Indie Italia Mag

Vincenzo Lovino: “Camerasolo mi ha liberato” | Intervista

Quella di Vincenzo Lovino è musica che vive e si sposta in circolo, nascendo prima dentro di lui, grazie alle esperienze vissute e alla fine di una relazione, situazione che tende a provocare distacco e un vuoto incolmabile. Poi esce e si ritrova chiusa in una stanza, dove sbatte contro le pareti dell’insicurezza, modificando aspetto e sentimento.

Qui nasce una sorta di conflitto, anche manifesto, tra forma, gelosia e coraggio di esprimere, anche al mondo esterno, quello che è stato nascosto dentro queste canzoni. Invece di rimanere chiuse in nel cassetto della memoria, trova nuove energie che le trasformano in nuova forma di vita, talmente potente da riuscire ad arrivare fino al cuore di chi ascolta.

CameraSolo è un lavoro crudo ed imperfetto, pieno di asimmetrie e imprecisioni che lo impreziosiscono e lo rendono profondamente intimo. Non cercavano altra forma, altra materia che le componesse.
Sono emozioni sonore che riflettono il luogo in cui sono nate e, per lontana conseguenza, anche la testa e il cuore del loro autore. Vincenzo, con quei suoni e quelle parole, accoglie l’imperfezione e accetta che il dolore, a volte, lo renda tutte quelle cose che di definito e determinato hanno ben poco.

INTERVISTANDO VINCENZO LOVINO

Il disco è servito a fare ordine o paradossalmente ha creato più confusione?

Il lavoro di per sé non nasce con uno scopo ben definito. Non c’è mai stata una vera e propria intenzione a priori. La consapevolezza di ciò che stavo facendo, tra scrittura e produzione, e di ciò che poteva diventare, è arrivata molto dopo la nascita delle canzoni. 

La scrittura e la “messa in suono” sono stati degli elementi che mi hanno aiutato a razionalizzare il disordine emotivo che stavo provando. Ero, essenzialmente, frammentato: c’era una parte di me che si è sentita abbandonata e rigettata, e un’altra che raccoglieva gli effetti di questo abbandono e li rifletteva sulla mia persona. C’era, insomma, un Vincenzo diviso. Le canzoni creano uno spazio d’espressione sicuro, intimo, dove il disordine è accettato e coccolato. Questo caos non cambia forma, ma nome, perché finalmente gli è dato modo di esistere, di essere accolto. 

La scrittura di una singola canzone parte o da una serie disordinata di pensieri, coi quali provo a costruire una narrazione, oppure da un concetto, da uno stato d’animo, che provo a sviscerare, che provo a costruire per immagini. Probabilmente, più che rafforzare il disordine, o dargli una forma più precisa e definita, il disco lo legittima, lo accoglie e gli da la possibilità di respirare. Al contempo, tuttavia, da un posto ai pensieri e, per dirla in parole povere, un ordine. 

Cosa ti sembrava impossibile nel realizzare questo progetto prima di farlo?

Spesso non sapevo cosa stessi facendo, che direzione stessi percorrendo, che tipo di strumenti, materialmente, stavo utilizzando. Mi sono lasciato trasportare dalla sperimentazione (non che si tratti di un lavoro sperimentale), nel senso che, spesso, non sapendo dove stessi andando, lasciavo che fossero le orecchie e il gusto a guidarmi. Oltre che i sentimenti. Non ho mai cantato in vita mia, anche questa è stata una scoperta nella genesi del lavoro, nonostante fosse qualcosa che mai avrei pensato di essere in grado di fare, o quantomeno di farla e farmela piacere per come la realizzavo. Impossibile, all’inizio, sembrava essere il lasciar vagare per il mondo queste canzoni, per il semplice motivo che non contemplavo affatto questa possibilità, non aveva vita nella mia testa, era inconcepibile. Non mi aveva sfiorato il pensiero di poter pubblicare qualcosa. All’inizio lo facevo per me, mi piaceva ascoltare le cose che facevo, mi piaceva che fosse tutto “amatoriale” e che il suono riflettesse questo carattere. 

Il primo accenno di “realtà” che ho riscontrato è venuto fuori quando, con abbastanza pezzi a disposizione, mi sono reso conto di poterne selezionare effettivamente alcuni, sei, e di poterli associare fra di loro per suono, intenzioni, parole e significati. Lì finalmente si sono rese visibili delle trame che inconsciamente avevo tessuto nella musica che avevo prodotto, che hanno tramutato quel pensiero impossibile, radicato in me anche a causa dell’insicurezza di far ascoltare la mia voce e i miei pensieri come mai prima di quel momento, in intenzione ed obiettivo realistico. 

PH: Ufficio Stampa

È stato anche un atto di coraggio esporsi in maniera artistica dopo il dolore legato ad una mancanza?

L’esposizione è stato l’aspetto che, più di tutti, ho valutato e sul quale ho riflettuto. Sia per ciò che riguarda la narrazione più personale, sia per quel che concerne la parte di me che era ancora legata a quell’assenza. Non sapevo se ciò che stavo esprimendo, come lo stavo esprimendo, rendesse dignità all’esperienza che ho vissuto, ai sentimenti, ad una storia che si è conclusa.

È stato difficile per me sintetizzare certe cose in musica, renderle comprensibili. Razionalizzarle nella forma più materiale di cui disponevo: la parola. Non sempre ci si riesce, quando si parla di amore, di assenza, di nostalgia, di cose non dette. È facile banalizzare, è facile cadere in immaginari già usati, è facile usare parole vuote, che possono significare tutto quanto niente. Il lavoro sui testi, sulle immagini, nelle tre canzoni che riportano a questa storia ormai conclusa, è stato quanto mai complesso per me. Non volevo sembrare banale, non tanto agli altri, ma a me. Volevo che ciò che stessi esprimendo avesse valore artistico, poetico (anche se vagamente) ed emotivo per me. La chiave per riuscire in questo è stata il personalizzare il più possibile la scrittura, utilizzare miei pensieri, ricordi, esperienze. E anche scrivere con un mio stile.

Non volevo parlare di qualcosa di universale, non sentivo la necessità che arrivasse a tutti, che qualcuno ci si potesse immedesimare. Volevo che fosse qualcosa di vero, intimo. Che poi le immagini riescano ad evocare sentimenti e reazioni comuni, questo sta alla musica farlo, sempre perché non avevo una direzione precisa all’inizio, non avevo un progetto in mente, quindi non era quello il fine per me. 

Quando ho accettato quello che avevo scritto, cantato e prodotto, specialmente nei tre pezzi sull’esperienza finita, allora s’è fatto vivo il coraggio, quasi come naturale conseguenza di quell’accettazione. Stavo credendo in ciò che avevo creato e forse anche un po’ in me. 

L’odore della pioggia è il manifesto di questo disco e anche della tua musica?

“L’odore della pioggia” è il brano nel quale, biograficamente parlando, c’è più materiale. Anche se non traspare come narrazione meramente autobiografica, ho voluto inserire elementi del mio passato, del mio vissuto e della mia crescita, più di altri pezzi che sono più “meditativi”. 

Si tratta della traccia che meglio sintetizza i pensieri e le influenze che mi hanno attraversato negli ultimi due anni, sia musicalmente che non. È il pezzo più essenziale: non c’è un gran lavoro di produzione dietro, ci sono pochi elementi che ho provato a far dialogare nel miglior modo possibile. 

È la canzone che racchiude, seppur compresse e cristallizzate, le conclusioni che su di me, nel tempo, sono riuscito a trarre. È la canzone che esprime l’impatto reale che la musica ha avuto su di me, sulla mia crescita, da quando ero bambino fino ad ora, infatti scrivo “sai l’avessi capito prima che è la musica che ci usa e non il contrario” perché grazie al percorso di scoperta e creazione che ho attraversato in questi due anni, ho iniziato a percepire la musica come forza viva, come energia ed entità che si fa viva e per farsi viva usa noi come mezzo: le nostre orecchie, il nostro intelletto, i nostri corpi, che suonano e risuonano. È stato un processo che è iniziato quando ero piccolo in cui la musica come un fiore, come una pianticella che cresce indisturbata, si è fatta strada e finalmente si è manifestata. 

È un pezzo che cambia e si evolve durante l’ascolto, rispecchiando la mia necessità di esulare un po’ dalle logiche e dalle geometrie classiche. Non presenta il ritornello, che è una dinamica che raramente riesco ad apprezzare nella mia scrittura e composizione, come fra l’altro si evince dalla maggior parte dei pezzi del progetto. La musica è totalmente asservita alla narrazione, alle immagini, al testo che per forza di cose non può essere ripetitivo se vuole “raccontare”, altrimenti stancherebbe. 

PH: Ufficio Stampa

Emerge la metafora della solitudine rifugio. Quali sono le tue paure e credi di arrivare talvolta ad autoalimentarsi da solo?

La solitudine è stata innanzitutto una scelta. All’inizio di questo percorso, quando ho iniziato a mettere insieme i pezzi di un’esperienza finita, la solitudine è stato l’unico spazio che avevo a disposizione per poter lasciare liberi i pensieri senza appesantire il mondo o le persone a me vicine. Era anche l’unico spazio in cui potevo concedermi l’errore, in cui potevo lasciarmi andare a frazioni del mio essere che con difficoltà ho mai accettato, era l’unico posto in cui potevo vivere la versione di me ancora aggrappata alla mancanza, all’assenza di una persona.

Dall’altro lato, però, era anche il presupposto del mondo che col tempo ho costruito lì in camera mia, dei suoni che ci hanno vagato, dei pensieri, dei testi, che lì vi hanno preso vita. Era, questa solitudine, uno spazio dove le decisioni non pesavano, che mi rimetteva in forze per uscire ogni volta. Col tempo, però, e diventata anche la culla delle mie insicurezze, delle mie paure, che assieme alle altre cose buone, proliferavano.

Ho corso diverse volte il rischio di crogiolarmi troppo nello star solo, divenendo evitante, a volte, verso gli altri. La solitudine, quando ti scordi di averla scelta, può portarti a pensare di essere solo, in senso assoluto, quando invece sei circondato da persone che ti vogliono bene. Nel tempo, spesso inciampando in questo tipo di pensieri, ho avuto paura che questo estremo rilassamento e che questa forte confidenza che avevo preso con me e con la versione di me che era sola, mi allontanasse dal mondo, dagli affetti, dal tempo che potevo dedicare alle persone a cui volevo bene solo perché ormai il corpo e la mia mente si erano abituati all’assenza, che avevano sperimentato nella solitudine. Per me è stata una camera di risonanza, sia per il proliferare di cattive abitudini, paure e pensieri nocivi, sia, però, per il fiorire di un universo personale, sonoro e non solo. È stata una compagna che ogni tanto mi ha fatto qualche sgambetto.

Quando o quanto sono preziose le imperfezioni?

L’imperfezione, per quel che mi riguarda, è la chiave di lettura di tutto il progetto. È diventato un aspetto importante per me quando ho dovuto scegliere che tipo di direzione dare a tutto quanto: ricostruire tutto in uno studio più professionale oppure adottare un approccio più personale? Ho optato per la seconda opzione. L’imperfezione, l’imprecisione, sono cose che mi accompagnano dalla tenera età. Ho sempre avuto il desiderio di essere preciso, definito, di riuscire alla perfezione nelle cose. In questi due anni, quando mi sono abbandonato a ciò che era di me indefinito, imperfetto, mi sono riscoperto. O, meglio, mi sono capito, che è come riscoprirsi. L’imperfezione è diventata importante nel momento in cui andavo a definire l’identità del progetto. In cui sceglievo i suoni, il modo di farli interagire fra di loro. È tutto volutamente (e fieramente) imperfetto: dalle strutture testuali, ai pattern musicali, alle scelte in fase di rifinitura. 

È il riflesso più fedele della mia camera, di me solo lì dentro, del disordine che c’era. L’imperfezione è diventata identità. Per me e per il progetto tutto.

Tutto il dolore che provocava discrepanze nel mio modo di essere, di stare nel mondo, l’ho col tempo accudito ed accolto, fino a vedere quelle imperfezioni, sue figlie, come miei profondi tratti distintivi, non come incongruenze da aggiustare.

Anche il progetto abbraccia questa filosofia.

PH: Ufficio Stampa

Perché l’amore accade di notte?

Per provare a fare un discorso generale, la notte è un momento importante. Di riflessione, di contatto con sé stessi, un momento di estrema lucidità. Il buio lascia spazio ai pensieri, al sentire, nel senso più alto del termine. Se provo a calare queste considerazioni rispetto all’esperienza che ho provato a raccontare, allora entrano in gioco situazioni più specifiche da descrivere. Sarà perché io investo di particolare significato questo momento, ma per ciò che ho vissuto, tanti momenti importanti di quel rapporto sono avvenuti di notte. 

La notte è il momento in cui ci si mette in dubbio e in cui si mette in dubbio il mondo. In cui tutto diventa ipotesi. Per questo scrivo “immaginare domande, ma non le risposte”. Anche i sentimenti, come quelli che animano l’amore, prendono vita di notte. Ci si sente più vicini alla persona a cui si pensa, più affini, in qualche modo in contatto. L’amore si manifesta anche nell’intensità del proprio pensiero rivolto verso qualcun altro, e visto che di notte questo pensiero è particolarmente intenso, anche il manifestarsi dell’amore diventa intenso. 

Le frasi finali di “l’amore accade di notte” sono alla fine della canzone, e quindi del disco, non a caso. Ma perché parlano proprio della fine di quella storia, che è anche un po’ il motivo per cui ho iniziato a creare musica, che ho usato come contatto, appiglio, con l’esperienza ormai finita. E tutta questa musica che è nata risiede a sua volta in quelle ultime, ultimissime parole: “di me ti rimane solo qualche canzone, mentre tu mi hai lasciato tutta quanta la musica” che è poi quella che ne è venuta fuori.

Tanti dei testi, delle idee, delle melodie, delle costruzioni che ci sono nel progetto sono nati di notte, proprio per questa mia tendenza al meditare, al produrre pensieri ed ipotesi in questo momento così intimo e delicato, e spesso è capitato che le registrassi di notte per non perdere il fievole contatto che stavo avendo con le idee, che, si sa, spesso scappano via. 

Qual è l’ultima lettera che vorresti scrivere al tuo primo disco CameraSolo, prima di pensare a nuovi progetti?

L’ultima lettera che sento di voler recapitare a questo progetto sarebbe piena di domande. Per lasciarlo sospeso, forse, per non definirlo del tutto, per lasciarlo con qualcosa da dire, ancora.

Sarebbe una lettera per lasciarlo andare senza correggerlo. Le imperfezioni sono la sua unica forma onesta, e lo ringrazierei per questo. Ogni esitazione, ogni spazio lasciato aperto, è parte del suo linguaggio.

È un progetto fatto di sottrazione, che ho appreso vivendo la miriade di possibilità a cui mi ha messo davanti, insegnandomi a scegliere. 

Gli chiederei cosa altro ha da dirmi, perché non c’è mai stata volontà di dimostrare qualcosa, ma di restare aderente a uno stato preciso: fragile, lucido, a volte incompleto. È proprio lì che nasceva il senso. Non nella costruzione perfetta, ma nell’equilibrio instabile che regge senza nascondere le crepe. Gli chiederei di farsi sentire, ogni tanto, di tornare. Magari di conservare la sua capacità di accogliermi, di farmi stare sereno, disciolto, scomposto. 

E se fra qualche tempo volesse rispondere a questa mia lettera, solo allora lo ringrazierei definitivamente di tutto, di avermi fatto aprire la porta di camera, di avermi fatto uscire e tornare nel mondo. Di avermi indicato la strada e avermi fatto scoprire i mondi che la musica apre. 

 

Nicolò Granone

Recent Posts

New Indie Italia Music #265

"Closing time. Open all the doors and let you out into the world Closing time.…

3 giorni ago

Recensione di “Cose fatte prima di nascere”: il nuovo album di Simone Famiglietti

Di Pietro Broccanello “Cose fatte prima di nascere” di Simone Famiglietti è uno di quei…

4 giorni ago

Dammi un po’ di pace | Indie Tales

Era una giornata uguale a tutte le altre. Nessuno si ricordava però se avesse piovuto…

1 settimana ago

New Indie Italia Music Week #264

"Don't ya know? They're talking about a revolution It sounds like a whisper Poor people…

1 settimana ago

Maravich: “La fuga apre al ritorno” | Intervista

"E allora dammi un po' di pace,  lasciami stare per un po' voglio sentire solo…

1 settimana ago

Fulmin…acci a ciel sereno | Recensione Album “Calcinacci”

Di Christian Gusmeroli Filippo Uttinacci, in arte Fulminacci, fresco reduce dall’esperienza sanremese, è tornato con…

2 settimane ago