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Andrà tutto bene | Indie Tales

Sono qui, chiusa nella mia stanza da ieri sera. Ho paura. Paura che niente tornerà più come prima.

Bussano alla porta. È mia madre.

“Tesoro, è quasi pronto. Verrai a tavola stavolta?”

“Sì” tolgo la testa da sotto il cuscino “sì, vengo tra cinque minuti”

Non sento la porta richiudersi e sento il lato destro del letto abbassarsi di qualche centimetro.

“Tutto bene amore?” Mi accarezza il braccio.

Scuoto la testa.

“So che è difficile, ma sai, siamo tanto fortunati.”

So cosa intende. Ma onestamente mi risulta difficile essere grata alla vita per quello che sta accadendo al mondo in questo momento.

“Stiamo bene, in compagnia e nella comodità di casa nostra. Non tutti possono dire lo stesso, sai?”

“Lo so” mi metto a sedere sul letto “so che i miei sono solo capricci, che c’è chi sta peggio di noi”

Mi sorride, ci abbracciamo. Forte. Fortissimo.

Ricordo quando da piccola non volevo andare a scuola. Odiavo svegliarmi presto, odiavo stare seduta tutte quelle ore. Odiavo le maestre. Avrei dato via tutta la mia collezione di bambole e gli album di figurine per rimanere a casa. E adesso mi lamento di non poter uscire.

“Pensi che io sia un’ingrata, mamma?”

“No tesoro, devi solo ampliare un po’ lo sguardo. Ti ricordi quel gioco che facevamo quando eri piccola?”

“Quale? Il gioco dei puti di vista?”

Annuisce.

Odiavo quel gioco. Ne ho capito il senso solo anni dopo. Praticamente, quando piagnucolavo, mamma mi faceva cambiare almeno venti posizioni diverse all’interno di un’unica stanza e da ogni punto mi chiedeva di descrivere cosa vedessi. Mi ricordo che ero davvero perplessa, pensavo fosse matta.

Anni dopo realizzai che non era altro che una metafora della vita. Non puoi cambiare il cosa, ma puoi cambiare il modo in cui lo vedi. Mi diceva sempre.

Una volta mi fece persino salire sopra l’armadio. Da lì sì che era tutto diverso. Tutto così piccolo. Persino Baloo, il mio enorme orso di peluche sembrava minuscolo.

Mia madre è il mio faro nella notte, il mio attivatore di coscienza.

Quando c’è lei mi è impossibile essere davvero giù di morale o compiere azioni cattive.

“Andrà tutto bene, piccola mia”.

Se me lo dicesse qualsiasi altra persona neanche la starei a sentire, anzi, mi farebbe proprio innervosire. Detto da lei invece ha tutto un altro significato.

Me lo ripeteva ogni volta prima di un esame o alla fine di una giornata no.

E io sapevo che aveva ragione, le credevo e alla fine, oh, andava davvero tutto bene.

Mentre l’odore di strudel quasi pronto inonda camera mia, cominciamo a fantasticare su quello che faremo finita la quarantena.

“Io voglio fare l’alba in spiaggia con i miei amici. In spiaggia o nelle vie del centro.”

Spalanca gli occhi e scoppia a ridere fingendo di volermi tirare un ceffone.

“Io e tuo padre leggeremo sicuramente il giornale con meno ansia.”

“Sì ok, ma cosa farai, dove andrai appena potrai uscire? Dai mamma, buttati!”

“Mmm vediamo” guarda in alto “ce l’ho: colazione al bar. Cappuccino e brioche. Passeggiata, secondo caffè in quel bar che mi piace tanto con i tavolini fuori, restyling dal parrucchiere e poi…”

“Hai capito la signora” Ridiamo come matte.

Era da circa un mese che non ridevo così. Per una cavolata, poi.

“Scherzi a parte, tesoro. Non dovremo dimenticarci di chi non ce l’ha fatta e di chi sta facendo di tutto per salvarci”

“Hai ragione”

Mi dà un bacio sulla fronte.

“Andrà tutto bene. Vado a sfornare lo strudel, credo sia pronto” cammina verso la porta.

“Mamma?”

“Sì?”

“Ma come fai?”

“A fare cosa?”

“A dire che andrà tutto bene. Insomma, come lo sai?”

“Alla fine va sempre tutto bene, amore.”

“E se non va bene?”

“Vuol dire che non è ancora la fine”.


Racconto liberamente ispirato al brano ANDRA’ TUTTO BENE di LUIGI BARTI.

 

 

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