Swirl: “Brucia il sole della gioventù!” | Intervista

PH: Ufficio Stampa

Swirl: “Brucia il sole della gioventù!” | Intervista

Si può affermare, praticamente con certezza matematica, che domani ci sarà il sole. Potrebbe piovere e lui potrebbe starsene lì, nascosto tra le nuvole ad aspettare la tempesta. Oppure potrebbe tirare fuori tutto il suo orgoglio, prendersi la scena e bruciare con i suoi raggi tutto quello che trova intorno. Ad un certo orario però, se ne dovrebbe andare via, a riposare dall’altra parte del mondo prima di ritornare, come sempre il giorno seguente.

“Melt the sun” è un disco dalle sonorità internazionale che stanno tornando di moda verso un mondo indie rock e dream pop, suonato e vissuto da un gruppo italiano, torinese, che ha scelto come nome Swirl.

Albe e tramonti immaginari accompagnano la rabbia e la speranza della loro generazione che è stanca di combattere contro il mondo una lotta appena iniziata, che nonostante tutto sentono la necessità di esprimere il proprio pensiero, talvolta anche in maniera diretta e cruda.

C’è il rispetto per la fragilità, le cose speciali sono quelle che si possono rompere o che prima o poi finiscono. Ecco probabilmente essere giovani, vuol dire anche questo. Bisogna avere coraggio per continuare ad esserlo.

INTERVISTANDO I SWIRL

Che colori ha la  vostra musica?

Sam: Se dovessi immaginare la nostra musica come un colore, la vedrei come qualcosa di dinamico e stratificato. Ogni brano ha una sua tonalità, alcune più gialle e calde, altre (come “Ease My Breath”) più sul viola, mentre “Confide” è bianco, il brano più diretto e puro.
Nel complesso, il colore dei Swirl è un viola elettrico che sfuma nel blu, attraversato da lampi di giallo: shoegaze saturo, profondità emotiva e calore luminoso che emerge quando il suono diventa una massa densa e intensa che ti brucia la pelle.

Avete la sensazione di sentirvi parte di qualcosa sia dal punto di vista umano sia dal punto di vista artistico?

Nick: Sì, ed è secondo noi una delle cose più importanti nel fare musica. Umanamente la band la interpretiamo come uno spazio sicuro, una specie di guscio, artisticamente invece sentiamo di appartenere a una scena e a un modo di vivere la musica diverso che non è solo suonare, ma è anche condividere, capirsi, far capire e crescere sia umanamente che artisticamente.

Dario: Esattamente, diciamo che siamo più persone che creano, invece di scegliere delle direzioni. Siamo un po’ tutti dei loner, quindi è come se avessimo creato noi un qualcosa a cui appartenere, perché fuori per noi non c’era nulla; ed infine la parte migliore è quando qualcuno fuori dalla band sente di appartenere a qualcosa grazie a noi.

Come si combatte o come si convive con la disillusione?

Swirl: Non si combatte e non si convive, bisogna accettarla e capirla prima di tutto. Non si può cambiare una situazione combattendola, la si può però capire e migliorare eventualmente ciò che può causarla. Tendenzialmente, questo è il vero modo per affrontare qualcosa: meditarci e guardarsi dentro.

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La vostra generazione fa fatica a respirare?

Swirl: Sì, pensiamo sia abbastanza evidente che c’è qualcosa che non va: standard sociali sempre più alti, telefoni attaccati agli occhi, futuro quasi inesistente e volontà praticamente a zero. Col tempo è stato portato via molto dalle vite dei giovani, specialmente dopo la pandemia. È come un sogno da cui ti svegli già adulto, chiedendoti dove sia finito tutto il tempo, e purtroppo a questa situazione è difficile trovare rimedio. Abbiamo perso gran parte di quelli che dovevano essere “i nostri anni migliori” dietro a politiche ridicole, vedendo tutti cambiare verso una mentalità sempre più egoriferita a causa dei social, che hanno creato appunto standard sempre più elevati, e a tratti egoisti. Vediamola come se fosse uno spettacolo di marionette in cui tutti vogliono recitare la parte del protagonista; ciò che sfugge all’occhio è che l’unico vero protagonista in tutto ciò è il burattinaio, non il burattino principale.

Stare in una zona di confort in realtà equivale ad accettare una forma di controllo?

Dalex: In un certo senso sì. La zona di comfort è un recinto che ci costruiamo da soli e che ci rende prevedibili. Se restiamo fermi in questo comfort dove tutto è facile, non disturbando nessuno, diventiamo facilmente gestibili agli occhi degli altri. È lo stesso meccanismo che hanno su di noi i social: ti illudono di essere al sicuro per non farti accorgere che la tua volontà piano piano scompare. Alla fine, accettare di non uscirne significa rassegnarsi a rimanere spettatori, lasciando che siano gli altri a decidere fin dove possiamo spingerci.
La musica è anche un modo per abbattere questo recinto, e sicuramente salire sul palco è sempre un tuffo fuori dalla nostra zona di comfort, dove non possiamo più nasconderci e dobbiamo per forza dare il nostro massimo.

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L’amore funziona quando porta speranza?

Dario: Non esattamente: l’amore porta sempre speranza, ma oggi noi giovani viviamo in un contesto in cui l’amore sembra quasi un bene di lusso, qualcosa che non tutti possono permettersi, inclusi noi. Bisogna continuare a sperare perché è di vitale importanza, ma è anche importante capire che dobbiamo condividere la luce con chi sa stare al sole, non con chi si lamenta delle scottature, non so se mi spiego. Per me è più importante dare amore, in senso ampio, che aspettare che qualcuno prima o poi ti ami nel senso più stretto. 

Pensare è un atto volontario?

Matilde: No, secondo me pensare è un atto involontario. Le persone riflettono continuamente, di giorno come di notte. Anche nei momenti di apparente “vuoto”, siamo attraversati da pensieri che riguardano il passato, il futuro, le preoccupazioni, le speranze o semplicemente le faccende da svolgere.
Persino quando proviamo a “non pensare a niente”, in realtà stiamo pensando: o a un’idea di “niente”, oppure allo sforzo stesso di smettere di pensare. Per questo evitare di pensare è impossibile, anche se a volte lo desideriamo, per dare alla nostra mente un attimo di pace.

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Vi affascina di più il sole quando è l’alba o al tramonto?

Nick, Sam, Dalex, Matilde: Tra alba e tramonto, preferiamo il secondo. L’alba evoca allegria, speranza, la gioia di un nuovo inizio: ha un’atmosfera più eterea e sognante. Il tramonto invece, con i suoi colori caldi, richiama una sensazione di quiete, serenità e riflessione sui momenti appena trascorsi. Guardare un paesaggio al tramonto suscita emozioni più complesse: è affascinante, ma anche leggermente malinconico.
E poi si è sempre troppo assonnati per vedere l’alba.

Dario: A me piace un sacco il sole di pieno giorno, quando anche i prati riflettono la luce. Mi fa sentire più a casa: preferisco il sole quando vive rispetto a vederlo nascere o morire.