PH: Martina Rocca
La supponenza di voler prevedere il domani, in modo da accettarlo con più calma, porta l’uomo sull’orlo di un baratro. Nel corso della vita sembrano esserci delle tappe fisse, cioè dei momenti in cui si deve guardare in faccia la realtà tirando le somme.
Si può essere anche sovversivi, andare contro le regole aspirando alla felicità.
Francis’ Scream si fa portatore di questo ideale con il brano “I clearly mustn’t know what the hell is going on” fugge dal vincolo della perfezione, facendosi realtà. Un urlo liberatorio che scuote le paure del futuro, nel quale anche le imperfezioni possono diventare occasione di rivincita.
Una confessione cruda e sincera che culmina nella disillusione adulta: la sensazione di non essere fatti per la vita. Folk-pop e indie si intrecciano nella sua scrittura, tra storie di amore, desiderio e dolore, raccontate con immediatezza e forza evocativa.
Una cosa non prescinde dall’altra.
La razionalità per l’uomo è necessaria, perché lo aiuta a orientarsi e a dare un ordine al caos, ma se restasse l’unico linguaggio possibile diventerebbe una gabbia.
L’essere umano non è fatto solo di risposte, ma soprattutto di domande, e il dubbio è lo spazio in cui queste domande possono esistere senza essere immediatamente risolte.
L’incertezza, in fondo, è il luogo in cui smettiamo di controllare tutto e iniziamo finalmente a sentire.
Da piccolissimo ascoltavo per lo più la musica folk degli anni ‘50 e ‘60 (Bob Dylan, Pete Seeger, Woodie Guthrie, Joan Baez).
In quegli anni non esistevano né YouTube né Spotify, quindi si ascoltava solo ciò che passava il convento (che in quel caso era mio padre, che in casa ci faceva ascoltare quel tipo di musica).
Crescendo ho cominciato a esplorare generi musicali differenti.
Da adolescente ero arrabbiato con il mondo, un po’ come tutti gli adolescenti, e avevo trovato nel punk la mia valvola di sfogo. Mi sentivo finalmente capito, come se qualcuno mi stesse dicendo “non sei l’unico a pensare che il mondo faccia schifo”.
In fondo nel mio nome d’arte c’è ancora una piccola traccia di quell’”urlo” di rabbia.
Da un punto di vista prettamente musicale ad oggi mi è rimasto poco di quel punk che tanto amavo, e la musica folk che avevo fatto mia da piccolo ha lasciato spazio a sonorità leggermente differenti.
Come uomo e come artista, però, devo tanto a entrambi, perché mi hanno insegnato che il messaggio, a volte, è più importante della perfezione tecnica.
Attualmente ascolto numerosi altri generi musicali, e questo influenza anche il mio modo di scrivere, per questo motivo i miei pezzi suonano sempre in modo diverso gli uni dagli altri. In qualche modo questa “caoticità” sta diventando parte della mia musica.
Per me fare musica non è tanto un modo per spiegare quello che provo, quanto per scoprirlo.
È uno spazio in cui i pensieri smettono di essere un ronzio e iniziano a prendere forma.
L’”urlo” di Francis (Francis’ Scream) nasce proprio dal bisogno di dare voce a ciò che normalmente resta sommerso.
La musica mi permette di attraversare stati emotivi che nella vita quotidiana tendo a contenere: il dubbio, la fragilità, la nostalgia, la tristezza.
L’urlo è un gesto di liberazione, un modo per dire qualcosa prima che si perda nel silenzio.
Scrivere una canzone significa restare dentro una sensazione abbastanza a lungo da renderla reale e condivisibile.
Alla fine, quello che tiro fuori sono emozioni che possono diventare anche di chi ascolta.
È lì che l’urlo smette di essere solo mio e si trasforma in un luogo di condivisione.
Ho scritto Reef nel 2023, dopo aver conosciuto la ragazza che poi diventò la mia compagna, alla quale diedi un nomignolo affettuoso (Nemo).
In un periodo di incertezze, di solitudine e di smarrimento, lei mi trasmetteva quel senso di protezione e di familiarità che tanto stavo agognando.
Il titolo richiama la barriera corallina proprio perché rappresenta un luogo capace di offrire riparo.
Questo significato è racchiuso anche nella cover art.
L’immagine ha dei colori scuri e tendenti al bluastro, coerentemente con l’immagine dell’oceano, ma in mezzo a quel blu emerge il pesce pagliaccio, Nemo, che pur essendo piccolo ruba l’attenzione con i suoi colori sgargianti.
Nemo, a differenza degli altri pesci, sembra ignorare la luce che arriva dall’alto e sceglie invece una direzione diversa.
È un gesto simbolico molto forte, che parla di fiducia e di scelta.
Nemo non segue la via più evidente o rassicurante, ma una direzione propria, intima, forse meno luminosa, ma più vera.
Reef parla proprio di questo: di un legame che non salva dall’oscurità, ma che la rende abitabile.
Forse è per questo che la canzone e la sua immagine risultano familiari a chi ascolta.
Non promettono la luce assoluta, ma un luogo in cui sentirsi a casa.
È quella sensazione in cui smetti di funzionare in automatico e ti accorgi di essere presente, anche quando quello che senti è complesso o scomodo.
Sentirsi vivi significa accettare la propria vulnerabilità.
È il momento in cui abbassi le difese e permetti alle cose di attraversarti senza cercare subito di controllarle o di capirle fino in fondo. Può succedere nel silenzio, in una relazione, o mentre stai creando qualcosa. Spesso arriva quando meno te lo aspetti.
Il mio “urlo” nasce proprio dall’urgenza di dare forma a quei momenti in cui si smette di essere anestetizzati e si accetta di sentire tutto, anche ciò che è fragile o scomodo.
L’urlo è come il primo pianto del neonato, è la conferma che siamo vivi.
La malinconia, per come la sento, è un’emozione che nasce quando qualcosa resta sospeso.
È un misto di tristezza, nostalgia e desiderio verso qualcosa che non ha avuto il tempo di compiersi.
Non è solo ciò che perdiamo, ma anche ciò che avremmo potuto essere.
Proprio per questo non ha contorni definiti, vive più nell’assenza che nella memoria.
In Cherry Blossoms questa sensazione è centrale. Parla di un amore che non è mai davvero iniziato, ma che ha comunque lasciato un segno profondo. Un legame che esiste più nel pensiero che nella realtà, e che proprio per questo continua a tornare.
È la malinconia del pensare a qualcuno ogni giorno sapendo che, dall’altra parte, non sta accadendo lo stesso.
È il momento in cui anche il dolore rompe l’anestesia e ti fa sentire di nuovo vivo. Anche se fa male, significa che qualcosa ha contato davvero.
La malinconia, quindi, non deriva esclusivamente dalla fine di un sentimento, ma anche dalla sua persistenza dentro di noi.
Quando scrivo cerco di restare in quello spazio dove il tempo sta per scadere, dove il desiderio convive con la paura e dove anche amare “solo per un po’” può avere un valore reale.
Forse la bellezza della malinconia sta proprio lì, nel fatto che, anche quando qualcosa non sboccia, continua comunque a fiorire dentro di noi.
Assolutamente sì, anche se oggi sono meno evidenti rispetto al passato.
Viviamo in un contesto che spinge a mostrarsi sempre funzionanti e iperproduttivi, in cui ammettere di non stare bene diventa quasi un fallimento personale.
La sensibilizzazione parte dalle piccole cose. Significa accettare che sentirsi persi, confusi o vulnerabili fa parte dell’esperienza umana.
E se la musica può aiutare anche solo una persona a sentirsi compresa, allora ha già fatto qualcosa di importante.
In realtà non mi viene in mente un luogo preciso, ma mi piacerebbe molto esibirmi in qualche piccolo pub folkloristico nel cuore del Regno Unito. Posti intimi, dove la musica è parte della vita quotidiana. Chissà, magari un giorno succederà!
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