New Indie Italia Music Week #266

New Indie Italia Music Week #266

“You look so tired, unhappyBring down the governmentThey don’t, they don’t speak for us

No Alarms and No Surprises”

(No Surprises – Radiohead)

C’è un’ora leggera, sospesa tra luce e ombra, in cui tutto sembra rallentare senza fermarsi davvero. Le città respirano piano, i pensieri si fanno più morbidi, e le cose iniziano a brillare di un senso diverso. È lì che la musica trova spazio, come una finestra aperta su qualcosa che non ha ancora un nome.

L’indie italiano di questa settimana sembra muoversi proprio in quella dimensione: intima, sfumata, quasi sognata. Canzoni che non cercano rumore, ma dettagli; non risposte, ma immagini che restano. Piccole storie che scorrono come luci lontane, tra malinconia dolce e desideri appena accennati. Un equilibrio fragile, ma bellissimo, tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Queste sono le uscite che abbiamo scelto, da ascoltare come si guarda il cielo quando cambia colore.

Nascere (EP) – Millealice

Primo atto di una trilogia di EP, seguiranno Inciampare e Crescere. Una probabile metafora della crescita personale e artistica, paragonata a quella biologica. E già i cori in apertura all’Intro sembrano accompagnare l’uscita dall’utero materno di un nascituro, con quelle luci velate e poi accecanti, come vediamo nei film. Ma è una nascita non ingenua. ╚ sussurrata, serena nella sua disillusione. Si rapporta con gli altri, parla già a un “Dio che non sente ma che non chiede indietro niente”. Forse un tentativo di ri-nascita?

Ninna nanna è intensa, anche questa profonda, acustica, essenziale. “Ninna nanna per te che non dormi mai – La tua mamma non ti ha detto più chi sei, ora piangi e ti immagini come puoi”: poche parole a costituire un guscio che protegge il destinatario dal racconto di tanto dolore racchiuso, destinatario bambino che interpreterà il messaggio a tempo debito, aspetto quasi simboleggiato dal vero coro infantile finale. Con Bimbi e cani passiamo all’r’n’b, e chissà che non sia questo stile un’anticipazione del concettuale ritmo sincopato che nella vita accompagna l’inciampare. Millealice qui incoraggia l’amore istintivo, financo egoista. Come amano i bimbi e i cani. Un lasciarsi andare senza domande, senza pensare agli incubi. Diventare uno rifugio dell’altro solo a morsi e graffi, solo aggrappandoci a pelle, carne e ossa. Che tanto qui siamo nati da poco. Basta stringerci. C’è tempo (ma non troppo) prima di Inciampare.

(Stefano Giannetti)

Ho una casa incastrata tra le spalle – Francesa Sevi, Missey

“Chissà se anche per strada la gente si ripara dal ricordo che si porta dentro”. La radice può diventare zavorra, ma la consapevolezza di averla come zavorra sulla schiena durante il cammino della vita, dimostra che la si sta combattendo; oppure, la casa tra le spalle è già il simbolo che noi stessi, il nostro corpo, siamo casa e tempio. Camper alimentato ad intenzioni. Intanto, le ali della metamorfosi sono già spuntate. E sembra appunto il liberarsi di una farfalla, la voce di Francesca nel finale, che ci accompagna in un viaggio dell’anima, dalle estensioni e le basi sognanti che attirano dolcemente a ragionare su questo brano impegnativo il giusto. Perché il posto di tutti è “vagante”, e il senso d’appartenenza, per chi ce l’ha, è solo un pit-stop.

(Stefano Giannetti)

Gimcana (Album) – Nuvolari

“Gimcana” di Nuvolari è un album maturo. Un’opera che ha tutti i crismi per essere un lavoro compiuto, che dimostra una scrittura consapevole e una visione chiara, capace di raccontare con lucidità un percorso fatto di passaggi, inciampi e ricerca di equilibrio. Il titolo non è casuale. La gimcana è, per definizione, un percorso a ostacoli fatto di curve strette, slalom e prove di abilità. Qui si sviluppa il senso del disco: la metafora di una vita che non è altro che una lunga gimcana, tra dolori, pressioni, instabilità e ostacoli che si frappongono tra noi e la ricerca della nostra direzione.

Per chi già conosceva Nuvolari è facile notare un cambio stilistico a livello sonoro, con il passaggio dal “chitarra e voce” a una dimensione più ampia, fatta di suoni variegati e influenze elettroniche. Quello che invece resta costante è il lato sentimentale, vero filo conduttore dell’opera. Il pezzo di spicco è sicuramente “Shojiro”, brano di cui abbiamo già parlato due settimane fa in occasione dell’uscita come singolo. L’intero album si compone di 9 tracce e ognuna è una perla incastonata in una bellissima corona.

Da quando ho avuto la fortuna di imbattermici in anteprima, non ho potuto fare a meno di ascoltarle più volte. Non solo “Shojiro”, per cui ho già dichiarato un amore quasi viscerale, ma l’intero lavoro. L’album ora è fuori, disponibile per tutti. Non resta che prepararsi e iniziare questo percorso a ostacoli. Questa gimcana.

(Christian Gusmeroli)

Giovani Bukowski – Fausto Lama

Fausto Lama torna da solista dopo la separazione da California e quindi la fine dei Coma Cose. I più attenti, e i meno giovani, si ricorderanno di lui anche con il nome di Edipo. Noi che conosciamo questo “pazzo che vuole vivere di musica”, citazione per pochi, siamo ben lieti di imbatterci nel secondo singolo della sua nuova avventura. “Giovani Bukowski” è un brano che racconta una generazione e il suo rapporto con le dipendenze, con eccessi che non sono più trasgressione ma un modo per colmare un vuoto.

“Giovani Bukowski” è anche un invito a uscire dalla routine, dalla ripetitività e dalla solitudine. Lo stile di Fausto Lama è riconoscibile, lo stesso che lo ha sempre accompagnato anche nel progetto con i Coma Cose. Fausto Lama cambia forma, ma non sostanza. E anche da solo, continua a raccontare la quotidianità e i sentimenti, nel modo che gli è sempre appartenuto.

(Christian Gusmeroli)

Meravigliosa incoscienza – Dimartino

Avevamo parlato poche settimane fa del ritorno di Dimartino da solista con un nuovo inedito e, poco dopo, siamo già qui ad ascoltare il secondo brano estratto dall’album “L’improbabile piena dell’Oreto”, in uscita ai primi di maggio. Come già ci aveva indicato il primo singolo “L’oro del fiume”, questo secondo pezzo conferma il ritorno alle origini del cantautore palermitano. “Meravigliosa incoscienza” mostra infatti un Dimartino che si riavvicina a sonorità e ritmi meno radiofonici, distanti da quanto ascoltato tra il 2020 e il 2024 nella parentesi con Colapesce.
Nessun ritornello che strizzi l’occhio all’ascoltatore più distratto, ma un testo che richiede attenzione. Il brano si muove su immagini apparentemente semplici ma estremamente evocative.

Come il titolo e il ritornello suggeriscono, il senso della canzone ruota intorno a quella voglia di incoscienza che permette di lasciarsi andare, di abbandonare per un momento il bisogno di controllo. “Restare a galla senza l’intelligenza di chi ha paura della gravità”: l’eccesso di razionalità dettato dalla testa, appunto, che si contrappone alla leggerezza. “Non ho più voglia di imparare” cantava Dimartino nel 2012, ma questa nuova fase solista sembra dimostrare il contrario. “Meravigliosa incoscienza” è la conferma che si può restare a galla anche senza affidarsi alla corrente pop, lasciando che siano le parole a sostenere tutto il resto.

(Christian Gusmeroli)

Da nessuna parte – Polemica

Maneggiare con cura. Questo dovrebbe esserci scritto prima della riproduzione di questa traccia. Polemica ci tira un pugno nello stomaco ben assestato, di quelli che spezzano il fiato. “Da nessuna parte” è un testo di una potenza inaudita. Il rapper romano racconta la storia di due ragazzi non binari e di una società che non li riconosce, che non sa nominarli e che finisce così per cancellarli. Ci sono canzoni che raccontano storie. E poi ci sono canzoni che ti mettono davanti a una realtà che preferiresti non vedere.

Il brano si apre con il suicidio di due ragazzi la cui identità non binaria viene negata fin da subito, e si sviluppa attraverso un continuo slittamento tra i generi, che riflette proprio questa impossibilità di essere definiti secondo categorie imposte.
La critica alla società emerge in modo evidente in un passaggio preciso: “Stamattina c’era il funerale ma nessuno ci ha capito niente. Il prete nel discorso iniziale ha fatto una preghiera per tutte le femmine”.

È una frase che diventa il simbolo di un mondo che non comprende nemmeno ciò che ha davanti, che sbaglia linguaggio e quindi sbaglia anche persona.
Ma l’errore non si ferma lì. Arriva fino alla lapide, dove l’identità viene ancora una volta imposta dall’esterno. Ed è proprio a quella scritta che sembra rispondere il protagonista: “Io non sono un maschio, io non sono un maschio, sono solo un disgraziato”.
“È la guerra, io non voglio stare da nessuna parte / sì sarò codardo, però militante” è un grido lacerante. Il rifiuto di ogni etichetta, di ogni schieramento, anche se oggi perfino il rifiuto sembra diventare una posizione. E allora, dove la società fallisce, può arrivare una canzone. In fondo, “l’unica cosa civile che mi è rimasta è cantare”.

(Christian Gusmeroli)

Notte rossa – Mazzoli

Mentre Umberto Tozzi sta girando l’Italia con il suo tour di addio “L’ultima Notte Rosa”, Mazzoli usa tinte più scure e ci dona “Notte rossa”. Se la notte rosa di Tozzi evocava un amore intenso e passionale, Mazzoli racconta invece la fine di una storia partendo proprio dal suo epilogo e ricostruendola a ritroso. Un percorso inverso, non per capire cosa è successo, ma per mettere a fuoco cosa resta di una relazione.

Musicalmente il brano si muove su una melodia orecchiabile ma mai banale, con uno stile raffinato che richiama un cantautorato indie pop. “Una goccia che mi macchiò d’inchiostro” è una delle immagini più riuscite del brano: il segno di un amore che non si limita a finire, ma che resta addosso, trasformandosi in memoria.

Tozzi sta girando l’Italia con il suo tour di addio L’ultima Notte Rosa, Mazzoli usa tinte più scure e ci dona “Notte rossa”. Se la notte rosa di Tozzi ci evocava un amore intenso e passionale, Mazzoli ci racconta invece la fine di una storia partendo proprio dal triste epilogo e raccontandola a ritroso. Un racconto al contrario non per ricostruire cosa è successo ma analizzare cosa rimasto di una relazione nata dalla comune passione per i Beatles.

Musicalmente la canzone ha una melodia orecchiabile e uno stile raffinato che rimanda a un cantautorato indie pop. “Una goccia che mi macchiò d’inchiostro” è una delle frasi più evocative mai scritte per descrivere un amore che ha lasciato segni indelebili. E alla fine resta solo quello: una macchia. Che non va più via.

(Christian Gusmeroli)

Lazzaro – Yago

Da una parte il cantiere, la fatica, il sentirsi costantemente fuori posto; dall’altra l’istinto animale del cane che dà il titolo al brano, simbolo di una tensione che non si riesce più a trattenere. Il suono si muove tra electro-pop e suggestioni clubbing, ma evita la comfort zone: la struttura si spezza, si deforma, segue l’urgenza del racconto più che le regole della forma canzone. Il drop è fisico, quasi liberatorio, mentre la voce, soprattutto nella seconda parte, più spoken e saturata, diventa sfogo, corpo, attrito. “Yago” è un brano che inoltre che guarda alle piazze, agli incontri spontanei, a un’idea di condivisione semplice e autentica.

(Ilaria Rapa)

Jack Bloom – I Got A Lot

Jack Bloom apre un nuovo capitolo con un brano intimo, dove la produzione essenziale diventa spazio emotivo più che costruzione sonora.
Tra elementi elettronici e tocchi organici, il pezzo scorre fluido, quasi trattenuto, lasciando che sia la voce a reggere tutto: fragile, diretta, senza filtri. Il cuore sta tutto in quella frase ripetuta “I got a lot” che da peso si trasforma lentamente in accettazione. Un inizio si ferma nel mezzo del rumore interiore, trovando nella vulnerabilità una forma di equilibrio.

(Ilaria Rapa)

Spine – Ottobre, Allerta!

Già dall’intro di questo brano vieni catapultato nelle sonorità punk rock anni 2000 dentro la narrazione di un disagio interiore e di un dolore necessario per sentirsi vivi. “E proverò questo dolore per capire se servo ancora a qualcosa”

Ed è infatti l’immagine centrale della corona di spine il simbolo di un dolore auto-infitto, enfatizzato dalla figura del sangue che cola sulla bocca a significare il bisogno di sensazioni forti in un momento di smarrimento e vulnerabilità.

Smarrimento spesso dettato dal giudizio degli altri e allora provi a crescere, a riempire quella pagina bianca per dimostrare che i tuoi sogni hanno valore ma l’unico modo per sentirti davvero vivo e reagire alle provocazioni è proprio il dolore che nel contempo ti porta a fondo.
La rabbia urlata dagli Allerta! si alterna alla fragilità cantata da Ottobre nel ritornello. Voci che si sovrappongono e che riescono a dar vita a questo brano emotivamente crudo e sincero.

(Martina Bianchini)

Tera – Atarde

Il ritornello di Tera è uno di quelli che ti entrano in testa facilmente regalandoci un sorriso. Atarde infatti, cantando l’incertezza e il peso delle aspettative, ci regala una di quelle tipiche canzoni che anche solo al primo ascolto ti viene da muovere la testa e tamburellare le dita. È il racconto spensierato e quasi imbarazzato di un desiderio che diventa reale in quello spazio sospeso e amico dei sogni il tutto accompagnato da una narrazione strumentale incalzante e allegra.

È infatti dentro un sogno che spesso si celano e si realizzano le nostre fantasie. Fantasie che diventano reali e tangibili nell’arco di una notte, raccontate in forma ironica, dove l’autore non si prende mai completamente sul serio. Ed è al risveglio però che come una doccia gelata un coro festoso ti riporta alla realtà di questo amore non corrisposto e non reale ma vissuto in tutta la sua bellezza nell’incredibile immaginario dei sogni.
“Ed ogni sogno la mattina è perfetto se tu ci abiti dentro”

(Martina Bianchini)

Mostri – Valentina Polinori

Con Mostri di Valentina Polinori siamo davanti ad un brano con una produzione pulita che mette al centro la voce. Il suo brano è una di quelle canzoni che mi piace chiamare “canzoni specchio” quelle che già al primo ascolto ti ritrovi a sorridere nelle parti di testo in cui ti ci ritrovi per forza. La sua scrittura è semplicemente disarmante e non puoi non immedesimarti in questo racconto di sentimenti che, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha provato.

Quando una canzone parla anche di te fai fatica a non innamorartene, e l’innamoramento è ancor più facile grazie al timbro delicato di Valentina e al dolce arrangiamento che accompagna invece una narrazione di temi crudi, che ti mettono inequivocabilmente a nudo. All’inizio di una relazione siamo tutti creature fantastiche,la parte migliore di noi predomina e i difetti vengono oscurati dal tipico annebbiamento da innamoramento. Col tempo però, mano a mano che ci si conosce bene, capita che nel corso della nostra meravigliosa favola ci si trasformi in “mostri”.

“Forse era meglio quando non ci conoscevamo bene” Cerchiamo di rimanere calmi, di non lamentarci dentro una relazione dove è però chiaro che non si guarda nella stessa direzione. “Tanto lo sai che l’amore non serve a niente se non vai dalla stessa parte”.

Malinconicamente viene disegnato lo sconforto provato dentro una relazione che, seppur lottando perché funzioni “Siamo mostri con le facce stanche, con le unghie sporche perché abbiamo scalato solo pareti scomode” in realtà è piena di futili orgasmi senza mai essersi sentiti veramente importanti per l’altro “non mi sento importante”.

(Martina Bianchini)

Lacrima Blu – Fellow

“Lacrima blu” è il nuovo singolo di Fellow. È un brano pop d’autore che mette in risalto la voce graffiante e profonda del cantautore. Il pezzo si apre con un pianoforte malinconico e cresce gradualmente fino a esplodere nel ritornello.
La canzone racconta una relazione che si consuma lentamente, tra silenzi e mancato dialogo, fino a non riuscire più a comunicare nemmeno il dolore: “Non riesco a parlare”. La lacrima blu che attraversa il brano diventa così il simbolo di una tristezza che resta inespressa, ma che lascia comunque un segno.
Fellow riesce ad avvolgerci, tramite voce e musica, e portarci in una dimensione intima e di commozione.

(Christian Gusmeroli)

Shy-fi (Album) – Le Medie

Con “SHY-FI” Le Medie tirano fuori un progetto ambizioso e decisamente fuori scala rispetto alla media: una space opera in 14 tracce che mescola fantascienza, relazioni e disagio emotivo. L’idea funziona perché non resta solo concept: il viaggio tra astronavi, distanze e alienazione diventa una metafora abbastanza chiara delle relazioni di oggi, sempre più lontane anche quando sembrano vicine.
Musicalmente il disco è un continuo cambio di scena, tra elettronica, indie-pop e momenti più rarefatti, con una scrittura che prova a tenere insieme racconto e mood senza perdere troppo ritmo. Le tante collaborazioni (da Tiromancino a Whitemary) arricchiscono il mondo del disco, anche se a tratti rischiano di frammentarlo.
Non tutto fila sempre liscio (qualche episodio sembra più riempitivo che altro) ma quando il progetto centra il punto riesce a essere davvero immersivo. Più che un semplice album, è un universo narrativo condiviso, con tutti i pregi e i limiti dei lavori così ambiziosi. E già solo per questo, vale il viaggio.

(Pietro Broccanello)

Il territorio delle meduse – Katana Koala Kiwi

Con “Il territorio delle meduse” i Katana Koala Kiwi esordiscono con un disco che non prova a semplificarsi la vita: denso, viscerale e pieno di contrasti, dove luce e ombra convivono senza mai risolversi davvero. Il suono si muove libero tra shoegaze, post rock e suggestioni più rituali, con chitarre protagoniste e una scrittura che lascia spazio tanto ai pieni quanto ai silenzi.

Il concept regge bene: il dualismo tra uomo e natura attraversa tutto l’album, tra rifugio e distruzione, bellezza e degrado. C’è un’urgenza reale dietro, che si sente soprattutto nei momenti più ruvidi e meno controllati. Non tutto è immediato, anzi, spesso richiede attenzione, ma è proprio questa complessità a renderlo interessante. È un debutto che non cerca scorciatoie né etichette, più istintivo che rifinito, ma coerente nella sua ricerca. Un disco che ogni tanto si perde, ma lo fa nella direzione giusta.

(Pietro Broccanello)

Stella cometa – menomale

Con “Stella cometa” menomale continua a muoversi in quel territorio sospeso dove la canzone conta più per quello che evoca che per quello che dice esplicitamente. La scrittura procede per immagini, frammenti che si accendono e si spengono senza mai chiudersi del tutto, lasciando spazio a una sensazione più che a una narrazione lineare.

La produzione di Marco Giudici lavora per sottrazione e stratificazione, tenendo il brano in una tensione costante, tra intimità acustica e aperture appena accennate. Non c’è mai un vero climax, ma un’espansione controllata che resta sempre sul filo.
È un pezzo delicato, ma non fragile: più che colpire subito, si insinua piano. E funziona proprio così, quando smetti di cercare un punto preciso e ti lasci portare dalla sua atmosfera.

(Pietro Broccanello)

Levitating High – Mace

Con “Levitating High” Mace torna a fare quello che gli riesce meglio: creare mondi, non semplici beat, ma spazi sonori sospesi. Dopo “Maya” qui la direzione è ancora più libera, quasi liquida, ascoltiamo una traccia che vive di contrasti, tra spiritualità e strada, tra evasione e peso reale. La produzione è centrale e fa la differenza, tutto nasce dalla voce eterea di Jojo Abot, che apre una dimensione quasi mistica, poi arrivano le barre di Papa V, che spezzando quell’equilibrio, portando il brano più a terra, infine Pitta con un ritornello magnetico, che tiene insieme i due poli.

Il testo si muove su un doppio livello, evasione e disorientamento, Papa V costruisce immagini molto dirette: “ A me questa città sembra una gabbia, vorrei mettere i piedi sotto la sabbia.” Qui il contrasto è chiaro, la città è associata alla costrizione, l’altrove esprime invece la libertà.
Il cuore del pezzo è non sapere chi si è mentre si ricevono pressioni esterne per saperlo, il ritornello di Pitta lo amplifica bene.
Mace trasforma il caos emotivo in un’architettura sono che colpisce l’ascoltatore, lasciando che siano le crepe a guidarci.

(Benedetta Rubini)

Caro X – Martina Attili feat. Vintage Violence

Dopo l’esordio discografico Martina Attili sceglie una strada meno prevedibile, mescolando scrittura intima e tensione punk e costruendo un brano che vive tra musica e teatro. La collaborazione con i Vintage Violence non è solo estetica, ma strutturale, la loro attitudine più ruvida e sporca rompe la delicatezza tipica della Attili, creando un contrasto che ci colpisce.

Da una parte abbiamo la fragilità del racconto, dall’altra un’energia garage che lo tiene in piedi, senza lasciar cadere la canzone nel melodramma.
Il fulcro del brano è la distanza, due figure che si cercano senza incontrarsi davvero, come sole e luna, una metafore semplice ma efficace per raccontare relazioni che esistono solo come un riflesso, ma prive di contatto concreto. L’elemento più interessante è il monologo, che si intreccia con la parte cantata, Martina non canta solamente la storia, la spiega e la espone a chi ascolta, creando così un brano che non cerca un impatto diretto ma che funziona per l’atmosfera che crea e che ci fa immergere a pieno.

(Benedetta Rubini)

Pausa Merenda – Gin Sonic

Questo EP funziona come una sorta di stato mentale, piuttosto che come raccolta di brani, ci ritroviamo in un flusso tra sogno e realtà, dove convivono leggerezza ed inquietudine. Il loro sound, che è a metà tra psichedelia, indie e un pop destrutturato, gioca sulle contraddizioni, non c’è una direzione lineare, ma una deriva emotiva che comunque tiene tutto insieme.

“Piangere” è forse il manifesto più chiaro del loro linguaggio, il testo è ridotto al minimo ed è quasi ipnotico: “ T’hanno visto piangere mamma, chissà se eri tu o non so”. É una filastrocca che ritorna su se stessa, ma emerge qualcosa di profondo: identità confusa e incapacità di comunicare.
“Tempo per te” invece lavora sulla sottrazione emotiva, “Oggi non ho più tempo per te”, una frase semplice e diretta che viene ripetuta fino a svuotarsi.
Invece “Termoelettrica” la possiamo considerare il brano più vitale, qui il linguaggio è più fisico e giocoso, ma comunque emerge la consapevolezza che il divertimento è temporaneo. I Gin Sonic costruiscono un immaginario fragile ma riconoscibile: quello di una generazione sospesa, che ride mentre crolla.

(Benedetta Rubini)

Non cambi mai – Karo

Si può rimanere fregati dalle attese, ma ancora di più dalle aspettative. Non cambi mai è la delusione di chi continua a sperare in una redenzione altrui, auspicando nuovi disegni universali, accettando, inconsapevolmente il rischio di abbandonare nella speranza una parte di sé.

I battiti accelerati dell’elettronica provocano adrenalina, aumentando l’appetito verso un amore tossico che consuma, difficile da mandare giù. Confrontarsi con il rimpianto, cercando di scacciare via il dolore di qualcosa che in realtà non è mai stato come doveva essere. La tentazione di provare a dare una possibilità ancora una volta, rischia di condurre l’individuo verso la tentazione, in maniera subdola e peccaminosa.

(Nicolò Granone)

Diaspora – TÄRA

Ormai tutti sanno cosa succede in Palestina, TÄRA però racconta la sua terra e le sue origini, criticando un po’ il perbenismo modaiolo di un certo Occidente capace di diventare paladino della giustizia a seconda di come giri il vento.

In questo brano, Diaspora, c’è la malinconia per un popolo in esilio e per un cuore troppo lontano da casa, impotente davanti agli orrori della guerra.

La musica si fa strumento di pace: Dio mi ha dato una voce e devo compensare chi la usa poco. Dio mi ha dato una voce per dimostrare a chi crede poco in me.

(Nicolò Granone)

Anni bastardi

Anni Bastardi è la rabbia di una generazione in lotta con il mondo e soprattutto con se stessa. È la forza di chi corre senza meta con tutta la forza che ha in corpo senza però sapere davvero quale sia il traguardo da superare e questo senso di superare il limite, alla fine consuma sogni ed energie.

Questi anni così complicati non sono all’apparenza sono lo spunto per Matsby per raccontare cosa vuol dire essere giovane oggi e quale sia lo sforzo per costruire, evitando la tentazione di distruggere.

In alcune situazioni infatti sarebbe più facile abbandonare e ricominciare da capo, facendo dei passi indietro, ma la bellezza di questa fase della vita è che gli errori sono ancora concessi e perdonati (forse). Ci sarà tempo per la vera redenzione, questa è la magia.

(Nicolò Granone)