Di Christian Gusmeroli
Filippo Uttinacci, in arte Fulminacci, fresco reduce dall’esperienza sanremese, è tornato con il suo nuovo album, il quarto della carriera. A sette anni dal disco d’esordio arriva Calcinacci. In questo arco di tempo la crescita artistica e la maturazione del cantautore romano sono evidenti, segno di un percorso che lo ha portato a consolidare una cifra stilistica sempre più riconoscibile all’interno della nuova scena cantautorale italiana.
Il percorso di Fulminacci parte però da molto lontano, da “La vita veramente”, l’album d’esordio pubblicato nel 2019. Un disco che, a distanza di anni, resta uno degli esordi più convincenti e riusciti del nuovo cantautorato italiano. Con una scrittura capace di mescolare ironia, malinconia e uno sguardo molto lucido sulla quotidianità dei ventenni di oggi, Fulminacci è riuscito fin da subito a costruire un linguaggio personale e riconoscibile.
Il nuovo album è invece la conferma e la consacrazione di un talento ormai sbocciato. Ascoltando “Calcinacci” ti trovi teletrasportato in mondi che rievocano sonorità e atmosfere dei migliori cantautori del nostro Paese. Ho un pensiero a riguardo: se un cantautore ne ricorda fortemente un altro, è spesso il limite di un artista che non riesce ad allontanarsi dalle influenze degli ascolti che lo hanno portato ad amare questo campo artistico. Se invece il cantautore riesce a esprimersi in modi che ti trasportano a vagare nella tua memoria e a ritrovare sonorità che evocano più artisti che hai avuto modo di ascoltare, vuol dire che ha un suo stile e che ha sviluppato una propria identità artistica capace di dialogare con la tradizione senza restarne prigioniera.
Volendo citare qualcuno di questi cantautori che il disco richiama, possiamo trovare echi del primo Battisti – quello del sodalizio con Mogol – nel brano “Da qualche parte in Italia”. Battisti che viene citato esplicitamente (insieme a Pannella) anche nella canzone “Casomai”, brano che per stile ricorda invece Daniele Silvestri.
Nella traccia che apre il disco, “Indispensabile”, troviamo invece una citazione di “Storia disonesta” di Stefano Rosso, mentre nella canzone “Meno di zero” sembra affiorare l’ombra di De Gregori.
Un viaggio quasi onirico per chi è cresciuto a pane e Premio Tenco.
Il disco ci regala anche alcune massime che i più fanatici degli inchiostrati potrebbero persino incidere sulla pelle: “Ma in fondo a me che me ne importa di camminare sempre dritto se la vita è tutta storta.”
Questo spazio diventa per poche righe la rubrica “Consigli per gli acquisti”. Per gli amanti del genere cantautorale questo disco è uno di quelli che bisogna possedere fisicamente. Da tenere in mano, sfiorare la copertina e sentirlo girare nel giradischi. Con i singoli “Niente di particolare” e il sanremese “Maledetta sfortuna” le premesse per un disco di grande spessore c’erano tutte, e l’ascolto dell’album non fa che confermarle.
In un tempo musicale spesso dominato dall’effimero, dai brani immediati con data di scadenza a due settimane, Fulminacci continua a ricordarci che la canzone d’autore può ancora essere un luogo in cui memoria, ironia e malinconia riescono a convivere.
Di Christian Gusmeroli Ultima serata di audizioni per Musicultura al Teatro Lauro Rossi di Macerata.…
Di Christian Gusmeroli Nona e penultima serata di audizioni per Musicultura al Teatro Lauro Rossi…
Di Christian Gusmeroli Ottava serata di audizioni per Musicultura al Teatro Lauro Rossi di Macerata.…
Di Christian Gusmeroli Settima serata di audizioni per Musicultura al Teatro Lauro Rossi di Macerata.…
Quali sono gli oggetti, le emozioni e i ricordi che posso entrare in una scatola?…
Giuseppe Dosi, italiano ma trasferitosi in Spagna, s'interroga sulla lotta legata all'esistenza umana, con atmosfere…