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Geranio | Indie Tales

“Non è facile lasciarsi andare quando si ha amato tanto.”

All’inizio di una storia d’amore, soprattutto se non è la prima, bisogna un po’ aiutarsi a vicenda. Più si va avanti, più incontriamo persone con un passato. Un passato che a volte ti tormenta, ma che non bisogna temere. Non dobbiamo temerlo perché ci ha resi ciò che siamo oggi: forti, ammaccati, unici. E, vuoi o non vuoi, pronti ad innamorarsi di nuovo.

Giulia era tutta ammaccata quando l’ho conosciuta, a Settembre di qualche anno fa.

Sembrava così sicura di sé quando usciva dal portone, la frangetta impertinente.

Passavo a prenderla, saliva in macchina e mi guardava qualche secondo negli occhi prima di baciarmi, quasi come a mettermi in guardia: guai a te se mi fai del male, cazzo.

Ora. In questi casi avrei potuto rispondere anch’io sfidandola, tenendola sul filo del rasoio (oh zia, anch’io ho un passato eh!) ed essere il figo sfuggente. Oppure disinnescare la tensione e porgerle la mia spalla, il mio braccio e il mio cuore. Farle capire che ero lì perché mi piaceva da morire e che non solo non le avrei fatto niente di male, ma sarei andato fino in capo al mondo a cercare chiunque avrebbe osato ferirla.

Un po’ come con chi è stato maltrattato e tiene i pugni chiusi davanti al viso. Non devi toglierglieli con la forza, ma dare loro un buon motivo per abbassare le difese.

Giulia era pronta, ma non lo sapeva. Non voleva ammettere a se stessa di essere aperta all’amore, a guardare con occhi curiosi un altro uomo, ad accogliere me.

Questo sostenerci a vicenda senza troppo orgoglio e altre stronzate ci ha portati a far crescere la fiducia tra noi in modo incredibile. E questo dovrebbe essere alla base di ogni rapporto sano. Ecco, entrambi non avremmo accettato altro che un rapporto sano, puro, sincero, no filter.

Pochi mesi e già cercavamo casa. Per gioco, eh. E, sempre per gioco, abbiamo adottato un gattino e lo abbiamo chiamato Geranio, il fiore preferito di Giulia, che non ha esitato a riempire il terrazzo di tutte le sue possibili varianti.

Era così contenta di abbellire il nostro appartamento come meglio poteva che non ho avuto il coraggio di dirle che ero allergico ai gatti e a tutti i fiori tranne i girasoli e i crisantemi.

Quell’appartamento cadeva a pezzi: muffa sparsa qua e là, pezzi mancanti di parquet, divano sopravvissuto a Hiroshima. Però era il nostro nido, il nostro posto nel mondo. Belli i ristorantini, i distributori, i taxi e i cinema, eh. Però non ci bastavano più. Volevamo un luogo da chiamare casa nostra, della serie “sei a casa?” o “ti aspetto a casa” o “hai preso tu le mie chiavi di casa?”.

Il letto però lo abbiamo scelto con cura: grande, enorme. E morbido, con mille cuscini. È il nido nel nido, deve essere in grado di contenerci e coccolarci per ore e, volendo, anche giorni.

Oltre alla casa, io e Giulia stavamo arredando anche il nostro rapporto. Con tutto l’impegno del mondo, stavamo costruendo pezzettino dopo pezzettino una base solida su cui poter anche cadere e non farsi male. Siamo sbocciati insieme. Dando fiducia all’altro l’abbiamo data anche a noi stessi. Ci siamo alleggeriti a vicenda senza farci carico dei problemi dell’altro. Via le zavorre, via i macigni dal petto.

Ovviamente questo è un lavoro che dura tutta la vita, e io sono contento di avere Giulia come collega, capo e stagista.

L’unico senso di colpa che ogni tanto ci assale è quello di lasciare Geranio ai vicini quando andiamo in vacanza, ma penso sia una cosa che siamo perfettamente in grado di sopportare.

Racconto liberamente ispirato al brano GERANIO di FRISINO.

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