Per darti una mano | Indie Tales

Per darti una mano | Indie Tales

Di Stefano Giannetti

La stupidità di mia madre non mi faceva così comodo da quella volta in cui riuscii a farle firmare un quattro sul diario di scuola, coprendo mezza pagina con un foglietto posticcio riportante una finta autorizzazione per una visita guidata, scritta da me.

E ora che, dalla panca scricchiolante della cucina e davanti alla sua soap opera, m’ha chiesto perché gironzolo in camera da letto, ha creduto subito che sto cercando le monete di non so quanti vecchi franchi di zia Camilla. Povera boccalona. Ma è alle carte che miro. Per la precisione a quelle dello stipendio intero che papà ogni inizio mese infilava in una sacca di jeans tra questi abiti da cerimonia puzzolenti appesi nell’armadio.

Ecco la borsetta.
Vuota.

Devo pensare. Ah, sì. Le prime volte di cui ho ricordo metteva i soldi in un angolo dell’ultimo cassettone in basso. Poi ha cambiato in favore del vano ante. Chissà perché.

Una fitta prima mi gela l’alluce e poi me lo brucia. Mi toglie la vista e me la ridà. Ecco perché. Il cassetto è rotto. E cade.

Il gracchiare di mamma aggiunge piacevolezza al momento.

«Sergio! Guarda che i franchi stanno nel comò, se ci stanno. Non nell’armadio!»
«Ah, grazie!»
«Poi lo chiediamo a tuo padre, dove li ha messi. Vieni a farmi compagnia, no? Che sei tornato a fare? Solo per prenderti due spicci francesi che non son buoni più?»
«Cinque minuti!»

Ero tornato per buonissima moneta europea, e per fame. All’inizio volevo confessare che coi soldi che mi sono rimasti ci pago a malapena il treno di ritorno. Che avrei rioccupato il mio lettino per un po’ e quindi sì, avrei fatto molta compagnia sia alla vecchia che al marito.

Ma guardandoli in faccia al mio arrivo mi sono reso conto che così, senza dirglielo, è più facile.

Cioè, sarebbe più facile, se in questo comò ci fosse l’ombra di un euro.

«Sergio!»
E che palle.
«Mamma, che c’è?»
«Mi scordo sempre. Ti saluta tanto Claudia. Ogni tanto mi chiede come ti va quella specie di scuola, lì a Torino. Se hai scritto libri.»
«Ah. Risalutala.»
«No, valla a trovare. Che io non so spiegare niente. A chi me lo chiede dico “Boh, sta a Torino. Chissà a fare che”.»
«Vabbè, se ho tempo.»

Non sai dire niente perché non te n’è mai fregato niente, né a te né a papà, di quello che volevo fare io. Da quando avevo tredici anni, che m’avete mandato a calci in culo al Chimico, perché coi disegni e con lo scrivere morirai di fame.

«Quando riparti, Sergio?»
«Eh. Sto valutando.»

Il tempo di sapere se nel comodino di papà ci sono i soldi per l’affitto del mese prossimo. Morire di fame. Potevate almeno farmi provare da subito e dimostrarmi d’avere ragione quando avevo vent’anni, non trentasette. Quello che troverò sarà solo un acconto del vostro risarcimento danni.

Apro entrambi i cassetti del comodino. Inizio piano da quello di giù. Così, se cade, me ne accorgo prima, e se quello superiore è difettoso avrà l’altro come paracadute.

Ma sono buoni entrambi, se non consideriamo il loro contenuto.

Piano di sotto: solo ricevute di bollette.
Il piano di sopra invece è più abbondante: portachiavi, crocifissi, viti e brugole a caso.

E questa?

Una mini-torcia azzurra. Papà la usava per illuminare le scale, quando la sera tornava dal lavoro e mamma dormiva già. Quel fascio di luce seguito dalla sua ombra dalla porta a vetri mi faceva passare la paura dei mostri di turno che vedevo negli horror. E quando entrava, annunciato dalla guarnizione del battente che strusciava sul pavimento, mi rimproverava perché non stavo ancora a letto. Ma sorridendo.

Mi rigiro la lampadina tra le mani. Che bella. Consumata sul tasto d’accensione. Lo sportellino delle batterie è allentato. Chissà se funziona ancora.

Vabbè, ma che sto facendo?

«Sergio! Ma che stai facendo?»
Appunto.

Lo sportello ha ceduto. Le pile ossidate sono finite sul pavimento insieme al fluido marrone.

La voce di mia madre è più vicina.

«Lascia perdere, che ti fai male. Sicuro, tuo padre ha messo i franchi in un posto facile. Ha perso da tanto la mania di nascondere roba. Che non si ricordava più dove la metteva.»

Per fortuna, il casino delle sue ciabatte trascinate sono meglio di un GPS e mi dicono che sta tornando in cucina. La panca che rumoreggia: mamma è tornata nella postazione dove secoli fa stavamo comodi in due.

E se lasciassi stare davvero e andassi a vedere la televisione con lei? Non le frega niente dei casini che ho combinato, vuole solo che stia un po’ con lei, invece di…

No, aspetta. Eureka.

Se papà ha smesso di nascondere, ho il traguardo a un palmo. Tutti i soldi dovrebbero essere nella borsa nuova di mamma, in corridoio.

Devo arrivarci come un fulmine ma a passo leggero, perché attraverserò l’arco della cucina.

La pubblicità di Mediaset ha alzato il volume della tv e mi ha coperto. Sono all’appendiabiti. Apro la zip della tracolla beige pianissimo. Poi il portafogli.

Bingo.

Senza estrarle, conto le banconote facendole scorrere sotto il polpastrello.

Settecento, ottocento… novecento…

E basta?

Vabbè, m’accontento.

Agguanto le carte e le tiro su, senza fare il minimo rumore.

Peccato che il chiasso l’abbia appena fatto la porta delle scale.

«Sergio?»

Mi si stringe la gola. Lascio ricadere tutto dentro.

Mi giro.

«Papà.»

Tiro fuori il braccio dalla borsa. Ma ormai.

Fa passi piccoli verso di me, pare si scaldi per un balletto. Ma non è ridente come quando ero bambino. È serio e ha un braccio dietro il sedere. Come tenesse una pistola. Troppo vicino. Gli vedo il giallo negli occhi allampanati.

«Papà. Scusami. Adesso parliamo un attimo.»

Porta una mano in avanti. Stringe una busta da lettere bianca, rigonfia e piegata in due. Non m’ha nemmeno sentito.

Apre la bocca, un filo di saliva si spezza tra le labbra viola.

«Sono stato in banca. Non t’avevo detto che abbiamo venduto l’appartamento di nonna.»

Mi porge il fagotto.

«Sergio, questi sono per darti una mano.»

Racconto liberamente ispirato al  brano “Ti abitui e ti piace” di Dodicianni