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Weekend | Indie Tales

Di Filippo Micalizzi

È già da un po’ di anni che percepisco un senso di inadeguatezza quando mi ritrovo a parlare con persone che conosco sì, ma solo nelle circostanze delle chiacchiere da venerdì sera. Sembra quasi un dovere morale parlarci. Non puoi startene lì a bere e non fare niente, che manco avessi ammazzato qualcuno, ti sale l’angoscia e il senso di colpa. Sudi freddo, ti fai mille paranoie e pensi tra te e te: “ma sono solo due chiacchiere, mica stai partendo per la guerra. Parla coglione, forza!”.

Nella mente intanto vago e cerco di risalire al problema. Saranno stati due/tre episodi di bullismo avvenuti in infanzia, i social che mi hanno plagiato azzerando completamente la mia capacità di interagire col prossimo, o la semplice paura di non aver niente da dire di interessante, o per lo meno, interessante per loro? Psico-analisi e critica sociale spicciola a parte, per raggirare il problema cerco di far cadere ogni mia paranoia e inibizione bevendo qualcosa, spesso un negroni sbagliato, che quotato a 1 farà sempre super cagare. Davvero.

Come ogni weekend, quindi, mosso dalle migliori intenzioni, mi dirigo verso il bancone, ritrovandomi senza saperlo (o per meglio dire, sapendolo, ma sperando che non accada) a dover affrontare un eterno gioco da tavolo ricco di imprevisti. Non appena metto piede dentro il locale, mi si presenta già il primo problema. Il bancone nella mia testa sembra diventare un ufficio di Wall Street con fogli che volano e telefoni che squillano, dove tutti, tenendo in alto con la mano scontrini urlando cose a caso, solo per poter riuscire ad ottenere l’attenzione del barman. Io in tutto questo non ho né la voglia e né la forza di inserirmi nella calca e resto immobile sbuffando per far intendere, a chi incrocia il mio sguardo, la mia disapprovazione. Dopo aver lottato tra la folla per la mia sopravvivenza, in qualche modo riesco a farmi strada. Finalmente ci siamo, arrivo di fronte al barman, gli chiedo di preparare il mio drink e lui come un qualsiasi altro barman ogni dannata volta, inizia a fare una delle cose che più odio al mondo.

Come se fosse un maestro giocoliere del Cirque du soleil che sta per fare la sua esibizione della vita, inizia a roteare bottiglie e bicchieri con una perenne linea di compiacimento sul volto. Mi sembra Toni Servillo ne La grande bellezza, nella scena della festa con la sigaretta in bocca. Identico! Finito il suo momento di gloria mi poggia il bicchiere davanti, lo afferro. Ne cade un po’ sulla mano. Bestemmio. Lo bevo, e ovviamente fa super cagare. A quel punto ritorno dai miei amici, sparsi un po’ ovunque, più stressato che disinibito e con una voglia pazzesca di tornare a casa. Li trovo a discutere di quanto si stiano annoiando, di quanto sia seccante dover vedere ogni settimana le stesse identiche facce, ripetere le stesse identiche azioni. E di quanto serva un bel cambio di rotta alle nostre serate. Nonostante questo, però, ci ritroviamo lì ogni venerdì sera, e mi rendo conto di esser diventati noi stessi, quelle stesse identiche facce che ripetono le stesse identiche azioni che tanto odiamo.

Racconto liberamente ispirato al brano “Weekend” degli Elephant Brain.

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