PH: Ufficio Stampa
Se si guarda il cielo si tende sempre a vedere qualcosa di uniforme e vastissimo, Annigiovani invece prende questa visione, l’adatta alla fantasia e alla voglia di scappare, immaginando una pluralità di visioni e possibilità.
L’autore presenta così questo brano “Cieli Sparsi è nato in un momento preciso, quasi di scatto. Stavo attraversando una fase confusa, una di quelle giornate in cui la città ti sembra una gabbia e allo stesso tempo l’unico posto dove riesci a respirare. Ho scritto il testo di getto, senza pensarci troppo: è uscito come un flusso, una fotografia emotiva più che una canzone. Solo dopo l’ho ripreso e gli ho dato una forma musicale.
Il brano parla di quella calma strana che arriva quando accetti il caos.”
L’essere umano vive in bilico nel suo equilibrio fragile e, aguzzando la vista insieme al il pensiero, si può accorgere dei segnali della natura, di quella perfezione che tende persino all’errore, trovando nel dettaglio il punto di vista da scegliere.
Sì, “Cieli Sparsi” nasce proprio da quella tensione. Nel brano c’è una calma apparente, ma sotto scorre un “Matrix di follia”, come dico nel testo. È quella sensazione di vivere bene “a tratti”, mentre qualcosa continua ad avvolgerti e a tirarti giù. La calma non è mai totale: è un equilibrio fragile, costruito dentro una confusione difficile da addomesticare.
La natura per me è un modo per rallentare lo sguardo. Non la vivo in modo romantico, ma come un contrappunto alla città: il silenzio contro il rumore, il tempo lento contro la frenesia. A volte basta un dettaglio, un cielo strano, un campo incolto, un albero piegato dal vento, per far emergere un pensiero che avevo lasciato lì da anni. La natura per me è un controcampo necessario. Nel brano parlo di “alberi verdi ed edere arrampicanti” perché rappresentano un desiderio di fuga, un bisogno di respirare fuori dalle “gabbie di questa città”. Non cerco la natura come rifugio romantico appunto, ma come spazio dove il pensiero si allarga e si scioglie.
Adattarsi è fondamentale, ti abitui alle “con-tradizioni”. La città ti modella senza chiederti il permesso, anche tramite i semplici movimenti quotidiani. Io me ne accorgo quando mi ritrovo a convivere con i suoi rumori come fossero parte della mia routine. Nel brano parlo di “gabbie”, ma sono gabbie che impari a conoscere, a interpretare.
Una volta ho scritto un verso intero solo ascoltando le voci del mercato di Palermo.
La fantasia non si perde, si sporca. Da bambini è pura, da adulti si mescola con le paure, con le responsabilità, con le cose che non dici. Guardare le nuvole è un gesto semplice, ma è anche un modo per ricordarsi che si può ancora immaginare, anche quando la vita ti spinge verso il concreto.
La fantasia non sparisce: cambia forma.
Assolutamente sì. “Tra la nebbia e gli arcobaleni” è proprio il luogo dove si muove l’inquietudine: non sei nel buio totale, ma nemmeno nella chiarezza. È quella zona intermedia dove tutto è possibile e niente è stabile. L’inquietudine è un passaggio continuo, un oscillare tra ciò che offusca e ciò che illumina.
Sì, molto. Le parole sono il mio modo di attraversare la realtà, e cerco sempre di usarle con onestà. Non cerco metafore perfette: cerco immagini che mi appartengono davvero. La responsabilità sta nel non mentire, nel non usare le parole per coprire, ma per rivelare.
È stato un salto nel vuoto. “Fatto troppo di fretta” era istintivo, quasi impulsivo, come se avessi bisogno di liberare tutto quello che avevo accumulato. Riascoltandolo oggi sento la mia ingenuità, ma anche la mia urgenza. È stato il primo passo per capire che potevo trasformare il caos in qualcosa di condivisibile.
Sì, sto lavorando a nuovi brani che continuano il percorso iniziato con “Cieli Sparsi”. Saranno canzoni più mature, più consapevoli, ma con la stessa urgenza emotiva. Sto esplorando un suono che unisce ancora di più il rock e la scrittura cantautorale, con atmosfere più scure e più dirette. Cerco un equilibrio nuovo, più diretto e più consapevole. Posso dire che questo è solo l’inizio di un percorso più ampio.
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