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Tarek da colorare (Rancore) | Recensione

Di Christian Gusmeroli

Rancore è tornato per “colorare” le nostre giornate in questo 2026. “Tarek da colorare” ha visto la luce. Il nome dell’album sembra un rimando a “Musica per bambini”: anche la copertina richiama i libri da colorare, quelli dove teoricamente dovresti stare dentro i bordi. Rancore, ovviamente, con i suoi testi fa l’opposto.

“Tarek da colorare” — Tarek è il vero nome di Rancore — è un viaggio tra lucidità e sano delirio, tra realtà e immaginazione. Ascoltare il rapper romano è come assistere a uno spettacolo di equilibrismo ad alta quota, con acrobazie su un filo teso fatto di parole, che Rancore attraversa con un controllo impressionante, senza mai perdere il ritmo. È come guardare un giocoliere che si passa le parole di mano in mano senza mai farle cadere.

L’album si apre con “Fanfole”, brano di cui abbiamo già parlato in New Indie Italia Music Week #264, ed è un concatenarsi quasi ininterrotto di frasi. Non esiste una vera pausa tra un pensiero e l’altro. Ogni frase non è mai fine a se stessa e ha un peso specifico importante. Perché, come dice lo stesso Rancore in “Basta!” — seconda traccia dell’album — “le canzoni alla fine sono radiofoniche solo se non ti distraggono quando ci parli sopra”. Ed è proprio questo il punto: qui siamo di fronte a un lavoro per nulla radiofonico.

Non esistono ascolti che puoi fare distrattamente, non esistono domande del tipo “mi vuoi più suora o pornodiva” a cui puoi rispondere anche chiacchierando di altro con gli amici mentre la canzone fa da tappetino musicale. Ogni parola deve essere assimilata e digerita. Ogni testo ha la sua dimensione. Ogni testo attinge al vastissimo panorama culturale. Passi dalla poetica baudleriana de “I fiori del male” fino a un corso di latino rapido. Incontri Charlie Chaplin, fai conoscenza con la teoria del gatto di Schrodinger e arrivi al canto lirico in “Codex Seraphinianus”. 

C’è anche un rimando a Lucio Dalla nella canzone “Normalità”. E non poteva chiamarsi diversamente il brano che richiama colui che ci ha insegnato che “la cosa eccezionale è essere normale”.

Mentre tutto il resto prova a farsi ascoltare, Rancore costringe ad ascoltare. E la differenza è tutta lì.

Ti mette davanti un’intera tavolozza di colori e un panorama vasto a cui ispirarti. A te non resta che usarli. Perché lui è, in fondo, “Tarek da colorare”.



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