New Indie Italia Music Week #284

New Indie Italia Music Week #284

“Più di prima ci sarà ordine e disciplina
Abbiamo già bruciato tutti i libri
I bambini dell’asilo, non fanno più casino”

(Asilo “Republic” – Vasco Rossi)

C’è qualcosa di profondamente rassicurante nell’ordine. Le cose al loro posto, le voci alla giusta altezza, le persone sufficientemente occupate da non fare troppe domande. Il disordine, del resto, richiede pazienza, mentre la disciplina promette soluzioni rapide. E poco importa se, nel tentativo di eliminare il rumore, finiamo per liberarci anche di chi lo produce.

Abbiamo imparato a confondere il silenzio con la serenità, l’obbedienza con l’educazione, l’assenza di conflitto con il buon funzionamento delle cose. Basta trovare un colpevole, invocare un’autorità, convincersi che prima fosse tutto migliore. Nel frattempo, le responsabilità si dissolvono e ogni problema diventa una questione di controllo, anziché di comprensione.

La musica, nel suo piccolo, conosce bene questa tentazione. Un panorama in cui tutto deve essere riconoscibile, classificabile, possibilmente innocuo. Dove l’originalità viene celebrata finché non disturba davvero e le voci fuori dal coro rischiano di essere considerate semplicemente stonate. Eppure, ciò che oggi appare disordinato potrebbe essere proprio quello che domani ci farà ascoltare le cose in modo diverso.

New Indie Italia Music Week torna ad attraversare le nuove uscite della scena indie italiana, tra artisti che cercano una propria lingua, canzoni che sfuggono alle formule e tentativi più o meno riusciti di sottrarsi all’omologazione.

Perché, a forza di pretendere ordine e disciplina, rischiamo di ritrovarci in un mondo perfettamente silenzioso. E di scoprire troppo tardi che non è rimasto più nessuno a cantare.

Zustìssia (alBUM) – IOSONOUNCANE

L’opera segna un nuovo tassello all’interno di “Il suono attraversato”, la collana discografica attraverso cui Jacopo Incani (IOSONOUNCANE) ha intrapreso una deviazione del suo percorso d’autore per dedicarsi alla composizione e produzione di musiche per le immagini.  All’interno di Zustìssia trovano spazio i brani “L’agnello vide il sole” e “Beniamino”, temi presenti nella colonna sonora del film insieme a tutte le musiche inedite scritte da Incani per questo progetto, ma che non sono state incluse nella colonna sonora. Questa nuova release arriva dopo “Da tutta la vita”, colonna sonora del docufilm di Elisa Fuksas su Massimiliano Fuksas (prodotto da Indiana Production e Rai Cinema e presentato, come Zustìssia, in anteprima alla 21ª Festa del Cinema di Roma).

Lengua Madre (Album) – Zara Colombo

MADRE LINGUA e LENGUA MADRE sono due facce dello stesso racconto. L’album è nato in Patagonia mentre Zara imparava le prime parole di italiano. La musica del duo Zara Colombo è la lingua balbettata da cui nasce un nuovo linguaggio: una storia d’amore, la riconnessione con le proprie origini familiari, un incontro tra parole e voce, immagine e suono. Ricantate in spagnolo, le stesse canzoni tornano alla lingua da cui tutto è partito. Le 8 tracce, scritte e composte da Luca Massaro, registrate a Buenos Aires con i fratelli di Zara, e prodotte da Dumbo Gets Mad, uniscono il pop contemporaneo alla tradizione del cantautorato italiano e argentino.

Eddie Guerrero – Stramare

Le tragedie rompono l’innocenza e così è stato quel giorno in cui il telegiornale ha annunciato all’improvviso la morte di Eddie Guerrero. Una generazione di ragazzi che guardava il wrestling in Tv su Italia 1  ha fatto i conti con l’esplosione della realtà, diventando di colpo più grande.

Nella vita ci sono momenti e sensazioni che rompono qualcosa, dandoci la possibilità di crollare o di trovare una scusa e un opportunità per rialzarsi in piedi con una consapevolezza diversa.

Stramare non sente la necessità di una fuga, vuole provare a costruirsi la propria tana dentro un mondo che fa paura per i suoi problemi e per le domande che crea. L’artista non vuole rispondere come gli altri si aspettano, bensì vuole dare l’immagine di se che ritiene più vera e sincera, anche se può essere cruda e sfacciata.

(Nicolò Granone)

Ti regalerò una spada – ex rave

Ci sono situazioni dove esistono confini al limite, ti regalerò una spada potrebbe nascere per difendere, finendo però con una ferita, a volte anche mortale dipende dal punto in cui si colpisce o si viene presi.

L’amore da un po’ questa sensazione, di piena intimità che può venire condivisa talmente tanto da arrivare a sconvolgerà, provando a levarsela di dosso anche utilizzando armi non convenzionali che provocano effetti devastanti e catastrofici.

ex rave s’interroga anche sul pericolo della libertà: quando agiamo senza sapere a cosa andiamo incontro, lasciandoci prendere dalla passione e dall’istinto fino a che punto possiamo permetterci di essere vulnerabili o sarebbe più saggio costruirsi una speciale armatura per sopravvivere alle illusione degli altri?

(Nicolò Granone)

Un’altra buonanotte – Adriano Saponaro

Una volta andava di moda definire certe amicizie con il nome di bromance, questa potrebbe essere la colonna sonora per due persone che sono cresciute insieme da bambini e per diventare adulti hanno dovuto allontanarsi e trovare il proprio posto a chilometri di distanza, chissà dove nel mondo.

Il legame è rimasto sempre solido, però si percepisce quella malinconia della distanza, dove si può scrivere una buonanotte non ti preoccupare anche se manca una pacca sulla spalla o il classico pugnetto che si danno i maschi come segno di conferma.

Si respira anche il problema della maturità: crescere quanto ci carica d’aspettative, privandoci di leggerezza?

(Nicolò Granone)

Inverno Nucleare – Fast Animals and Slow Kids

Anche un pinguino è un animale veloce? Dalla collaborazione tra i Fast Animals and Slow Kids e Riccardo Zanotti dei Pinguini Tattici Nucleari nasce il nuovo inedito della band perugina, dal titolo “Inverno nucleare”. Nucleare, poteva essere altrimenti? La canzone parla chiaramente di un’apocalisse che però si apre a diverse letture che dividono gli stessi componenti della band.

Da un lato chi ci vede uno scenario ipotetico, una rovina che sembra alle porte ma che potrebbe anche non verificarsi. Da un lato chi si concentra su ciò che sopravvive alla distruzione. Le persone e i rapporti umani che rimangono nonostante il male che ci facciamo. Due interpretazioni che non necessariamente si escludono a vicenda. Perché in fondo non serve necessariamente una guerra nucleare per assistere alla fine del proprio mondo. A volte basta perdere qualcuno.

Quello che è certo è che i Fast Animals and Slow Kids tornano a due anni dal loro ultimo album.
Altra cosa certa è che tutti abbiamo il loro stesso dubbio “chissà cosa hanno fatto i dinosauri un’ora prima dell’Apocalisse” e soprattutto vorremmo trovarci a fare qualcosa di interessante prima che arrivi la nostra.

(Christian Gusmeroli)

Non vedo niente – Vienna

Per le scelte sbagliate non ho bisogno di linee guida o di un faro. L’intuito mi porta sempre a sbagliare in modo autonomo. Vienna, con la sua nuova canzone, ci invita a non aver paura dell’errore, a non fermarci davanti ai dubbi e a prendere comunque le nostre decisioni. Il nuovo singolo della cantautrice, “Non vedo niente”, racconta proprio la paura di aver imboccato la strada sbagliata. Quella sensazione che ci assale quando iniziamo a mettere in discussione le nostre decisioni, magari soltanto perché qualcuno avrebbe scelto diversamente. Ma ognuno ha la propria strada da percorrere e una decisione sbagliata per qualcuno potrebbe essere quella giusta per qualcun altro.

«Forse non c’è fretta di capire, predire tutto», una frase che racconta anche il cambiamento della sua autrice, passata dalla paura di commettere errori alla consapevolezza che non possiamo conoscere in anticipo le conseguenze di ogni scelta. Del resto, anche quando sbagliamo strada, non è detto che il viaggio sia stato inutile. Potremmo aver scoperto qualcosa che seguendo il percorso previsto non avremmo mai incontrato.

Tra elettronica e sfumature rock, Vienna accompagna questa incertezza con una canzone che alterna tensione e momenti di maggiore apertura, quasi a seguire i dubbi e le nuove consapevolezze raccontate nel testo. Insomma, Vienna non vede niente, ma sembra aver capito che non è necessario conoscere la destinazione per mettersi in viaggio. Io, invece, continuerò ad affidarmi al mio intuito. E a ‘sto giro mi dice che abbiamo a che fare con un gran bel pezzo. Forse stavolta non sbaglio.

(Christian Gusmeroli)

Orizzonte – Gabriele Serpe

“Come un sasso che l’acqua tira giù”, così si sente il protagonista della canzone di Gabriele Serpe. “Orizzonte” racconta la storia di due persone che un tempo erano molto vicine e che hanno preso strade differenti. Uno dei due, il protagonista, è rimasto fermo. Aggrappato alla propria vita e ad abitudini che ormai non lo soddisfano più.

L’altra persona (Sara), invece, ha avuto il coraggio di abbandonare le convenzioni e costruirsi una vita seguendo la propria natura ribelle. Il punto interessante è che il protagonista non rimpiange soltanto Sara, ma anche la persona che avrebbe potuto diventare se avesse avuto il suo stesso coraggio.
«Eccomi quello di ieri solo più stanco».

È forse la frase che meglio descrive il protagonista. Il tempo è passato, gli anni si sono accumulati, ma lui è rimasto sostanzialmente la stessa persona. Con una differenza: adesso ha anche la consapevolezza di tutte le occasioni che si è lasciato sfuggire.

E non è detto che Sara abbia trovato la felicità. Semplicemente, ha avuto il coraggio di cercarla altrove. Lui, invece, è rimasto a chiedersi come sarebbe andata se avesse fatto altrettanto. «L’orizzonte non separa niente», l’orizzonte sembra dividere ciò che abbiamo da ciò che desideriamo, ma quel confine esiste solo nella nostra testa. Gabriele Serpe ha uno stile riconoscibile e personale, seppure richiami certe sonorità di un cantautorato impegnato sempre più raro di questi tempi. Viene da sperare che anche lui resti immobile, come il protagonista del testo, in questo mondo artistico. Anzi, no. Perché anche l’evoluzione è arte.

(Christian Gusmeroli)

Francesca – Les Votives

Il trio milanese cambia lingua con questo nuovo singolo, il loro primo in italiano, portando al centro il racconto di una ragazza fragile, descritta attraverso contraddizioni, gesti estremi e un grido d’aiuto. Il racconto si apre con una serie di dettagli apparentemente ordinari: Francesca ha gli occhiali, rimanda gli impegni, non dorme, non sogna e ha un esame il giorno dopo.Non sappiamo da dove arrivi il suo disagio, né quale sia l’episodio che abbia dato origine alla sua condizione. La conosciamo attraverso frammenti di quotidianità che, messi uno accanto all’altro, restituiscono progressivamente un’immagine sempre più inquieta.

Il cuore emotivo del brano arriva con il ritornello: «Mamma sto bene» si alterna a «Mamma sto male», in una contraddizione che non viene mai risolta.
Dal punto di vista musicale, “Francesca” conserva l’attitudine rock dei Les Votives, affidandosi a un sound energico e incalzante che accompagna la tensione del testo. Il ritornello, costruito sulla ripetizione delle parole rivolte alla madre, assume la funzione di uno sfogo collettivo. Il brano non offre una risposta al disagio della protagonista e non pretende di spiegare ciò che non può essere ridotto a una formula. Lascia invece emergere una contraddizione dolorosa: il bisogno di essere aiutati e, contemporaneamente, la difficoltà di lasciarsi raggiungere.

(Benedetta Rubini)

MDMA – Giuse The Lizia

Undici brani per raccontare le inquietudini di una generazione sospesa tra aspettative, relazioni e paura del futuro. Questo nuovo album rivendica il diritto di poter sbagliare e di non avere necessariamente tutte le risposte. L’acronimo del titolo richiama una sostanza associata all’euforia e alla disinibizione, ma in realtà vuole dirci che non dobbiamo avere già tutto chiaro, non c’è bisogno di avere per forza un lavoro stabile o un’identità definita. Possiamo ancora sbagliare, cambiare idea e avere il tempo per ricominciare; questo messaggio si basa su un’esperienza personale, ma vuole essere universale, perché oggi tanti ragazzi sono cresciuti con l’idea che a volte sbagliare e fermarsi equivalga a restare indietro.

L’apertura, “Tiro dopo tiro”, introduce subito una delle contraddizioni che attraversano l’album: il desiderio di una relazione e la consapevolezza che forse non ci sono le condizioni per viverla davvero. Con “Los Angeles”, realizzata insieme a Fulminacci e prodotta da Golden Years, il tema della nostalgia si allarga ulteriormente. Non è più soltanto una persona a mancare, ma un insieme di momenti, luoghi e sensazioni che appartengono a un passato ancora vicino eppure già distante.
A chiudere l’album è “I nostri anni migliori”, i riferimenti alla giovinezza, al liceo e all serate passate vengono ricordati come un qualcosa di prezioso, si percepisce una nostalgia per quella leggerezza che nel presente manca.

“MDMA ” è un disco che trova il proprio valore nella capacità di tenere insieme fragilità individuale e inquietudine collettiva.

(Benedetta Rubini)

Viscera – Dadà

In “Viscera”, il nuovo album di DADA’, le storie si allontanano dalla dimensione rassicurante a cui siamo abituati per diventare qualcosa di più scomodo: racconti che mettono a nudo fragilità, paure, rabbia e contraddizioni. È un disco che sceglie di guardare dentro, di raggiungere quella zona profonda dove ci sono sentimenti difficili da accettare.

DADA’ si mette a nudo, rinuncia alle sovrastrutture e si riconosce nella figura della pecora nera, essere diversi non significa necessariamente creare un’identità alternativa da esibire, ma smettere di chiedere il permesso per esistere, soprattutto quando la propria voce è fuori dal coro o è scomoda.
La componente musicale si muove tra ritmi ipnotici, suggestioni popolari e soluzioni elettroniche, le canzoni non sono semplicemente accompagnate da personaggi fantastici, ma diventano storie per affrontare ogni volta un sentimento diverso.

Una delle immagini più delicate del disco arriva con “La Rosellina e le Suore”, in cui la protagonista è un fiore che, dopo essere stato apprezzato per la propria bellezza, viene abbandonato quando comincia ad appassire. A chiudere il disco è “Taki Taki”, una fiaba nera costruita intorno alla figura di un dragone giapponese dormiente; la creatura si risveglia quando il rumore dell’attività umana diventa un’intrusione insostenibile nel suo universo. Con questo nuovo progetto DADA’ porta avanti un progetto artistico riconoscibile, nel quale la fiaba diventa un linguaggio per parlare di esperienze adulte senza rinunciare al grottesco, al gioco e alla dimensione popolare.

(Benedetta Rubini)

Paul Giorgi – Menomale

Un singolo che cambia registro e sceglie un approccio più immediato, senza rinunciare a uno sguardo critico sul presente. Su un arrangiamento vivace e colorato, l’artista mette a fuoco l’indifferenza che attraversa la società contemporanea, raccontandola attraverso immagini familiari e situazioni apparentemente banali: una chiacchiera al supermercato, un’etichetta da leggere, il fumo nero di un’automobile. Piccoli dettagli che diventano il punto di partenza per riflettere su un mondo in cui abbiamo finito per accettare come normali comportamenti e condizioni che non dovrebbero esserlo. Una scrittura schietta, senza troppi filtri, che trova nella leggerezza del suono un efficace contrappunto alla durezza del messaggio. “Menomale” è un invito a non abituarsi all’indifferenza, prima che diventi davvero la nostra normalità.

(Ilaria Rapa)

Corinna – Il mio castello di parole

Un castello fragile, costruito con parole che non sempre riescono a raccontare quello che sentiamo. Album d’esordio per Corinna, un lavoro crudo e viscerale che trasforma fragilità, alienazione e incomunicabilità in un racconto di formazione intimo e profondamente umano. Tra chitarre distorte, synth volutamente grezzi, batterie incisive e soluzioni sonore imperfette, il disco rivendica un’estetica spontanea, attraversata da lampi di ironia e improvvise aperture luminose. La quotidianità, i ricordi della provincia e il desiderio di fuga diventano materia per una scrittura che alterna sfoghi, confessioni e momenti di tenerezza, senza mai prendersi troppo sul serio.
(Ilaria Rapa)

Prima di andare a dormire – Scar

Sono solita andare a letto tardissimo. Dopo che si passa tutto il giorno a capire se quello che facciamo per riempirlo sia davvero ciò che ci serve per stare bene, scegliere di andare a dormire presto spesso mi sembra la cosa più sbagliata da fare. È come se sentissi di sprecarlo quel tempo che non vivo vigile. O forse è solo una scusa per tardare il momento in cui, vuoi o non vuoi, nel silenzio della tua camera e senza più nessuno che ti legge le favole, sei costretto a fare i conti con la vita.

Ed è qui che ti culla “Prima di andare a dormire” di Scar, come una coperta pesante che tiri su fin sopra gli occhi.
“Vivere ogni attimo prima di andare a dormire”. Scar ci invita a non fare “stronzate” ma a provarci nonostante tutto, rischiare e piuttosto “morire stanco, non vecchio”.

No non c’è una cura al dover crescere, è un brutto vizio che non ci toglieremo mai, l’importante però è farlo consapevoli di non aver pensieri irrisolti o conti in sospeso con le nostre giornate.
(Martina Bianchini)

Mani in faccia – Iraci, Folcast

“Mani in faccia” anticipa “5 canzoni sulla speranza”, il nuovo EP di IRACI, dove ogni traccia compone una piccola bussola sonora, pensata per guidare l’ascoltatore attraverso le ombre e le speranze dell’essere giovani oggi. Questo brano, grazie anche al contributo di Folcast esplora atmosfere indie folk dal gusto estivo, leggero. Ed è la Jam finale che ci regala la giusta melodia per combattere una delle piaghe peggiori che noi, giovani adulti, dobbiamo combattere oggi, la FOMO. Il suono di un flauto, due chitarre che si intrecciano e il rumore delle tazzine da caffè definiscono un momento di calma, un stop dal continuo bisogno di riempire ogni secondo alla ricerca ossessiva della felicità. Riempiamo le nostre agende di impegni, eventi, esperienze perchè quelle caselle vuote ci spaventano e non capiamo che siamo lontani dal comprendere che “ la mia libertà è imparare a stare fermo adesso perché in fondo non ho niente da fallire”.

Abbiamo perso la buona abitudine di stupirci, di annoiarci, di sorprenderci; siamo così ossessionati dalla paura di perderci qualcosa che finiamo per perderci invece ciò che può realmente renderci felici e appagati. Il cuore del brano sta proprio in questa frase “Trovare spazio e ripartire senza meta” : riconquistiamo la nostra libertà, riprendiamoci il nostro tempo e abbandoniamo la tristezza. Togliamoci le mani in faccia del domani dal viso e torniamo a goderci il presente. Un presente che ha il suono spensierato di un cucchiaino che tintinna dentro una tazzina da caffè.

(Martina Bianchini)

Aura – Velia

Velia in realtà sono un duo, Irene e Matteo.Il nome è ispirato agli antichi idoli e al mare e significa “nascosto”, così come lo sono le emozioni che affiorano in silenzio ascoltando le loro voci insieme che sono capaci di accarezzarci l’anima. Con “Aura”, il secondo e definitivo tassello di avvicinamento dell’album d’esordio “Il peso del nostro silenzio”, i Velia riprendono il filo del discorso inaugurato da “Tremo”. Se il singolo d’apertura scandagliava le fratture dell’incomunicabilità e la vertigine delle distanze, questo nuovo capitolo sposta il focus sull’esperienza intima della solitudine.

«Vi capita mai di trovarvi davanti a una situazione così difficile da non sapere da che parte cominciare?.” Chiedono i Velia. Personalmente proprio in questo momento mi trovo “a camminare sola nella notte” ecco perché l’incontro con questa canzone e la scoperta dei Velia mi ha aperto un varco. La forza di questo brano sta proprio nel racconto di una sensazione che ci accomuna. “Volere solo essere i primi/ A finire questa dannata corsa/ Ma a cosa porta”

Decisioni, strade difficili da prendere ma che ci portano a fare i conti con ciò che siamo e ciò che vogliamo diventare. Rimanere fedeli a se stessi diventa fondamentale per fare la scelta giusta ma per ritrovarsi spesso è necessario allontanarsi e osservarci da fuori. Aura mette in scena una parabola di smarrimento e ricongiungimento, esplorando a fondo l’angoscia emotiva e quel senso di vuoto che accompagna la paura dell’abbandono. “Ne uscirò mai” ci si chiede. Il percorso è tortuoso, un lotta interna che viene espressa nel brano dall’intreccio emotivo e profondo delle due voci.

“E provo a non pensare di aver perso La voglia di riuscire a dare un nome Ad ogni sensazione” Poi come un mantra sussurrato a noi stessi “ Ora voglio tornare” i nostri piedi toccano nuovamente terra e ci salviamo, come sempre, da soli.

(Martina Bianchini)

Siamo gli alberi – Claudio Covato ft Marco Castello

“Siamo gli alberi” nasce da un desiderio tanto semplice quanto irrealizzabile: smettere di rincorrere qualcosa e trovare finalmente un posto in cui mettere radici. Claudio Covato sceglie di osservare il mondo da una prospettiva diversa, quella di un albero, immobile eppure profondamente partecipe di ciò che lo circonda. Una metafora che parla di appartenenza, libertà e del bisogno di riconoscere un valore anche nella stabilità.

La scrittura musicale riflette la stessa libertà di sguardo. La formazione di Covato, tra studi accademici e influenze pop, rock e jazz, si traduce in un linguaggio che non si lascia ricondurre a un’unica direzione. La collaborazione con Marco Castello aggiunge un ulteriore livello di sensibilità, mettendo in dialogo due percorsi che condividono una matrice siciliana, senza trasformarla in un limite geografico o stilistico.

Il brano prende vita in un immaginario che associa il movimento alla crescita e il cambiamento alla realizzazione personale, in cui Covato immagina la possibilità di restare. Gli alberi diventano così una forma di resistenza silenziosa, capaci di attraversare le stagioni senza perdere il proprio posto. “Siamo gli alberi” è una riflessione sulla dignità di mettere radici, sulla possibilità di costruire qualcosa che duri e di sentirsi finalmente parte di un luogo.

(Serena Gerli)

Cercare tra i rami – Tueri Damasco (Album)

“Cercare tra i rami” è un disco che guarda al passato per provare a mettere a fuoco il presente. Tueri Damasco torna nei luoghi dell’infanzia, nella provincia e in un patrimonio di ricordi che il tempo ha reso meno nitidi. La memoria diventa uno strumento per interrogarsi sulla propria identità, cercando di fare pace con le origini senza idealizzarle e senza pretendere che corrispondano a ciò che si è diventati.

Musicalmente il disco attraversa territori diversi, mescolando alt rock e alt country a influenze soul e hip hop. Le chitarre convivono con synth, fiati e arrangiamenti più essenziali, in una scrittura che alterna passaggi delicati a momenti di maggiore tensione. La produzione conserva una dimensione organica e stratificata, in cui anche le imperfezioni sembrano contribuire alla personalità del progetto.

Le dieci tracce affrontano l’incomunicabilità, il rapporto con i luoghi, il disincanto e la difficoltà di riconoscersi nelle proprie scelte. Tueri Damasco si osserva con uno sguardo a tratti critico, altre volte nostalgico, lasciando emergere anche le contraddizioni che accompagnano ogni tentativo di cambiamento. “Cercare tra i rami” trova così il proprio senso nella ricerca di ciò che vale la pena conservare e nella capacità di distinguere, tra tutto quello che ci portiamo dietro, ciò che può ancora aiutarci a crescere.

(Serena Gerli)