“We all know conspiracies are dumb
What if people knew that these were real
I’d leave my closet door open all night
I know the CIA would say “What you hear is all hearsay
I wish someone would tell me what was right”
(Aliens Exist – Blink-182)
Ci sono momenti in cui la realtà sembra avere un livello in più, come se sotto la superficie scorresse qualcosa di invisibile ma presente. Non è inquietudine, è piuttosto una forma di curiosità, quasi un invito a guardare meglio. Da piccoli accettavamo le storie così come venivano, oggi impariamo a leggere tra le righe. E in quello spazio sottile, fatto di dettagli e intuizioni, qualcosa inizia a cambiare. Alcune canzoni riescono a intercettare proprio questa sensazione.
Non cercano di spiegare tutto, ma lasciano tracce, piccoli segnali. Nell’indie italiano più interessante, nulla è completamente lineare. Le parole si muovono, le emozioni slittano, le certezze si trasformano. È come ascoltare qualcosa che arriva da un punto leggermente diverso. E forse è proprio lì che la musica trova la sua forma più autentica.
“Lo so che sei stanco e vuoi salvarlo tutto, se mi dormi accanto sento la pace nel…” Ora più che mai l’ancora di salvezza la rappresentano i legami. Ma in fondo è sempre stato così, no? Ciò che unisce contro ciò che divide. E la pace resta solo tra le braccia di qualcun altro. Nelle strofe si ipotizzano esempi peggiori della situazione attuale, e si intende da questa parte del mondo, che da certe altre siamo già oltre, ma sono scenari in quel frangente sussurrati, come nelle scene di certi film distopici. Dove la fine ti viene sbattuta così, come la normalità. Come fa male di più. Ma non che Giorgieness abbia bisogno di essere velata. Il video che correda il brano, ad esempio, è del tutto esplicativo. Nella sua Torino, poi, una città che si è fatta onore nel mostrare la sua posizione riguardo la situazione palestinese e non solo.
“Blocchiamo tutto” ribadisce la sua identità di grido d’amore, a squarciagola. Anche quando non viene ascoltato da uno Stato che si chiude, tende le orecchie verso le voci dei suoi piccoli dal basso e dall’interno e le tratta come pericolose, mentre tappa le orecchie in direzione delle ben più assordanti sirene dell’Apocalisse di cui ha la tessera socio. Ma come si diceva, è stare dalla parte dell’amore a soccorrere, a bloccare il resto e a tagliare ogni momento buio con la lama di luce che trasmette il ritornello.
Necessaria.
(Stefano Giannetti)
È metanarrazione, metamusica. Un testo che narra la formazione dello stesso. È difficile trarne qualcosa d’avvincente, di solito, ma le I’m not a blonde si giocano la carta dell’ironia. Ad iniziare già dall’intro “e allora lo facciamo questo disco in italiano?” e di un rap efficace nelle strofe, che serve l’elettropop dalla base e del refrain che invita al riascolto in loop. Ricorda un po’ certe hit degli anni ‘90, ma se quando un certo tipo di hit esce la prima volta ha la leggerezza dell’ingenuità, qui è palese l’intenzione di realizzare qualcosa di intelligente e al tempo stesso sperimentale e di genere.
Lingua del testo, lingua seducente, lingua che diventa ossessione per smarcarsi nel mercato della musica (“potrei tornare all’inglese, ma dove vado in Italia?”), lingua che innalza o abbatte muri, a seconda di come la si usa.
(Stefano Giannetti)
“Al centro di tutto” di Roberto Casanovi è un brano breve ma denso, capace di costruire un’atmosfera malinconica e introspettiva in pochi passaggi.
Il cantautore affronta diverse tematiche, muovendosi da un piano esistenziale fino a sfiorare quello politico. Il primo elemento che emerge è una riflessione sul presente. L’uomo è al centro di tutto, come suggerisce il titolo, ma mai come ora appare solo, chiuso in un isolamento che lo tiene, paradossalmente, lontano da tutto. “Se n’è andata con il tempo la vernice anche dalle mani” è un’immagine efficace che restituisce sia lo scorrere inevitabile del tempo sia una progressiva perdita, quasi una fragilità della memoria.
Il brano si apre poi a una dimensione più concreta con il riferimento ai portuali di Marsiglia che bloccano un carico di armi diretto a Israele. Un gesto reale, che interrompe l’immobilità e introduce un dubbio: che non tutto sia inutile, che non si sia sempre solo una goccia nel mare. Ne viene fuori un testo ben scritto, strutturato e capace di muoversi in profondità senza perdere immediatezza, che spinge a riflettere anche sulle nostre azioni.
In fondo, tutto si riduce a quella sospensione finale:
“Arriva anche il tuo momento… oppure no.”
(Christian Gusmeroli)
Tutti, in qualche modo, ci costruiamo un’idea di mondo perfetto. A volte è personale, altre volte condivisa. Poi arriva la realtà a incrinarla, a mostrarci quanto sia più fragile di quanto pensassimo. È da qui che parte “Utopia” di Ophelia Lia.
In questo caso l’utopia è quella di un amore che non regge, che viene sgretolato dall’altra parte fino a far crollare tutto quello che si era costruito insieme.
“E mi sento come un vecchio libro dentro un cassetto” restituisce bene quella sensazione di smarrimento e abbandono che nasce quando si cerca un dialogo che non arriva mai. “Forse siamo troppo diversi per amarci, troppo legati per lasciarci” è il punto di stallo: una relazione che non funziona, ma da cui non si riesce a uscire.
Il brano cresce così tra frustrazione e consapevolezza, fino a sfociare in una rabbia trattenuta, che lascia spazio a una forma di rassegnazione lucida.
Musicalmente si muove come una ballata pop rock, sostenuta dalla voce di Ophelia Lia che parte in modo intimo e contenuto per poi aprirsi e graffiare nei momenti di maggiore tensione emotiva. Alla fine con questa canzone non commemoriamo la fine di un amore ma la ben peggio fine di un’illusione.
(Christian Gusmeroli)
“Mio fratello è figlio unico perché è convinto che anche chi non legge Freud può vivere cent’anni.” Mio fratello è Primogenito perché scrive veramente bene. La citazione di Rino Gaetano non è casuale. In Primogenito c’è qualcosa che lo richiama. Sarà la scuola romana — che Gaetano, pur calabrese, ha frequentato a lungo — sarà un certo modo di scrivere, diretto ma mai banale.
La cosa più sorprendente è l’età: 21 anni, e una scrittura già così definita. “Il mondo in quel cofanetto” ruota attorno a una metafora semplice ma efficace: un cofanetto di porcellana che raccoglie ricordi, emozioni, frammenti di vita. Dentro quel cofanetto c’è la ricerca di una connessione perduta — “Perdonami se cerco la tua macchina in giardino” — ma anche il peso di una relazione finita, che continua a esistere nei dettagli. Ne viene fuori una nostalgia che non è mai solo malinconia: c’è anche lo smarrimento, ma raccontato con una leggerezza quasi fiabesca, che attenua il dolore senza nasconderlo. Ed è proprio in questo equilibrio che torna, ancora una volta, quel filo sottile che riporta a Gaetano. Filo che nasce spontaneo, e involontario, forse quando il tuo primo successo si intitola “Mario”. Ed è giusto così. “E ti amo Mario”.
(Christian Gusmeroli)
Molti di noi vivono nella fobia di uscire di casa con la percentuale della batteria del telefono troppo bassa per coprire l’intero periodo fuori. Siamo molto meno attenti, invece, quando si tratta della nostra “carica” mentale, fisica o emotiva. Umarell, cantautore bolognese, alle percentuali ci pensa eccome. “1000%” è infatti il titolo del suo nuovo album. Ma cosa significa davvero? Rappresenta quel momento in cui si diventa grandi senza esserlo davvero, senza essere pronti.
Quindi si va oltre il limite massimo della propria “batteria”. Essere al 1000% per non crollare non significa essere forti, ma doverlo sembrare. È una corazza fragile, quella di chi si ritrova a essere un guerriero di carta — igienica, direbbe Umberto Tozzi — chiamato ad affrontare rabbia, entusiasmo e paura con quello che ha. Ogni traccia del disco è una reazione diversa a questa condizione. Non c’è un punto fermo, ma un continuo tentativo di restare in piedi. Anche musicalmente il disco segue questa instabilità, passando dall’acustico all’elettronico, da momenti intimi a esplosioni più nervose. In fondo “1000%” è questo. Non un disco su come diventare grandi, ma su quanto sia difficile non crollare mentre si prova a farlo.
(Christian Gusmeroli)
Amarene ci ricorda che anche nelle brutte situazioni e nelle difficoltà possiamo trarre insegnamenti. Da una sua malattia, la psoriasi, nasce questo album riflessione della cantautrice genovese. “Psoriasi”, è l’EP d’esordio della cantautrice genovese. Non è solo un titolo, ma un’immagine precisa: il corpo che smette di stare in silenzio, le emozioni trattenute che emergono anche quando non vorresti.
Qui però non lo fanno attraverso rossore, bruciore o tagli, ma attraverso la musica. Sei canzoni che non cercano di nascondere la fragilità, ma la espongono.
Nei testi questo emerge in modo ancora più evidente. Le emozioni non restano mai astratte: diventano fisiche, quasi fastidiose. Prudono, si accumulano, cercano spazio.
In “Meriggiare” il desiderio non è quello di scappare, ma di sospendere tutto, fermarsi, “sentirsi cicala in una storia di formiche”.
Una pausa che non è fuga, ma necessità. In “Quelli come noi” entra invece una dimensione più collettiva: quella di una generazione bloccata tra il bisogno di rischiare e la paura di farlo davvero, in un presente pieno di domande e senza risposte. In “Universi paralleli” la distanza è ancora più evidente.
Da una parte la vita che si vive. Dall’altra quella che si vorrebbe vivere. E le due cose non coincidono mai. “Psoriasi”, perchè la pelle è il primo posto in cui diciamo la verità. “E’ dalla pelle al cuore…”
(Christian Gusmeroli)
Impossibile resistere alla voglia di indossare foulard e occhiali una volta terminato l’ascolto di Cip Cip, il nuovo singolo dei Dov’è Liana che ne segna ufficialmente il ritorno, questa volta insieme a Carosello Records. Un ritorno in pieno stile Dov’è Liana, il trio di amici d’infanzia di origini francesi che, dopo un momento di pausa forzata legata a un momento difficile di un membro del gruppo, ci regalano un brano che diventa un vero e proprio rito collettivo.
Insieme le difficoltà si superano meglio ed è proprio per questo che il trio decide di coinvolgere gli amici più cari, cantanti non professionisti, nella registrazione di questa traccia. Collettività che ritroviamo anche nell’artwork, un disegno realizzato da uno dei membri della band che rappresenta la sessione di registrazione di “Cip Cip” insieme agli amici. Questo mood libero e spensierato,lo ritroviamo anche nel videoclip in cui è tangibile l’importanza di avere una community sincera ma sopratutto dove si percepisce la gratitudine per aver superato, insieme, questo duro momento messo ulteriormente in risalto dal coro finale
«Non ci sono abbastanza microfoni to record my love»
Siamo ufficialmente pronti per ballare insieme a voi tutta l’estate!
(Martina Bianchini)
Spesso le storie d’amore non finiscono perché non ci si ami più, ma perché uno dei due è talmente logorato dai propri fantasmi e dalle proprio sfide interiori che non riesce a venirne fuori e quindi, immancabilmente, rischia di far soffrire l’altro creando un’inevitabile allontanamento.
“La strada ci impone come camminare, e la tua sembra fatta per allontanarsi”. In “Panico” troviamo una dolce melodia arricchita dalla voce eterea di Ceneri, un brano totalmente intimo e introspettivo dove da un lato il dolore genera rabbia e cattiveria, dall’altro, anche se la delusione è difficile da superare, una persona che abbiamo amato non la si potrà mai lasciare andare totalmente. Nonostante tutto, davanti al panico e alle difficoltà dell’altro non riusciremo mai a rimanerne indifferenti
“Ti odio per quello che hai fatto. Ti amo perché non so fare altro”
(Martina Bianchini)
Dopo un intero album passato a cantare e a metabolizzare ex e amori finiti Ciliari con “Gange” ci fornisce la soluzione definitiva:
Bere per dimenticare. Forse. “Magari poi mi dimentico tutto, anche se così è difficile magari poi mi dimentico te”
Quando finisce una storia i ricordi riaffiorano alla mente e sono tanti gli interrogativi: gli/le mancherò, che faccio se lo/la incontro per strada?
“Chissà se è vero che ti manco ancora” Ma se è finita, ha davvero importanza farsi certe domande? Meglio voltare pagina cantando la canzone giusta. Come questa!
Il ritornello corale regala al brano un’apertura melodica che dà un senso di libertà e respiro. Nonostante il testo tocchi temi profondi il ritmo invita all’evasione e alla ricerca dello “star bene”.
Il Gange che dà il titolo al pezzo diventa sia metafora di purificazione, lavare via la nostalgia e il peso di un amore finito,ma anche l’immagine che per dimenticare davvero serve “bere il Gange”, anche se non ci va. Ma in fondo tutti sappiamo che l’amore, se è stato sincero, non lo si lava via con una sbronza.
(Martina Bianchini)
Con “Chiara” i Disco Club Paradiso continuano a muoversi su quella linea sottile tra leggerezza e malinconia che ormai è diventata la loro comfort zone. Il pezzo scorre su un groove funky super accessibile, con quel gusto retrò che richiama certe cose alla Phoenix o Parcels, ma riletto in chiave più italiana e quotidiana.
Sotto la superficie però c’è una scrittura che non si limita a dare good vibes: “Chiara” racconta quelle relazioni un po’ storte, dove vuoi restare ma allo stesso tempo hai bisogno di aria. E lo fa senza drammi inutili, con immagini semplici ma efficaci che sembrano prese pari pari dalla vita reale.
Rispetto ai lavori precedenti, qui si sente una maggiore consapevolezza: meno ingenuità, più fuoco sui dettagli emotivi. Uno di quei pezzi che ti ritrovi a canticchiare senza accorgertene e che, ascolto dopo ascolto, ti dice qualcosa di più rispetto alla prima impressione.
(Pietro Broccanello)
Mammaliturchi costruisce un disco che non parla tanto della fine, quanto di quello che resta dopo. È un album che si muove per sottrazione: via la rabbia, via l’urgenza, via anche i ricordi più nitidi, fino a lasciare solo una traccia minima, fragile, ma ostinata.
I brani, già anticipati dai singoli “Alfredo / Una lingua a tua scelta” e “Melina / Tutto questo ti ucciderà”, seguono tutti questa traiettoria, con una scrittura che osserva più che raccontare, come se l’autore restasse sempre un passo indietro rispetto a quello che succede. La focus track “Solo la tenerezza” è il centro emotivo del disco: essenziale, quasi spoglia, tiene insieme memoria e presente senza cercare una vera risoluzione.
Musicalmente tutto è ridotto all’osso, coerente con l’idea di fondo: niente eccessi, solo ciò che serve per far emergere il vuoto e quello che lo attraversa. Non è un disco immediato, ma è molto lucido nel suo minimalismo emotivo. Alla fine resta davvero quello che promette il titolo: una tenerezza sottile, quasi controvoglia, ma impossibile da ignorare. E proprio lì il disco trova il suo senso.
(Pietro Broccanello)
La malinconia è un dolce ricordo del passato dove qualcosa però non ha funzionato e non è rimasto legato alla realtà delle cose, sgretolandosi poi in pezzi sparsi di ricordi. La nostalgia allora fa male, fa soffrire e ha un suono di dolore che ferisce, e paradossalmente guarisce allo stesso tempo.
Ti prego lasciati guardare bene è una dedica ad un eterno presente che cerca una via per evadere dalle fragilità dell’uomo e del mondo, è un sentimento di protezione verso qualcuno o qualcosa al quale si è affezionati, a volte senza sapere neanche il perché.
La voce di Cristiano Sbolci, trasporta l’ascoltatore in un tempo sospeso, abbandonandosi nell’inquietudine legata alla tenerezza. Un brano da proteggere e rispettare per la passione con cui nasce, che si libera pian piano verso una speranza eterna, associata ad un illusorio senso del ritorno.
“Prima o poi torni da me”.
(Nicolò Granone)
Cuore, istinto e ragione sono animali che si sbranano continuamente a vicenda, dandosi morsi e provocandosi a vicenda. L’uomo, in quanto buon domatore, deve riuscire a trovare il giusto equilibrio, nutrendosi, con il giusto cibo, per placare la fame di vita. Filospada descrive questo grande conflitto immaginandosi la storia di un orso, fuori dal suo habitat, e minacciato continuamente dalla realtà delle cose.
Slovenia non è una fuga dalla realtà, bensì l’esigenza che ognuno ha di trovare una sua oasi felice nel quale trovare rifugio e riparo. Nel fare tutto questo deve prestare sempre attenzione a ciò quello che succede nella parte più profonda di se stesso, quella che inconsapevolmente, va a di là dello spirito di sopravvivenza e ci consuma più del previsto.
(Nicolò Granone)
Questa sono le cose che ho dimenticato di cercare, le cose che nascondo a tutti, di cui non voglio più parlare. La muffa infetta tutto quanto è non sa davvero cosa fare. Quando proviamo a interfacciarci con gli altri mettiamo bene in evidenza i pregi, trasformando in oro ogni minimo luccichio, cercando di scovare le debolezze, come una sorta di strategia per vincere la sfida. Cosa succede però al momento che si abbassano le difese e si smette di fingere? La muffa invade tutto e l’illusione diventa maledettamente realtà.
Non sarebbe più facile accettare i difetti ed essere orgogliosi delle proprie cicatrice, giocando al gioco della seduzione, liberi da ogni inganni? Assolutamente sì, però ci piace anche soffrire.
(Nicolò Granone)
Cercarsi per poi trovarsi. Esprimersi, quindi esporsi. Parlare di sé riuscendo però a far arrivare tutto agli altri, attraverso immagini nitide, scandite, senza merletti. In SENZA FIATO, Birthh riesce a fissare un punto molto preciso tra New York e l’Italia, un punto di tangenza tra mondi che finiscono per segnare profondamente la nostra giovinezza. Il tessuto complesso di cui rivestiamo il nostro corpo ci ricorda ogni giorno come la vita prenda pieghe inattese, senza però spezzare quelle cellule di continuità che la compongono. Ho trovato particolarmente intrigante il fatto che questa continuità non emerga solo nei testi, ma anche nella costruzione complessiva del disco. L’idea di album come percorso, al di là della sua identità sonora, qui riconoscibile e molto personale, è uno degli elementi che tengono alta l’attenzione durante l’ascolto.
Il passaggio tra “Terminal” e “Truman”, ad esempio, è uno dei momenti più riusciti: come un passaggio tra bridge e ritornello, accende la corteccia prefrontale dell’ascoltatore e lo rimette immediatamente sull’attenti. E “Truman”, devo dirlo, è uno dei brani che mi ha fatto innamorare di Alice. E se in Truman si parla DI noi stessi, in “Bene (Da sola)” invece si parla direttamente A noi stessi. Ed è proprio attraverso il dialogo e l’apertura che si riesce a diventare consapevoli nel mondo, come ci racconta Inferno. Non è per nulla scontato riuscire a scrivere un album così personale ma al contempo così comunicativo. Ed è quello che mi lascia veramente senza fiato.
(Giuseppe Fraggetta)
C’è un’urgenza emotiva che attraversa il progetto Adult Matters e che torna a farsi sentire con una voce ancora più definita: ruvida, esposta, senza protezioni. Un indie rock che guarda dichiaratamente agli anni ’90, ma che evita l’effetto nostalgia per trasformarsi in qualcosa di profondamente personale.
Tra chitarre abrasive e aperture più fragili, il suono si muove su un equilibrio instabile che riflette perfettamente i temi affrontati: identità, perdita, dipendenze, tutto filtrato attraverso una scrittura diaristica che non cerca mediazioni. La voce, fuori dai canoni, diventa il vero centro emotivo del progetto, capace di spezzarsi e risalire, restando sempre credibile.
(Ilaria Rapa)
Le persone, come foglie, oscillano in mezzo al vento tra ricordi del passato e vita di un presente in continuo movimento. Le foglie, come le persone, si spezzano, si piegano, ma spesso, in mezzo al vento, ballano e sembra quasi che il tempo eterno in cui si venga trascinati possa invece quasi proteggere i nostri corpi e i nostri soffici cuori.
Ma quando il tempo passa, quando le persone si perdono e non si può tornare più indietro è giusto che le foglie cadano per dare spazio alle altre, che si lascino andare.
Il ritmo disco mediterraneo di “Miez o’ viento “accompagna questa tensione con leggerezza apparente: sotto il passo della musica fa respirare la malinconia, illuminando la grazia di lasciarsi e lasciar andar via.
(Giuseppe Fraggetta)
E se la paura non fosse altro che il carburante che alimenta la nostra vita? Se affrontare le nostre paure potesse davvero renderci più adulti, forse riusciremmo a farlo con maggiore semplicità, senza viverle soltanto come un ostacolo ma anche come una possibilità di trasformazione. Con La paura non esiste, Luisiana costruisce un disco che si presenta prima di tutto come un attraversamento interiore. La paura non va negata, né aggirata: va guardata in faccia, attraversata, trasformata. E in certi momenti, perfino coltivata, se si riesce a ricavare una forma di crescita reale. L’alternative pop dell’album, attraversato da moltissimi synth, costruisce un paesaggio che mi fa immaginare con immediatezza il luogo a cui apparteniamo, i dubbi che ci portiamo dentro e il tempo che serve per crescere davvero. Il suono accompagna il pensiero e penso proprio riesca a restituire bene la dimensione più fragile e consapevole del progetto.
La paura non esiste, che è anche la title track, rispecchia anche l’animo di Luisiana: quello di un ragazzo siciliano che affronta le proprie paure per inseguire i suoi sogni, che investe tempo, energie e parti profonde di sé in ciò che ha sempre desiderato fare. E questa, è la cosa che sento di più: il desiderio sincero di dire a chi ascolta di credere nei propri sogni, senza vergognarsi delle proprie fragilità.
(Giuseppe Fraggetta)
Con “Lontano da casa” eroCaddeo continua il percorso iniziato con il suo primo album, ma lo fa spogliandolo ancora di più, qui non c’è né costruzione né posa. Musicalmente ascoltiamo un pop essenziale, è chiara la volontà di lasciare spazio alle parole, che arrivano dritte e senza filtri. Tutto si muove intorno alla contraddizione di andare avanti senza smettere di appartenere a ciò che si è lasciato nel passato, a ciò che eravamo, perciò diventa centrale anche il contrasto tra passato e presente.
Il ritornello sintetizza tutto: “Forse abbiamo i sogni troppo grandi per ignorarli”, i sogni sono ciò che ci spinge avanti, ma nel percorso lasciamo indietro anche pezzi di vita, che continuano ad esistere anche senza di noi. Questo brano non prova a riconciliare le due vite, quella di adesso e quella di prima, ma le considera entrambe e le tiene in tensione; eroCaddeo ci racconta una condizione generazionale, quella di chi parte, cresce e cambia, ma rimanere comunque diviso.
(Benedetta Rubini)
Questo progetto si muove su un confine instabile: teatro e musica, invettiva e fragilità, più che un debutto è una sedimentazione, che porta dentro sudore, errori e pubblico. Non cerca di certo un equilibrio, funziona proprio perché vive di contraddizioni, alternando due anime molto diverse, una diretta, quasi politica che osserva e attacca, l’altra quasi teatrale, perché trasforma tutto in scena, caricando le immagini.
Brani come “Economia” o “Goodbay cuore da killer” lavorano per accumulo, il linguaggio si gonfia, diventando una satira dai tratti grotteschi, restituendoci un mondo che sembra già oltre i limiti; invece altri brani come “Particelle Elementari” o “Senza nome” tolgono, abbiamo poche parole più fragilità. Questo continuo passaggio tra eccesso e sottrazione è il cuore del progetto, non si arriva ad una stabilità, c’è una tensione costante tra dire troppo e non riuscire più a dire nulla.
Politica o Teatro? Entrambi, il titolo non è solo una provocazione, lavora proprio sul doppio livello, da un lato ci racconta un mondo dove ormai la politica è diventata spettacolo, dall’altro rivendica il teatro e la musica come gesto politico. I Dimensione Brama non cercano di piacere subito, fanno proprio leva sull’instabilità che diventa il loro punto di forza, per essere compresi chiedono all’ascoltatore di non limitarsi ad ascoltare i brani ma ad attraversarli, lasciandosi trasportare.
(Benedetta Rubini)
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