Cronico: “Le illusioni senza rumore? Si sentono” | Intervista

PH: Ufficio Stampa

Cronico: “Le illusioni senza rumore? Si sentono” | Intervista

Cronico ci racconta in anteprima il suo nuovo brano, “Senza Rumore”, che sarà presentato nei prossimi giorni a Casa Sanremo, prima di uscire su tutte le piattaforme nel mese di Marzo.

Questo brano ha un titolo in antitesi con il suo significato perché quando finisce un qualsiasi tipo di rapporto, rimanendo in una situazione in bilico dove potrebbe rimanere una flebile speranza fa pensare, crea aspettative e lascia sempre una possibilità. Il silenzio, le parole non dette, o non ascoltate, rimangono lì incastrate, urlando all’interno dei pensieri.

Senza Rumore parte dall’indie più classico, per diventare un brano viscerale che dipinge il senso di malinconia o di non accettazione nella realtà. Tutto viene messo in discussione finché non si ha il coraggio di razionalizzare davvero, trovando il momento giusto per mettere un punto fisso e andare avanti.

“Se poi domani torni qui, non serve a niente.” Ma siamo sicuri che in realtà quel senso di ritorno non sia una scusa per ricominciare a risognare il per sempre? Cronico accarezza le illusioni, esponendo la fragilità di un rapporto che presenta alcune lacune, forse impossibili da colmare.

PH: Ufficio Stampaa

INTERVISTANDO CRONICO

Che effetto hanno i temporali emotivi sulla tua musica?

I temporali emotivi sono il mio vero studio di registrazione.

Quando arrivano fanno rumore, spostano aria, rompono equilibri… ma dopo lasciano sempre qualcosa di più limpido.

Nella mia musica diventano ritmo, pause, distorsioni, parole che magari in una giornata serena non avrei il coraggio di dire.

Non li cerco, ma quando arrivano li ascolto: sono scomodi, però mi ricordano che sto sentendo davvero qualcosa. E finché sento, posso scrivere.

Gli addii senza rumore sono quelli che si sentono di più?

Sì, perché non hanno un punto finale.

Gli addii rumorosi ti danno qualcosa contro cui reagire, puoi arrabbiarti, puoi rispondere. Quelli silenziosi invece restano aperti, rimbalzano dentro.

Non fanno scena, ma fanno eco. E l’eco, nella musica come nella vita, dura più del suono.

Ti spaventano di più  i rimorsi o i rimpianti?

I rimpianti fanno male, ma i rimorsi tengono svegli.

Il rimpianto è una strada che non hai preso: puoi immaginarla luminosa, diversa, perfino migliore di quella reale. In un certo senso resta un’ipotesi, e le ipotesi col tempo diventano quasi poesia.

Il rimorso invece è concreto, ha un peso specifico. È una scelta che hai fatto davvero, una parola detta o non detta, un gesto che non puoi rieditare. Non puoi cambiarlo, puoi solo capirlo.

Nella musica provo a trasformarli entrambi in qualcosa di utile: i rimpianti diventano possibilità, scenari che posso ancora esplorare. I rimorsi invece diventano verità, perché mi costringono a guardarmi senza filtri.

Se devo essere sincero, mi spaventano di più i rimorsi, perché hanno il mio nome sopra. I rimpianti parlano di ciò che poteva essere, i rimorsi parlano esattamente di chi sono stato. E con quelli non puoi barare, puoi solo scriverci una canzone e sperare che serva a capirti un po’ meglio.

PH: Ufficio Stampa

Prima o poi deve finire anche il tempo del ricordo?

Non credo debba finire, credo debba cambiare forma.

Il tempo del ricordo non è una stanza da cui esci, è più un corridoio che col tempo diventa meno rumoroso.

All’inizio i ricordi ti parlano addosso, poi iniziano a camminarti accanto. Quando finiscono del tutto, forse non è perché li hai superati, ma perché hai smesso di ascoltarli.

A me piace pensare che restino, ma con un volume diverso: non per trattenerti indietro, ma per ricordarti da dove arriva la tua voce.

Le relazioni diventano complicate per le conseguenze?

Più che per le conseguenze, diventano complicate quando smettiamo di assumercele.

Le relazioni non si rompono per quello che succede, ma per quello che evitiamo di guardare dopo.

Ogni legame ha effetti collaterali: parole dette male, silenzi fuori tempo, aspettative che cambiano.

Il problema non è la conseguenza in sé, è quando diventa una colpa invece che un passaggio.

Nelle canzoni cerco sempre di raccontare proprio quel momento lì: quando capisci che non è la caduta a definire un rapporto, ma il modo in cui ci resti dentro o riesci a rialzarti.

La tua canzone “Altrove” è un modo per esorcizzare alcune paure?

“Altrove” è più un dialogo che un esorcismo.

Non volevo scacciare le paure, volevo dargli un posto dove stare senza che guidassero loro.

Scriverla è stato come accendere una luce in una stanza che conoscevo già a memoria ma che evitavo di guardare bene.

Le paure non spariscono perché le nomini, però cambiano dimensione: smettono di essere un rumore di fondo e diventano parole, immagini, suoni.

In quel senso sì, mi ha alleggerito… ma soprattutto mi ha reso più onesto.

“Altrove” non è una fuga, è il punto in cui capisci che puoi restare dove sei senza sentirti intrappolato.