New Indie Italia Music Week #256

New Indie Italia Music Week #256

“Ho sentito (Shock in my town). Urla di furore
Di generazioni senza più passato. Di neo-primitivi. Rozzi cibernetici signori degli anelli
Orgoglio dei manicomi. Ho incontrato allucinazioni. Stiamo diventando come degli insetti
Simili agli insetti”

(Shock in my town – Franco Battiato)

L’aria vibra, come se qualcosa stesse cambiando forma sotto i nostri occhi. Le città diventano ecosistemi nervosi, le voci si accavallano, i pensieri si muovono in sciami irregolari. In questo paesaggio instabile, la musica non indica una via d’uscita: registra il movimento, ne cattura le scosse, ne traduce le mutazioni.

Le canzoni si fanno sensori sensibili del presente: piccole creature sonore che attraversano il rumore, lo abitano, e gli danno un ritmo umano.

Scopriamo il meglio dell’Indie Italiano della settimana…

Zanzare – Santamarea

“Zanzare” dei Santamarea è un brano che colpisce per sincerità emotiva e tensione narrativa, trasformando il caos mentale in materia pop pulsante. Lo sciame di pensieri ossessivi diventa suono, ritmo, insistenza, mentre il ritornello agisce davvero come un mantra che non consola, ma resiste. C’è una fragilità esposta senza filtri, incastonata in un alternative pop accessibile ma mai banale, dove ogni parola pesa. La scrittura, sospesa tra nostalgia e desiderio di rinascita, conserva l’urgenza di una lettera d’amore che non vuole chiudersi.

Non c’è fretta (Album) – Nico Arezzo

Se “Non c’è mare” era una mappa di luoghi e radici, questo nuovo capitolo sposta lo sguardo sul tempo. I brani dialogano tra di loro, tra passato e presente, senza nostalgia, costruendo un racconto intimo fatto di ritorni, addii sospesi e legami che resistono anche quando cambiano forma. Nico Arezzo attraversa il tempo senza scorciatoie, stando attento ai dettagli: attese, esitazioni, momenti in cui fuori sembra fermo ma dentro tutto si muove.

L’album nasce da questa sospensione, da uno spazio in cui fermarsi non è rinuncia ma ascolto. La lentezza diventa una scelta. Rallentare significa sottrarsi alla pressione di dover essere sempre all’altezza, produttivi, leggibili. In questo spazio emergono tutte le fragilità, e la paura di essere dimenticati perde peso e diventa libertà. Il disco osserva il confine tra controllo e abbandono, tra trattenere e lasciare andare, senza cercare risposte definitive.

La Sicilia affiora come corpo vivo e silenzioso, una presenza che aspetta e resta anche quando chi parte cambia. Dialetto, immagini di vita quotidiana e riferimenti culturali parlano di appartenenza e distanza, di un’identità che non si perde ma si trasporta. Tradizione e contemporaneità convivono senza gerarchie, tra scrittura cantautorale, sperimentazione ed elettronica.

Accanto alla dimensione privata, troviamo uno sguardo lucido aperto sul presente: la denuncia di un sistema che spesso svuota la musica del suo valore umano. Qui l’ironia diventa difesa, il rumore resistenza, la voce collettiva una richiesta di dignità. “Non c’è fretta” è un album che non chiede urgenza ma presenza, invita ad abitare il tempo e ad ascoltare con attenzione. A volte, il senso arriva solo quando si smette di cercarlo.

Posologia – Mille

Il brano si presenta come una vera e propria cura emotiva per affrontare la routine quotidiana, un invito a spogliarsi delle maschere e a diffidare delle pose. Con una scrittura schietta, luminosa e senza filtri, MILLE attraversa fragilità e consapevolezza, dando voce a un racconto limpido che non cerca indulgenza, ma autenticità.

“Posologia” va a completare Risorgimento, il primo album solista di MILLE, pubblicato il 19 settembre 2025, chiudendo idealmente il percorso narrativo del progetto. Il brano era già presente nella versione in vinile, ma trova ora una nuova centralità nella dimensione digitale, rafforzando il senso complessivo dell’opera.

CHE CI FACCIAMO? (EP) – Cortese

CHE CI FACCIAMO?” è il nuovo EP del cantautore salentino Cortese, registrato interamente in una casa nella campagna salentina trasformata per l’occasione in un vero e proprio studio di registrazione con strumenti e musicisti in ogni stanza. Un EP di cinque brani in cui entra in scena una grande protagonista: la nostalgia (vestita di un velo di malinconia, un sorriso di gioia e qualche lacrima di commozione) e torna in scena l’amore, immancabile nella poetica del cantautore ma questa volta forse più consapevole e più vicino alle stelle che ad un fracasso, almeno lì nelle canzoni che restano sempre un mondo ideale dove anche l’inquietudine diventa bellezza.

SI! BOOM! VOILÀ (Album) – SI! BOOM! VOILÀ

Un titolo che è un’esclamazione, un gesto, un modo di stare al mondo. SI! BOOM! VOILÀ! è il primo capitolo di una band che vive di presenza, ritmo e urgenza. Un disco che nasce dal bisogno di suonare e di restituire in musica tutto ciò che accade quando istinto e consapevolezza si incontrano.

L’album sarà disponibile anche in versione fisica: un vinile crystal da 180 grammi in edizione limitata e numerati in bauletto con inserto testi e fotografia della band, in esclusiva per Woodworm, e una versione in vinile nero 180 grammi in edizione limitata e numerati, distribuita su tutti gli store.
A completare la release, il CD ecolpak con doppia tasca a tunnel e inserto con i testi. Un debutto diretto, essenziale, senza sovrastrutture. Un disco che racconta la realtà per come la vede la band: immediata, imperfetta, viva.

Briciole gourmet – Calmo

Calmo cucina una ricetta sonora per “Una cena gourmet” dal gusto  cruchy e spicy, dove attraverso la lingua e le orecchie si può percepire una miscela di sapori, appetitosi e invitanti. Gli ingredienti miscelati insieme sono seduzione, passione e soprattutto desiderio. L’acquolina in bocca fa aumentare il battito e la salivazione.

Il sound  e le parole scelte accompagnano  questa esplorazione culinaria afrodisiaca, arrivando ad un esplosione di gusto assaggio dopo assaggio. Che mi cucinerai stasera? La canzone da inviare alla dolce metà, per rendere più appetitoso il post cena. Se serve aggiungere un po’ di pepe nella relazione, il piatto è servito!

(Granone Nicolò)

non li vedi mai – SANTACHIARA

Non è l’ennesimo inno per gli esclusi o per tutti quelli che si sentono diversi e incompresi in questo mondo perfetto solamente all’apparenza. SANTACHIARA racconta con un POV uno spaccato del suo essere, guardando al domani con un misto di speranza e noia. Si cerca sempre di credere al futuro un po’ come una magia, anche quando la ragione dice che tutto quello che potrebbe succedere deve essere costruito passo dopo passo. Nessuno ha ancora trovato la formula per diventare felici da un giorno all’altro. Piuttosto che far finta di credere alle mode, seguire il solito tran tan, è molto meglio riuscire a crearsi una visione personale della vita, senza aver paura dei fallimenti.

(Nicolò Granone)

Per un’idea – Asianoia

Oggi, 2026, gli ideali esistono ancora? Domanda scomoda e arrogante, ma si può ipotizzare che gli asianoia sputeranno sangue per far la loro musica, ora che questo singolo segna il nuovo capitolo del progetto. Con uno stile ruvido e sporco esaltano la rabbia della provincia, utilizzando le parole della scrittura come mappa del tesoro per riconoscere anche quel senso di poesia e mistero che si nasconde nelle zone  grigie, che si trovano al di là delle grandi città, quelle in cui la sera arriva prima e il buio inghiotte i pensieri.

Sentire, percependo anche il dolore, è una scelta folle in un mondo nel quale si cerca sempre di più di anestetizzare il tutto e per questo motivo diventa ancora più coraggiosa, rendendola così una posizione da difendere.

(Nicolò Granone)

Sono in un van – Arya

Prima un’ intro sommessa, confusa, flebile come il legame con i propri affetti e legami appaiono, ma che in realtà sono forti e solo un po’ stanchi. Poi un insieme di sensazioni a descrivere il gigantesco prezzo del successo che non sai se arriverà. Il prezzo della tua passione, di quel sogno che la realtà e il pensiero comune del sistema rendono quasi immorale. E i paletti te li mette chi, nel mondo in cui vuoi entrare ma anche in quello da dove sei partit* (e chissà se non sia lo stesso), ti fa credere di dettare legge (“Non ti basta sapere chi sei, ti diranno loro chi sei”).

Così il van dove si viaggia diventa l’unica casa sicura (non nel senso di tranquilla, ma quella che sei cert* di avere), stretta tra le cui pareti rimbalzano le ansie, la paura di non farcela. La non accettazione della paura che si fa noia. Il van diventa così il nostro letto, il nostro cellulare che non ci mostra la mail che aspettiamo, la strada buia tra la partenza e l’arrivo. Troppo lontano, ma in cui non siamo soli, se ci guardiamo.

(Stefano Giannetti)

Undici (EP) – Marta Guidoboni

Fantasmi e Undici ci hanno dato tanta hype per l’EP omonimo dell’ultimo brano, e ben ripagata. Sei tracce in cui Marta si rivela e si nasconde, come la creatura di un mondo etereo e mitologico che pare averci lasciato sbirciare nei singoli estratti. Gli strumenti a volte cullano la sua voce, come in Sogni, a volte caricano il messaggio insieme alle sue corde, come in Fantasmi e A posto.

Sei modi per parlare di come si può stare al mondo senza starci, di come un po’ ci si prova, con ironia, ad adattarsi (Smetto col pane); dei rifugi solo suoi, in cui nessuno può giudicare il suo modo di essere e nemmeno lei pretende di dire cosa alcuna agli altri (Sogni), per poi procedere in una sveglia autocritica, nella irresistibile MIDI metto, destinata a restare nelle nostre teste per un bel po’; le già citate Fantasmi e Undici sono un tripudio di lotte contro nostalgie e relazioni: una sopravvivenza tutta personale, onirica e cinematografica che ricorda Big Fish di Tim Burton (Fantasmi), e di un’aria più uggiosa, ferita da una relazione, dalle parole troppo concrete che a volte quello scampo immaginifico non lo lasciano, e da luoghi che nonostante tutto restano dell’anima (Undici), sentimento incarnato perfettamente dall’immagine dello stare dietro il finestrino nel tragitto di un mezzo pubblico, eterno e breve al tempo stesso.

Chiude A posto, un vero e momentaneo sbattere i piedi per terra. Toccarla piano, mantenersi lievi per non farsi-fare male, è uno sforzo più grande dell’arrabbiarsi. Con Undici, Marta ci porta nella sua dimensione. Dove niente sa di già sentito. Dolce e ribelle, con noi e pure altrove, schietta ma solidale.

(Stefano Giannetti)

Cherosene – Stain

L’affanno di quello che resta dopo puzza di cherosene, l’aria è irrespirabile e gli occhi diventano rossi per rabbia e malinconia. Gli Stain, cantando per la prima volta in italiano,  saltano sopra un onda emotiva che sta per infrangersi ed esplodere, ma in realtà piano piano diminuisce la sua pericolosità e inizia ad adagiarsi sui sentimenti in maniera più calma e naturale.

In fondo quello che è stato non si può cambiare, anche tentando d’ingannare il ricordo. Piuttosto si può avventurarsi in nuove tempeste, con la consapevolezza che le rotte che abbiamo percorso possono offrire una direzione diversa e, talvolta più facile da seguire, conoscendo certi pericoli in anticipo.

Rimane in evidenza questo senso di sospensione, che rende il brano un qualcosa di mistico, con ogni ascoltatore, che arrivato alle ultime note più scegliere in che modo buttarsi nell’Oceano della vita, escogitando il modo migliore per stare a galla, tra l’oggi e il domani.

(Nicolò Granone)

Spoiler ft. Domenico Bini – LE CANZONI GIUSTE

LE CANZONI GIUSTE confermano la loro capacità di leggere il presente con ironia feroce e lucidità pop. “Spoiler” ft. Domenico Bini, è un concentrato di sarcasmo: l’ossessione per le serie TV diventa qui materia narrativa, linguaggio condiviso e perfino arma di potere. Tra teatralità dark e scrittura affilata, il pezzo gioca con l’immaginario del binge-watching trasformandolo in un manifesto pop-metal sopra le righe. Riff iconici e dinamiche esplosive amplificano un racconto che parla di dipendenza, fandom e cultura meme con leggerezza solo apparente. “Spoiler” diverte, colpisce e resta in testa, confermandosi come uno degli anticipi più riusciti di “Sotto La Panca”.

(Ilaria Rapa)

MOSAIX – R.M.& The imaginative Orchestra

Un esordio solista che suona come un atlante personale, fatto di frammenti sonori, traiettorie impreviste e immagini solo suggerite. Cinque tracce nate dall’improvvisazione diventano un mosaico complesso in cui dub, disco, hip hop old school, elettronica e alternative rock convivono in equilibrio instabile ma profondamente coerente.

Il disco è cinematografico: ogni brano è una scena, un luogo, una tensione emotiva che prende forma attraverso un uso consapevole e quasi artigianale del suono. Produzione, sound design e scrittura musicale non sono mai esercizi di stile, ma strumenti narrativi che danno vita a uno “statuto del caos” affascinante e stratificato.

(Ilaria Rapa)

Aquiloni – Margherita Principi

Accordi dolci accompagnano la storia di Margherita, dalla sua infanzia spensierata trascorsa a giocare a palla nel quartiere, passando per l’adolescenza, fino all’età adulta, più caotica e confusa, fragile e instabile. La vita diventa via via più complessa, tra amicizie e relazioni che si sgretolano e la costante sensazione di smarrire se stessi. Crescere ci porta a credere di dover essere sempre invincibili. Eppure, come una bambina, Margherita sente ancora il bisogno della sua mamma, il suo punto di riferimento costante.

“Aquiloni” vuole raccontarci in modo sincero e puro uno dei rapporti più speciali che esistano, quello tra madre e figlia: un legame che cambia forma, ma non intensità, capace di resistere al tempo, alla distanza e persino al disordine di una cameretta d’infanzia, un difetto che non cambierà mai.

(Sara Vaccaro)

Infinito – Prima stanza a destra

Non c’è bisogno di grandi parole, solo di qualche accordo e un filo di voce, per esprimere il proprio mondo interiore: Prima stanza a destra ci riesce benissimo in tutti i pezzi, e ce lo dimostra ancora una volta con il nuovo singolo “infinito”. Il testo è allo stesso tempo semplice ma emotivamente carico, capace di togliere il fiato. Accompagnato da un sound che toglie il respiro e che trasporta in una dimensione interiore profonda e fragile, chi ascolta non può fare a meno di lasciarsi andare alle emozioni dell’amore puro giovanile: quello vissuto di pancia, a cuore pieno. Quello che ti fa toccare la luna, e sentire l’infinito.

(Sara Vaccaro)

Produci Consuma Crea – Matteo Crea

Matteo Crea, di nome e di fatto. “Produci consuma crea” è un album che dice già molto a partire dal titolo: racconta i meccanismi del mondo in cui viviamo, facendosi specchio della nostra società, nel bene ma soprattutto nel male. Le tematiche spaziano dal lavoro alle manifestazioni, dal denaro alla rassegnazione di massa, passando per politica, diritti, doveri e ingiustizie. Il filtro è quello di una critica ironica, che non si posa sui testi come un velo sottile e impercettibile, ma si radica in profondità, diventando essa stessa il vero filo conduttore del progetto. “Produci consuma crea” è un lavoro coraggioso e ambizioso, consapevole di essere scomodo per molti, ma anche un grido a una sola voce per chi, come Matteo, continua a credere nel sogno di un mondo più giusto.

(Sara Vaccaro)

Urlo – Osaka Flu

“Urlo” degli Osaka Flu è una scarica nervosa che attraversa buio, freddo e disorientamento, trasformandola in suono. Il testo procede per immagini spezzate e richiami collettivi, un flusso di riferimenti che mescola memoria, istinto e cultura popolare, volutamente indifferente a qualsiasi coerenza narrativa. È “l’urlo” in sé ad animare tutto, dove la rabbia è solo lo sfondo di un’irrefrenabile presa di coscienza.

Il sound di “Urlo” è diretto, fisico, senza margini di comfort. La batteria spinge in avanti con ostinazione, le chitarre costruiscono una parete ruvida e satura, mentre la voce si muove sul confine tra inquietante controllo e disperato cedimento. Ogni suono è pensato per colpire e restituire quella sensazione di trance collettiva che sta alla base del brano. “Urlo” diventa quindi un rito breve e intenso, un atto liberatorio che affonda nelle radici più viscerali del post-punk e le riporta nel presente con urgenza e modernità.

(Serena Gerli)

Mi Manca – Giovanni Toscano

“Mi manca” è quella sensazione che ti assale quando il presente sembra improvvisamente più fragile e lo sguardo torna, quasi senza volerlo, verso ciò che è stato.
Giovanni Toscano costruisce il brano come una piccola mappa emotiva, fatta di assenze e ricordi. Il testo si muove tra intimità e riconoscibilità, dando voce al bisogno sincero di fare ordine, di dare un nome a ciò che manca senza idealizzarlo. I ricordi diventano immagini condivise, frammenti di quotidianità che parlano a chi ascolta con una delicatezza mai forzata.

Musicalmente il brano trova equilibrio in un groove caldo, con richiami soul e funky che accompagnano la voce senza sovrastarla. I cambi di tonalità segnano l’irruzione emotiva della memoria, trasformando il passato in un movimento vivo, che attraversa il presente invece di bloccarlo.
“Mi manca” è una canzone che accetta la vulnerabilità come parte del percorso di crescita: uno sguardo lucido su ciò che perdiamo strada facendo, e su come proprio quelle mancanze continuino a definire chi siamo.

(Serena Gerli)

Mi fa schifo tutto oggi – Etta

Con “Mi fa schifo tutto oggi” Etta compie un gesto radicale nel suo percorso artistico: smette di proteggersi, vuole scattare una fotografia nel momento esatto del crollo, quando ormai tutto pesa troppo e non resta nemmeno energia per fingere di stare bene.
Musicalmente si muove su un rock essenziale e viscerale, la produzione è asciutta, quasi claustrofobia, viene lasciato spazio alla voce e ai silenzi,
Il testo è costruito sulla ripetizione ossessiva della frase “mi fa schifo”, che diventa un martello emotivo; non è una semplice lamentela, ma un’autocritica feroce, infatti si rivolge prima di tutto a se stessa.

Il disagio non è esterno, ma interno, perfino l’idea di cambiare viene rifiutata come se anche la trasformazione fosse diventata una pretesa insostenibile.
É una canzone che non ci consola, non offe soluzioni, non ci dice che passerà, ed è proprio qui che il brano ci colpisce: non prova ad essere motivazionale, ma autentico. Etta ci fa ascoltare una canzone non per farci stare meglio ma per non farci sentire soli nei giorni in cui ci va tutto male.

(Benedetta Rubini)

Un Canto Nuovo- Lamante

Il brano nasce da una pausa necessaria, che non è immobilità, ma ascolto profondo, presentandosi come una lettera di risposta al dolore altrui. Il testo si muove su un registro rituale e arcaico, le parole sono ridotte all’essenziale, ritorna ossessivamente l’immagine della fine: “Come se il mondo stesse per finire”. Non è un annuncio catastrofico, ma una condizione necessaria, solo distruggendo un mondo, soprattutto mentale, se ne può costruire un altro.

(Benedetta Rubini)