiustizie e di immaginare un futuro diverso.
La musica è sempre stata una delle voci più potenti di questa necessità. Dalle strade alle piazze, dai centri sociali ai piccoli palchi indipendenti, le canzoni hanno raccontato il disagio, la rabbia, le contraddizioni e la voglia di riscatto di chi non ha mai accettato di restare in silenzio.
Perché cambiare significa anche scegliere da che parte stare, riconoscere le disuguaglianze, dare spazio a chi non viene ascoltato e trasformare l’indignazione in partecipazione.
E se la rivoluzione non cominciasse con un grande gesto, ma con una voce capace di risvegliarne altre?
Questa settimana, con New Indie Italia Music Week, andiamo alla ricerca di quelle voci. Di chi usa la musica per raccontare il presente, mettere in discussione il potere e ricordarci che un’alternativa è sempre possibile.
Perché il cambiamento non aspetta il permesso di nessuno. E la musica, quando ha qualcosa da dire, non chiede il permesso di farsi sentire.
“Bitte Leben”, ti prego vivi in italiano, è quello che esclamo ogni volta che ascolto Francamente, rivolgendomi al genio artistico che arde dentro la cantautrice torinese di nascita e berlinese d’adozione. A sorpresa torna con un inedito, “Binari”, e lo fa per annunciare la prossima uscita in vinile del suo album “Bitte Leben”, finora disponibile soltanto in digitale.
Per gli amanti della musica “fisica” un disco di questa caratura non può mancare nella propria collezione. Un’opera prima che però ha tutti i pregi e la maturità di album di artisti con esperienza alle spalle. Ma di questo avevamo già parlato ad aprile e vi invito a recuperare eventualmente l’uscita 267 di questa rubrica.
Tornando a “Binari”, Francamente prende in prestito l’immagine dei binari ferroviari, destinati a correre paralleli, attraversare gli stessi paesaggi e toccare le stesse stazioni senza incontrarsi mai, per raccontare la relazione tra due persone. Possono condividere un pezzo di vita, magari lo stesso letto, senza però immaginare lo stesso futuro. E così, mentre una immagina già una vita insieme, l’altra potrebbe essere diretta verso una destinazione completamente diversa.
Ed è proprio qui che Francamente dimostra ancora una volta la sua capacità di raccontare i sentimenti senza ricorrere alle solite dichiarazioni d’amore. Ci sono il desiderio, la passione, la voglia di perdersi nell’altra persona, ma anche quella malinconia che accompagna la consapevolezza di non desiderare necessariamente le stesse cose. Il tutto accompagnato da sonorità che guardano agli anni Ottanta, capaci di dare movimento a una canzone che, nel testo, racconta invece la difficoltà di procedere insieme.
Del resto, anche quando corriamo su binari paralleli, non è detto che dobbiamo smettere di viaggiare. E a Francamente chiederei soltanto di continuare a farlo, perché di album e canzoni come queste abbiamo ancora bisogno.
(Christian Gusmeroli)
Il mostro sono io che devo ammettere di aver conosciuto Brando Madonia solo in questo weekend. Ok, il mondo musicale è vario ed è impossibile conoscere tutto ma questa è solo un’attenuante. Nella mia enciclopedia mentale del cantautorato sono ben felice di anteporre alfabeticamente Madonia, Brando a Madonia, Luca.
“Il mostro”, il singolo che mi ha portato ad ascoltare il resto della produzione di Brando, è un testo maturo e introspettivo.
Da bambini avevamo paura dei mostri nascosti sotto il letto. Crescendo abbiamo scoperto che non erano lì sotto, ma dentro di noi. E la fregatura è che, mentre quelli dell’infanzia sparivano accendendo la luce, questi continuano a farci compagnia anche in pieno giorno. Di questo parla questa canzone. E lo fa senza cercare di sconfiggere quel mostro, ma provando a riconoscerlo. Perché le nostre fragilità, le paure e le contraddizioni non sono necessariamente qualcosa da eliminare. Sono parte di ciò che siamo, anche quando preferiremmo far finta del contrario.
«E questo mostro sai / somiglia molto a me», canta Brando. Ed è forse proprio questo il passaggio più significativo del brano. Il mostro non è più un nemico sconosciuto, ma qualcuno che incontriamo ogni mattina davanti allo specchio. Del resto, siamo diventati bravissimi a mostrare agli altri soltanto quello che vogliamo far vedere. Nascondiamo le insicurezze, mascheriamo le paure e cerchiamo di sembrare sempre all’altezza delle aspettative. Salvo poi scoprire che tutta questa fatica per apparire perfetti non ci rende necessariamente migliori. Insomma, il mostro sono io. Ma almeno, grazie a Brando Madonia, adesso siamo in due a saperlo. Spero che anche voi, e il vostro mostro interiore, vi sentiate invogliati adesso a riscoprire questo artista.
(Christian Gusmeroli)
Con ‘O cavallo ’e ritorno, Battista trasforma il rap in uno strumento di denuncia sociale, intrecciando memoria storica e contraddizioni del presente. Il rapper di Castel Volturno rilegge l’Unità d’Italia attraverso le ferite del Mezzogiorno, denunciando disuguaglianze, pregiudizi e sfruttamento. Il racconto si allarga poi al colonialismo africano e alle migrazioni, individuando nelle ingiustizie di ieri le radici di quelle contemporanee. La metafora del cavallo di ritorno diventa il simbolo di un sistema che prima sottrae e poi pretende qualcosa in cambio. Un brano politicamente incisivo, che restituisce al rap la sua vocazione più autentica: raccontare ciò che troppo spesso viene ignorato.
Prima Brando Madonia mi ha fatto scoprire che il mostro sono io. Adesso arriva Margherita Vicario a spiegarmi che sono anche la persona che più mi odia. Di questo passo, entro la fine della settimana, avrò bisogno di uno psicologo. Scherzi a parte, “La persona che più mi odia” di Margherita Vicario è un altro pezzo introspettivo ed è praticamente la seconda parte del brano “Ho chiesto aiuto” di cui abbiamo parlato un mesetto fa.
Nel primo brano, in ordine cronologico, c’è la difficoltà di affrontare il proprio malessere e la necessità di chiedere aiuto; nel secondo emerge un ostacolo ancora più intimo, quello di riuscire a perdonare sé stessi. «Che perdono sempre tutto a tutti, tutto a tutti tranne a me».
C’è una contraddizione che conosciamo bene: sappiamo essere comprensivi con gli altri, trovare giustificazioni ai loro errori, concedere seconde possibilità. Quando però siamo noi a sbagliare, diventiamo giudici inflessibili. I fiati che accompagnano la canzone danno ulteriore intensità a un testo già particolarmente incisivo.
Questo singolo anticipa l’uscita dell’album “Un tripudio di pelle e di baci” prevista per il 20 novembre. Chiudo con una certezza: quando Margherita si domanda chi sia «la persona che più mi odia», non penserà di sicuro a me. Perché sono consapevole che Margherita Vicario è sinonimo di qualità.
(Christian Gusmeroli)
Il titolo riprende il gioco Fuck, Marry, Kill, in cui a ogni nome viene associata una delle tre azioni, trasformandolo in una riflessione sulla tendenza contemporanea a classificare, semplificare e giudicare le esistenze degli altri. Ogni canzone è una nave su cui salpare, che ci può portare a destinazione e, allo stesso tempo, stravolgere l’esistenza. E Gloria, ripercorrendo proprio il suo legame con il mare, nelle immagini del porto dove è cresciuta, racconta le sue storie, che sono anche le nostre, tra forme di felicità da afferrare, un sistema viziato dalla performance, amori materiali e un futuro che non ha bussole, se non le intenzioni che più ci rappresentano.
Dobbiamo prendere la decisione più difficile e cruciale: vivere nella finzione oppure spezzare ogni tipo di sceneggiatura, riscrivendo la propria; ma forse, più nel profondo, la vera rivoluzione è prendersi la libertà di non dover interpretare nessun personaggio. E, nel momento in cui viene acquisita quella consapevolezza, comincia la più grande sfida quotidiana; ovvero, rimanere se stessi. Proprio su questo aspetto si forma la tela su cui Gloria riscrive i tratti della sua personalità, con uno sguardo profondo nei confronti di un mondo attorno che duplica copioni di vite già scritte e che spesso non ci appartengono.
Come nasce un disco? Tancredi ha deciso di mostrarcelo documentando su YouTube il suo nuovo prossimo lavoro Odissea 2001. Un esperimento, una dichiarazione: “ Farò un disco in 9 giorni, una canzone al giorno”. Schegge (le foglie) è il primo capitolo di questo tentativo dell’artista di far entrare l’ascoltatore nel cuore del processo creativo di una canzone. Ed ecco che oltre all’ascolto del pezzo possiamo osservare le intuizioni, i confronti tra artista e produttore, la libertà di sperimentare qualcosa di nuovo. Un’idea ancora più interessante se si pensa che tutto nasce lì, in quel momento, nessun brano già scritto o arrangiamenti esistenti: solo creatività e talento.
Schegge è il primo pezzo che vediamo e sentiamo letteralmente nascere. Un ritornello sussurrato che racconta la storia di due persone che si sono fatte scudo dentro uno scenario di guerra tra fili spinati e proiettili. Un’unione destinata a finire e che lascia nella persona più coinvolta schegge, nostalgia e ricordi.
“Di noi rimarranno le schegge, ti ricorderò per sempre”
(Martina Bianchini)
Maschere nere, totale anonimato, ospiti d’eccezione. Questa è la scelta degli XXX Collective, un collettivo che vuole prima di tutto mettere al centro dei propri lavori la musica senza preconcetti su ciò che sono stati prima gli artisti nei loro vecchi progetti ma soprattutto liberti nelle tematiche trattate. Trampy Cowboy incuriosisce sia per le sonorità cupe e folk che per il testo ironico ma incisivo che in poche strofe denuncia la voracità e la voglia di possesso e distruzione a cui dobbiamo assistere al giorno d’oggi da parte di alcune persone. “sell the world / blow the world / trade the world“
È però la voce di Nada che con la sua teatralità mette a nudo l’ostentazione del potere, ridicolizzandolo e denunciandolo. Quello che però dobbiamo aspettarci dai prossimi lavori si differenzia molto da questo prima singolo. Il richiamo western di questo brano verrà infatti abbandonando per lasciare spazio a sonorità più rock ed elettroniche. D’altra parte siamo davanti ad un collettivo che raccoglie artisti provenienti da svariati mondi della musica ma anche appartenenti a diverse generazioni.
A giudicare da questo prima lavoro, dal sapere che alla guida di tutto c’è Andrea Pachetti, non possiamo che aspettarci qualcosa di coraggioso e innovativo.
(Martina Bianchini)
Cosa faremo da grandi? Io me lo chiedo ancora oggi che ho compiuto quarant’anni. Ci sono giorni in cui sento di aver vissuto mille vite, giorni in cui sento di dover ancora imparare molto. Un giorno so chi sono e cosa voglio, quello successivo mi sento persa.
Nascere, Inciampare, Crescere è l’album d’esordio di Millealice, ma soprattutto 12 brani che mi hanno sussurrato “non sentirti sola, non lo sei affatto”
Dal momento in cui nasciamo ci troviamo costantemente davanti a delle scelte che nel bene o nel male segneranno la nostra vita. Tentativi, errori, inciampi che ci plasmano più delle nostre vittorie.
Millealice possiede il giusto timbro, dolce, ironico, pungente, per accompagnarci in questa processo di crescita che è la sua ma anche la nostra.
Tutti infatti siamo inciampati almeno una volta in un amore sbagliato (Come fosse domenica) o che non ti dedica il tempo che meritiamo ( Quanto tempo).Siamo inciampati mentre cercavamo noi stessi (pezzo per pezzo) ma anche quanto ci siamo trovati prendendo consapevolezza di noi ma non siamo riusciti a spiegarlo agli altri (io sono io). Quante volte sono inciampata anche io lottando a suon di schiaffi con me stessa (Mi curo da sola).
Piccoli grandi capitomboli che ci sbucciano le ginocchia. Graffi che però possono essere cicatrizzati dalla musica. Musica che ti smaschera, ti guarisce e ti accompagna nella crescita. E come nella vita il processo non può avere la stessa melodia, anche questo album presenta varie sfumature: c’è una matrice indie-pop, produzioni minimali dove il piano culla i pensieri ma anche scelte più complesse colorate di influenze latin ed elettronica. Forse la risposta più giusta alla domanda iniziale è proprio quella che ci regala Millealice nell’outro di questo gioiello di album
“ e così quando sarò grande sarò come me” perché non c’è nulla di più bello ed appagante di rimanere fedeli a se stessi, fieri di tutte le esperienze che abbiamo vissuto e che ci hanno formato.
(Martina Bianchini)
Un viaggio a ritroso per ritrovare l’essenziale. “altro/alto” di Boetti è un disco che guarda al passato non per nostalgia, ma per interrogare un presente sempre più veloce e immateriale. Nove tracce senza percussioni, dove sintetizzatori analogici e suggestioni cinematografiche (da Morricone a Rota, passando per Badalamenti) costruiscono un paesaggio sospeso, materico e volutamente imperfetto. Anche l’immaginario visivo segue la stessa direzione, tra VHS, fotografia analogica e simboli dipinti bendati, rinunciando alla possibilità di correggere e perfezionare il gesto. Un ritorno all’indietro che diventa, alla fine, una ricerca dell’umano: di ciò che resta quando tutto il superfluo viene tolto.
(Ilaria Rapa)
“Senza Armi” ci suggerisce immediatamente una condizione di vulnerabilità, essere disarmati significa rinunciare agli strumenti con cui siamo abituati a proteggerci. Tuttavia non deve essere vista come una debolezza, ma piuttosto come una possibilità per indagare il rapporto con sé stessi e il fatto che ogni conflitto, anche quello interiore, debba necessariamente concludersi con un vincitore e uno sconfitto.
Sul piano musicale, il brano nasce da un processo condiviso tra 3D e Nayt, che hanno lavorato insieme alla produzione, alla scrittura e all’arrangiamento. Il risultato si inserisce nell’ambito urban e mette al centro la componente narrativa del testo, lasciando che sia la progressione delle domande a sostenere il percorso emotivo.
Il riferimento al rapporto tra mezzi e fini richiama una questione morale antica, ma ancora profondamente attuale: fino a che punto possiamo giustificare ciò che facciamo in nome del risultato che vogliamo ottenere? È una domanda che si collega direttamente al tema della guerra, perché ogni conflitto tende a costruire una propria narrazione della necessità, trasformando le azioni in strumenti legittimi per raggiungere un obiettivo. Forse non è necessario vincere sempre, né dimostrare continuamente di essere invulnerabili.
(Benedetta Rubini)
A volte dobbiamo ricercare il bambino che siamo stati per ritrovare noi stessi, alcune parti di noi scompaiono senza che ce ne accorgiamo e quando ci voltiamo indietro ci chiediamo come sia successo. Da questa sensazione nasce “Nascondino”, scritto da Naska insieme ad Antonio Cirigliano, dove l’energia irriverente e l’attitudine punk-rock lasciano spazio ad una dimensione più raccolta, nella quale la vulnerabilità non viene nascosta.
Il punto di partenza è questa semplice immagine: un adulto che cerca un bambino scomparso, che si scopre essere un ricordo d’infanzia. La scelta del gioco del nascondino funziona bene, nella canzone chi cerca è adulto e il bambino sembra aver imparato a nascondersi fin troppo bene; così la ricerca diventa una metafora del rapporto con il proprio io.
Musicalmente ascoltiamo una ballad rock con un linguaggio diretto ed emotivo, la scrittura è molto chiara e la dimensione rock permette di mantenere una tensione coerente con ciò che viene raccontato. Naska trasforma un’esperienza personale in un’esperienza condivisibile. Chi non ha mai avuto la sensazione di essersi allontanato da una versione precedente di sé?
(Benedetta Rubini)
Con “Marea d’Amore”, il secondo EP, il duo cambia prospettiva: il centro del racconto non è più soltanto l’individuo, ma ciò che accade quando la propria traiettoria incontra quella di qualcun altro. La marea a cui fa riferimento il titolo vuole sottrarre all’amore l’idea che sia qualcosa di stabile, un sentimento può raggiungere la massima intensità per poi calare di nuovo e lasciare spazio a nuove domande.
L’apertura è affidata a “Fallo tu, osa”, la domanda “Stasera facciamo qualcosa?” diventa un ritornello circolare, seguito da risposte che rimandano all’altra persona la responsabilità di fare il primo passo. Con “Sapore” l’Ep acquista una sfumatura diversa, qui la distanza si manifesta anche attraverso lo schermo e la marea è collegata anche a ciò che resta quando l’amore si ritira.
La chiusura invece avviene con “Vivo”, un brano che sposta l’attenzione sulla decisione di muoversi verso qualcuno, “Vivo al limite del tuo orizzonte” è l’immagine centrale. L’altra persona rappresenta sia una direzione che una distanza da superare. Sul piano sonoro, “Marea d’Amore” si inserisce nella direzione elettro-pop già delineata dai Morama, ma nei sei brani si alternano momenti di un pop più immediato ad altri più raccolti. L’amore non è un’emozione da fissare in una forma definitiva, ma un’esperienza che cambia insieme alle persone che la vivono.
(Benedetta Rubini)
“Ci vorrebbero più vite per imparare a stare insieme agli altri.”
Una critica, un’autocritica e una semplice ma profonda considerazione. Abitudini ha un ascolto che scorre ma lascia qualcosa sotto pelle dopo. Simbolico il coro che entra nel ritornello, quando si raccomanda di imparare a considerare gli altri come qualcosa di diverso da una barriera. Che le nostre abitudini non sono mai “sane”, se non accettiamo e non impariamo a stare con gli altri. Il ritratto di una verità che è lì davanti a noi in ogni momento ma che proviamo a scacciare spesso coi riempitivi del nostro quotidiano egoista. Con le nostre abitudini. Appunto.
(Stefano Giannetti)
“Ti costruirei un mondo intero coi pezzi che ho rotto.”
Una ballata interrotta da una confessione arrabbiata, sia contro chi non meritava l’amore dato, sia contro sé stessi. I donatori. Un brano in piena come il fiume di lacrime che si è lasciati scorrere solo alla fine, dopo tanto tempo a mentirsi, a scendere nell’ombra insieme a quella persona che si teneva e ci teneva lì, nel nome di una relazione che forse era ormai di comodo, o un’abitudine. Una lezione pesante da imparare, specie per il tempismo che si spera più efficiente la prossima volta. Ma le storie sono così, almeno una delle due parti ci crede, e non è un investimento da cui ci si stacca facilmente. Perché è anche staccarsi da sé, essendosi totalmente donati.
Intenso e empatico.
(Stefano Giannetti)
È più violento il distacco definitivo o i suoi segnali in anticipo? La voce di Anamirta è un incantevole ma spiazzante frantumarsi di vita in cristalli. La base, nelle sue distorsioni, la serve perfettamente. È comprensibile questa manifestazione del dolore, ma al tempo stesso impenetrabile. Perché la sofferenza è strettamente personale. Tutti riconosciamo quella degli altri ma nessuno può metterci le mani dentro oltre un certo punto. Possiamo solo così ammirare il coraggio emotivo e stilistico di questo brano raffinato che lascia la sua godibilità sul filo di un rasoio, che non vuole essere nulla, perché era uno sfogo necessario.
(Stefano Giannetti)
Si fanno i conti con la realtà quando le cose succedono, si può fare un bilancio quando la tempesta è passata e capire cosa è rimasto in piedi. I CASSANDRA ribaltano questo ragionamento partendo dalle incertezze del presente e tutte le sue paure di quello che sarà, anticipandone la malinconia, quasi con curiosità.
Mi mangio le mani è la voglia di crescere senza rinunciare alla propria libertà, compromesso difficilissimo dato che la ragione e i pensieri cercano di anticipare le conseguenze. Per cercare di evitarle si creano delle trappole e si vive sempre in bilico, con il cervello che fa domanda ad un cuore che ha il timore di sentire certe risposte.
Ecco le bestemmie degli anziani esprimono il rimpianto, ma anche la rabbia per situazioni che con il tempo bisogna imparare ad accettare, anche controvoglia. Dove finirà quindi ogni pensiero catastrofico?
(Nicolò Granone)
Devo stare attento quando mi sorride, inizia così una relazione tossica che cura e ferisce allo stesso tempo. Un amore che vuole tutto, prende, toglie e stravolge rendo tutto sia perfetto sia bastardo.
Davide Shorty con il sound rende questa situazione sexy e accattivante e poi piano piano alza il suono della tensione, creando un climax che potrebbe esplodere addirittura in violenza. Si percepisce l’esasperazione dei sentimenti, il dovere di aver ragione e l’idea che è meglio soffrire piuttosto che andare via.
La colonna sonora di una relazione tossica che riesce a ferire i sentimenti ed esporci davanti alle contraddizioni di certi rapporti che si alimentano di dolore.
(Nicolò Granone)
La tecnica del chiodo schiaccia chiodo non funziona per Lorenzo Girotti e De.stradis certe persone sono uniche e non si può fare finta di vederle in altri dettagli, che in realtà sono solamente una proiezione di un qualcosa che ci è rimasto addosso.
Quando si prova amore, o anche semplicemente affetto bisogna riuscire a contenere questa sensazione, accettare la fine e provare a ripartire da zero. Inseguendo alcuni dettagli e ricordi si guarda il mondo con un filtro, vivendo qualcosa di distorto che all’inizio può sembrare anche romantico, a lungo andare però questa scelta consuma e può portare alla follia più totale.
(Nicolò Granone)
Una situazione che finisce di netto o forse rimane ancora un po’ lì ad inseguire sempre l’ultima possibilità coincide con il tempo dell’Ora, dove ormai è troppo tardi perché la decisione è stata presa anche quando non è stata messa in atto.
Un brano per raccontare la fine di una relazione attraverso il momento in cui ciò che è stato lascia spazio a un’assenza difficile da accettare. La relazione diventa il punto di partenza per raccontare contraddizioni, insicurezze, ricordi e pensieri personali. La scrittura lascia emergere il desiderio di recuperare ciò che è stato e la consapevolezza di non poterlo più fare.
Al centro rimane una forma di impotenza: quella di chi vorrebbe ancora comprendere l’altra persona, mentre il rapporto si è ormai trasformato in distanza, incomunicabilità e solitudine.
La fragilità delle promesse è tale quando esplodono e lasciano ricordi sparsi per terra, e se si prova a fare un po’ di pulizia e sistemare il disordine inevitabilmente si soffre.
(Nicolò Granone)
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