“DaydreamI fell asleep amid the flowersFor a couple of hoursOn a beautiful dayDaydreamI dream of you amid the flowersFor a couple of hoursSuch a beautiful day”
(Daydream – Gunter Kallman Choir)
Chiudi gli occhi un secondo — ma davvero.
Non per dormire. Per vedere meglio.
C’è un luogo che esiste solo quando smetti di cercarlo: fatto di dettagli minuscoli, di cose che scorrono piano, come acqua tra le dita. Le canzoni più belle passano da lì. Non fanno rumore quando arrivano, si appoggiano leggere, come se ti conoscessero già.
Alcune sembrano ricordi che non hai ancora vissuto.
Altre ti prendono per mano e ti portano altrove — tra immagini sfocate, voci lontane, pomeriggi che non finiscono mai.
Non serve capire. Basta restare.
Dentro quel punto sospeso in cui tutto diventa più morbido, più lento, più vero.
Questi sono i brani che hanno lasciato una traccia.
Non i più forti. I più profondi.
Quelli che, anche dopo, continuano a cantarti dentro.
“Fossimo soltanto capaci di tenere sulle gambe la felicità” potremmo accorgerci di quanto siano importanti cose che spesso diamo per scontate, come per esempio la fortuna che ho di potervi parlare di questo disco. Ho voluto iniziare con questa frase di Francamente, per introdurre il suo album “Bitte Leben”. Bitte leben, “Ti prego vivi” in italiano. Non è solo un titolo, è quasi una richiesta. O forse una preghiera.
Il primo album di Francamente non prova a spiegare la vita, ma a inseguirla, anche quando cambia forma troppo velocemente per essere capita.
Si, avete capito bene. Questo è il primo album ma quando lo ascolterete, se non l’avete già fatto, vi darà l’idea di tutto fuorché dell’essere un’opera prima. Il titolo nasce da una frase vista su un palazzo a Berlino, Bitte Leben appunto.
In alcuni passaggi l’album si muove su coordinate talmente alte da evocare, più che citare, certe traiettorie care a Franco Battiato.
Non tanto nel suono, o quanto meno non solo in quello, ma soprattutto nello stile di creare collage di immagini e nel cercare il divino nelle cose terrene come per esempio in “Cattedrale” e “Zagara”. Mentre è più facile notare una somiglianza vocale e stilistica con Levante, seppur Francamente va verso un cantautorato lontano anni luce dal pop. Qui stiamo cercando appigli, paragoni e risposte, ma questo lavoro va in direzione opposta. Non prova a trovare un senso né a spiegare come si vive, ma si muove nell’instabilità.
Vivere è un continuo tentativo di non farsi travolgere dai cambiamenti. E allora “Bitte Leben” diventa questo. Non un invito a vivere meglio, ma a vivere comunque.
Anche quando non si è pronti, anche quando non si è capaci di “tenere sulle gambe la felicità”.
(Christian Gusmeroli)
Se il precedente singolo “Madchester” (con Francesco Mandelli) aveva tracciato la rotta, “Celeste” ne rappresenta l’approfondimento più onirico e spiazzante. Il nuovo brano de L’Officina della Camomilla si presenta come un pezzo dream pop radioso ma profondamente allucinato, capace di trasfigurare la primavera in una sorta di incubo gotico e seducente. Il cuore narrativo del brano ci porta in un cimitero francese che diventa teatro dei giochi proibiti di due amiche, tra eros e occulto. Quello che inizia come un pomeriggio di evasione si trasforma rapidamente in un rito bacchico dove psichedelia e spirito gotico si fondono.
È il ritratto di una giovinezza alienata che, pur di sfuggire al grigio della routine, si rifugia in sedute spiritiche, derive paranormali e rituali improvvisati. In “Celeste”, il confine tra sacro e profano svanisce, lasciando spazio a un’estetica decadente dove l’eros danza con la morte. Le citazioni e i riferimenti letterari o cinematografici sono molteplici, quello che ho amato di più è l’omaggio esplicito agli Smiths: la parafrasi del titolo Pretty Girls Make Graves diventa “signorine adorabili incidono lapidi”. “Celeste” è un inno oscuro alla vita che utilizza la morte come specchio per riflettere l’intensità della giovinezza. Con questa scrittura fortemente visiva e “fuori asse”, L’Officina della Camomilla conferma la propria identità unica nel panorama indie italiano.
(Martina Bianchini)
Tane e tisane è il luogo nel quale Simonpietro si confessa, in bilico tra una situazione di confort e la voglia di scappare via, verso nuovi orizzonti. C’è la paura di non essere capiti dagli altri o di non comprendere il mondo esterno, ma invece che accettare nascondendosi, la musica diventa uno spazio sicuro nel quale si possono condividere le proprie fragilità, tirando fuori un senso di collettività che cerca di unire le persone, al di là di possibili divisioni o giudizio.
È un disco di rivalsa emotiva che abita il confine tra Indie Pop, R&B e Rap. L’album oscilla tra due forze opposte e complementari: il desiderio di sparire e quello di rinascere. È un viaggio tra il “dentro” e il “fuori”, tra la tana come spazio di protezione e il mondo esterno, spesso giudicante e ostile.
Per accettare questo percorso diventa fondamentale considerare la tristezza non come fallimento, bensì come sfumatura della felicità. Una bussola che cerca di orientare le emozioni in una direzione di comprensione e accettazione della realtà delle cose, senza sentirsi obbligati a fingere la perfezione. Il messaggio che l’artista vuole lanciare è politico e rivoluzionario: la tristezza non è un’interruzione della vita, è parte della vita. In un mondo che ci impone di essere sempre performanti, rivendicare il diritto di stare in una tana con qualcosa di caldo tra le mani è una scelta di resistenza.
“Tane e Tisane” parla di ansia, amore, fuga e ritorno. Parla di corpi stanchi e cuori piegati, ma ancora capaci di sentire.
(Nicolò Granone)
Quello che crediamo di scegliere. E non vale solo per il consumatore. Anche l’artista, che vorrebbe offrire o quantomeno vorrebbe che la sua offerta arrivasse intatta, sembra essere costretto a vendere-vendersi per stare bel torrente dell’odierno, vasto e velocissimo streaming, alternato ai jingle dai quali rischiano di essere contagiati. Che tutto il flusso sia diventato pubblicità? Questo sembra essere il provocatorio, feroce, orecchiabile come i migliori tormentoni e spot(!!!), grido d’aiuto.
“Persone oltre le cose chiuse dentro una prigione”, detto da una che per le pubblicità ha cantato davvero, da chi sa che la differenza tra arte e commercio rischia di essere una chimera. Il mondo è cambiato, il mercato è cambiato, la distribuzione è cambiata. Ok. Sono cambiati di loro iniziativa? Non sono forse entità più anziane della apparentemente autonoma Intelligenza Artificiale? E se artificiale è diventata tutta la comunicazione, le voci di Rosita e Giulia sono due bug biologici che si infilano tra i sistemi binari di questo Matrix e fanno un “annuncio” a chi ha buone orecchie. Invitandoli a godere di tutto, ma senza distrarsi.
(Stefano Giannetti)
“Sarà colpa di un ricordo che non ricordi più”. Un insieme di riflessioni drammatiche intervallate da una salvifica e ideologica ironia del ritornello. Ritorno a Napoli rappresenta la perdizione di chiunque abbia inseguito un sogno o si sia semplicemente ribellato agli schemi della generazione precedente. Salvo, nei momenti di sconforto provocato da un (si spera) fallimento, un ritorno desiderato alla patria. Dove c’era forse un vecchio amore, e magari in quella cappa che poteva consistere in una città vasta e bella come Napoli come in un minuscolo paese di provincia, non si respirava così male. La nostalgia non è romantica. Forse Ciulla vuole dircelo col refrain e gli echi dei clacson nel finale. Quantomeno, con questa vivace poesia riesce a scagionare la nostra generazione.
(Stefano Giannetti)
Una Tigre che ruggisce la propria sconfitta. Si smaschera indossando ancora la maschera. Con lo stesso modo di esprimersi di chi millanta uno status da trend, da social, da mercato del mainstream. Una metamorfosi-non metamorfosi. Un r’n’b duro e trascinante, diretto, anche lapidario nella sua brevità. Anche perché non c’è molto di cui tergiversare. La Tigre che siamo chiamati a essere è come quella nella gabbia degli zoo, ammirata da prigioniera nella sua magnificenza. Adorata dal pubblico. Dagli umani che acquistando il biglietto sono complici inconsapevoli dei carnefici.
(Stefano Giannetti)
“Might Delete Later (Oppure Forse No)” è il nuovo singolo di Davide Shorty, che torna dopo l’album dello scorso anno. Le qualità dell’artista non sono certo una novità, così come le sue influenze londinesi. In questo brano Shorty riesce ancora una volta a tenere insieme due mondi: la complessità e il tecnicismo del jazz e l’immediatezza del rap, trovando un equilibrio raro tra ricerca e accessibilità. Il testo si muove su due piani che si intrecciano continuamente. Da una parte quello biografico, in cui Shorty ripercorre il legame con la sua Sicilia, il passaggio a Londra e un’idea di musica che non nasce per inseguire la fama, ma per lasciare un segno, per costruire un suono che “spacca”.
Dall’altra emerge una componente più diretta, quasi frontale. Il brano si apre senza filtri — “Fanculo chi è omofobo, fanculo chi è razzista” — e prosegue con una critica a un sistema in cui il consumismo cresce mentre le possibilità diminuiscono. I soldi calano, ma il bisogno di possedere aumenta. Ed è proprio in questo cortocircuito che Shorty trova il punto: raccontare sé stesso mentre racconta il mondo. Non è solo un ritorno. È la conferma che si può essere complessi senza diventare incomprensibili.
(Christian Gusmeroli)
“Amor mio, basto io”. C’è stato un tempo in cui l’amore poteva bastare a se stesso o quanto meno vi era questa sensazione. “Amore mio” di Sissi parte dalla stessa formula ma la mette in discussione, la rende fragile e anzi tende proprio a distruggerla. Perché qui l’amore non è mai rassicurante, non è mai salvifico. È fragile, contraddittorio, a tratti quasi autodistruttivo.
Lato canoro tutti sappiamo che Sissi ha un’estensione vocale pazzesca, oltre a una tecnica eccellente, ma qui si opta per toni meno “urlati”. Parte delicata per poi aprirsi restando comunque sempre su toni relativamente “dolci”. “‘Amore mio’ nasce da una parte di me molto fragile ma anche molto eroica – racconta
Sissi – Mi interessava raccontare il confine sottile tra perdersi e ritrovarsi, in tutta la sua bellezza e nei suoi errori. È una canzone che parla del bisogno di restare umani, anche quando tutto intorno va troppo veloce.”
Il testo infatti sembra parlare di relazioni, di amori che magari nascono anche da sbagli o da meccanismi in cui si è intrappolati “Se mi innamoro di un bastardo, amore mio”. Questa però non è il solo spunto del testo. Al suo interno troviamo infatti anche la volontà di restare umani, di aver il desiderio di lasciarsi andare e di non voler ricorrere a mezzi per placare i tormenti, “Non voglio prendere pillole per calmarmi”. E alla fine non resta una risposta, ma una consapevolezza.
Che a volte l’amore non basta. Eppure continuiamo a cercarlo, anche quando sappiamo già come andrà a finire.
(Christian Gusmeroli)
“C’è chi vince Sanremo e non lavorerà mai”, auguriamo a Elio Garrello di rientrare in questa categoria. Al momento però la strada è ancora lunga e il lavoro è appena iniziato. “Più tutto più tutto più tutto” è infatti il terzo brano pubblicato da Garrello, ancora troppo poco per conquistare il pubblico sanremese.
Da questi primi brani si capisce già con che artista abbiamo a che fare: un cantautore satirico, con un’ironia che richiama Rino Gaetano, ma portata su una dimensione musicale moderna, a cassa dritta.
La canzone è una denuncia alla smania di accumulo, del possesso, del volere sempre di più di qualsiasi cosa. Una società che quella smania la alimenta, trasformandola quasi in una condizione per essere accettati, o quanto meno per essere ben visti. “Siamo diventati bravissimi ad avere tutto, tranne un motivo”.
Il testo è un flusso continuo di parole e immagini, sospeso tra denuncia e sarcasmo, tra surreale e contemporaneità. E allora continuiamo ad accumulare. Cose, numeri, obiettivi. Tutto. Più tutto. Più tutto. Sperando che, prima o poi, dentro quel “tutto” ci finisca anche un senso.
(Christian Gusmeroli)
“Cantautore piccolino confrontato a Paoli Gino, Gino Paoli, Paoli Gino” cantava Sergio Cammariere.
I Gini Paoli possono stare tranquilli però: del cantautore genovese hanno solo il nome. Per il resto si muovono con qualità altrove, lontani da qualsiasi confronto.
“Arriviamoci” è un breve EP composto da cinque brani, che può essere letto come un vero e proprio manuale di resistenza urbana per una generazione stanca, nervosa e disillusa.
Una stanchezza che si respira già dai titoli. “Controra” e “Siesta permanente” sembrano suggerire un rallentamento, quasi un invito a fermarsi. E non è un caso che ascoltando “Siesta permanente” la mente vada a Tullio De Piscopo e alla sua “Movimento lento”. I Gini Paoli infatti sono musicisti dalle comprovate capacità e abilità tecnica. È proprio sul piano musicale che l’EP prende forma, muovendosi senza forzature tra jazz, soul ed elettronica. “Le mani sulla città”, brano di apertura dell’album, apre con un’energia più serrata, quasi nervosa, mentre “Siesta permanente” rallenta tutto, distende i ritmi e cambia prospettiva.
È in questo continuo passaggio tra tensione e rilascio che “Arriviamoci” trova il suo equilibrio — instabile, ma mai casuale. I testi si adagiano alla perfezione sul tappetino musicale creato e spaziano dalla satira verso le false promesse dell’era digitale, “Cryptoguru”, e la fuga verso l’abisso, “Cousteau” fino ad arrivare all’elogio della stasi e del silenzio, dove lla “siesta” non è pigrizia, ma un atto di ribellione politica per riappropriarsi del proprio tempo.
Rallentate e durante la vostra “controra” godetevi questi venti minuti d’arte.
(Christian Gusmeroli)
Le canzoni dalla punta arrotondata sono immagini taglienti, in cui la dolcezza dell’amore riesce a spezzare le lame affilate che la quotidianità ci mette davanti. Cosa ci tiene uniti quando la distanza sembra scavare spazio tra due persone? E conoscere il passato di qualcuno ci aiuta davvero a comprenderlo meglio? 180 incarna bene questa idea. La biologia, in fondo, insegna che l’amore può assomigliare a una corsa a 180 all’ora senza fari: uno spike adrenalinico che Tenth Sky accompagna attraverso un racconto di vita vissuta e un continuo raggiungersi e non raggiungersi. Le carezze della produzione sembrano voler raddrizzare la luna storta, mettendo in luce tutta la difficoltà di lasciare andare il passato senza un sostegno concreto nel presente.
(Giuseppe Fraggetta)
Il diario segreto di SCAR, viene pubblicato da Maciste Dischi, finisce per assomigliare anche a quello di un’intera generazione: una generazione che sa di dover crescere, che forse sa anche farlo bene, ma che continua a chiedersi se lo desideri davvero fino in fondo. Eppure restare bambini, qui, non significa non maturare; significa piuttosto conservare il desiderio di osservare il mondo dal punto di vista più puro possibile. Esordienti 1994 si muove proprio dentro questa tensione. C’è l’immagine di chi si affaccia alla finestra e guarda un equilibrio instabile, un mondo rifratto quasi dalle lacrime che lucidano gli occhi. Ci sono incontri, nostalgia, slanci e ferite, ma soprattutto una maturità che non viene mai raccontata come un approdo definitivo: resta un movimento continuo, una ricerca.
Ho ascoltato con piacere l’alternarsi dell’astrazione di certe immagini e la schiettezza quasi didascalica di molte altre. Forse anche perché ho un debole per le storie d’amore più smielate e per quegli attimi che sembrano poter durare in eterno, ho trovato in “Dolcemente” uno dei brani più rappresentativi dell’album.
“Riesco a scorgere il futuro che si sbraccia, e un po’ di tempo che chiede di me / col tempo a ste cose lo sai ci fai l’abitudine, all’umidità, al tempo che fa, e perfino a te”.
Le sonorità sognanti del disco si accordano bene con questa sensazione sospesa. Alla fine, il segreto per non invecchiare già a trent’anni sembra stare proprio qui: nel continuare a vivere ogni stagione, ogni momento, ogni esperienza con un occhio ancora innamorato del mondo. Uno sguardo che, se allenato nel modo giusto, non invecchia mai.
(Giuseppe Fraggetta)
Da piccolo, nelle giare all’ingresso di casa mia, in Sicilia, annaffiavo spesso un gelsomino bianco che si arrampicava al contrario: invece di salire, scendeva, quasi si rilassasse al sole stiracchiandosi. To yasemi, che significa proprio gelsomino, sembra muoversi allo stesso modo, ma lungo una salita fatta di sentimenti.
Il profumo delle canzoni di ETT si diffonde a ogni tocco di chitarra, strumento centrale nel viaggio dell’album, capace di dare all’amore e alle immagini legate ai luoghi, alle persone e perfino a se stessi una ritmicità intima, che richiama terrazzi andalusi, spiagge greche, corpi nascosti dentro le armature. Quando la voce di ETT mi sussurra in cuffia, direttamente nella testa, come accade in “Milikituli”, capisco che forza e fragilità qui non sono solo immagini, ma una forma concreta di consapevolezza.
“Ho gli occhi grandi / quasi sembrano montagne / Quando piango inondo tutta la città / Resto piena di domande / A cui nessuno mi risponderà”. In “Petal” mi colpisce proprio questo intreccio: le immagini che l’album mi spinge a creare e una fragilità che sembra sciogliersi nella condivisione della difficoltà. “Ma se tu non sai neanche chi sono / io come farò a farmi amare?” “Mi riconoscerai / Per quanto è lunga la salita”. Lasciare spazio all’immaginazione, dentro questo pop sognante, mi porta infine a una domanda molto semplice: ETT, annaffieresti i gelsomini con me?
(Giuseppe Fraggetta)
“Animalerie” è un disco che si muove in una zona ambigua, dove le emozioni non trovano mai una forma stabile. Sandri costruisce un racconto fatto di presenze che si sfiorano e si confondono: persone e animali, istinto e sentimento, dolcezza e fragilità. Tutto resta in bilico, come se ogni certezza fosse destinata a deformarsi da un momento all’altro. Il suono segue questa instabilità, oscillando tra momenti più raccolti e aperture più ruvide. La scrittura resta al centro, viscerale e inquieta, capace di farsi confessione e subito dopo distanza, quasi alienazione.
Al fondo resta una domanda semplice e irrisolta: cosa significa davvero casa? “Animalerie” prova a cercarla nei corpi, nei legami, nei luoghi attraversati, senza definirla davvero. Più che un punto d’arrivo, diventa uno spazio fragile in cui poter esistere senza difese, tra rabbia e tenerezza, dentro un equilibrio che resta sempre precario ma necessario.
(Serena Gerli)
“il killer brillerà” è un EP che si muove interamente dentro la notte, senza cercare un’uscita. I greatwaterpressure costruiscono un percorso breve ma compatto, dove il club diventa spazio emotivo prima ancora che fisico: un luogo in cui l’energia cresce, si trasforma e si riflette nei corpi in movimento. Il suono è essenziale e diretto, costruito su bassi elastici, ritmiche serrate e sintetizzatori che alternano tensione e sospensione. “plastica” apre con un impulso immediato, magnetico, mentre “ultimo ballo” rallenta appena, lasciando emergere una traccia più malinconica, come ciò che resta quando le luci si abbassano. Con “aria” il flusso riprende, espandendosi in una dimensione più istintiva, quasi ipnotica. Le tre tracce si inseguono senza soluzione di continuità, come se fossero momenti diversi della stessa notte. “il killer brillerà” riesce a immergere in un’altra dimensione: è un’esperienza che si consuma nel presente, tra sudore, luci e movimento, dove identità e spazio finiscono per confondersi fino a diventare un’unica cosa.
(Serena Gerli)
Con “CODICE BINARIO (01)” alma mette a fuoco un esordio che è già un’identità precisa: elettronica emotiva, club culture e scrittura personale che convivono senza mai scegliere davvero da che parte stare. L’EP funziona come un sistema a due poli (fuori e dentro) dove i singoli già usciti, “nome proprio (Petra)” e “passi di noi”, spingono sul movimento e sulle ritmiche UK, mentre “rumore” e “ho tracciato quel confine” rallentano tutto e scavano nella testa. Il punto forte è proprio questo contrasto: corpo che balla vs pensiero che resta, notte vs ritorno a casa. La produzione tiene insieme i pezzi con un suono pulito ma mai freddo, lasciando spazio a una vulnerabilità che non viene mai nascosta. Non è un EP da hit immediate, ma da ascoltare in sequenza, come un piccolo diario notturno. E nel farlo alma centra il bersaglio: trasformare quella sensazione di essere “fuori tempo” in qualcosa di condiviso, e quindi necessario.
(Pietro Broccanello)
Con “spine” problemidifase apre un nuovo capitolo restando fedele a quel mix emotivo tra pop, elettronica ed emo che ormai è la sua cifra. Il pezzo, insieme a INARIA, scava nella negazione e nel senso di colpa post-perdita, trasformando il dolore in immagini molto fisiche: “affogo in un letto di spine” non è solo una frase, è proprio la sensazione che resta addosso. La voce di INARIA funziona come controcampo perfetto: più eterea, ma capace di amplificare il vuoto e il dialogo impossibile con chi non c’è più. Il brano gira su un loop emotivo continuo, proprio come i pensieri che non si fermano mai, senza cercare una vera risoluzione. Non è un pezzo facile né immediato, ma è coerente con il mondo di problemidifase: fragile, diretto, a tratti quasi scomodo. E proprio per questo riesce a colpire, senza bisogno di alzare la voce.
(Pietro Broccanello)
Con “No Pants” i Punkcake tornano a fare quello che gli riesce meglio: rumore, tensione e zero compromessi. Dopo il passaggio da X Factor, il brano li riporta subito nella loro comfort zone più sporca e viscerale, tra post-punk nervoso e attitudine DIY. Il pezzo dura poco ma colpisce dritto, senza fronzoli: chitarre tese, struttura compatta e la voce che tiene tutto insieme con una carica diretta e urgente. Il tema è chiaro e anche piuttosto pesante (perdita di identità, isolamento, società che ti svuota) ma viene tradotto in una metafora semplice e potente. Non è un brano che cerca di piacere a tutti, e fa bene così. “No Pants” è più uno statement che una hit: crudo, immediato, collettivo. E soprattutto suona come un ritorno alle origini, nel modo giusto.
(Pietro Broccanello)
É un lavoro che parte da una frattura e decide di non nasconderla, la osserva, la attraversa e la trasforma in un linguaggio. Musicalmente si muove all’interno di un alternative rock, con chitarre che pur essendo quasi sempre centrali, non dominano la scena, infatti tutto è costruito per sostenere il racconto, che è il vero fulcro dell’EP. Il filo conduttore è la fragilità non come limite, ma come un passaggio a volte anche necessario. In “Buio” emerge una delle immagini più forti “Il buio di questa sera scomparirà”, si attraversa il dolore e la stanchezza, diventa difficile urlare senza forza, ma si trova una speranza nella consapevolezza che anche l’oscurità è temporanea.
Con “Parlami di te” invece entriamo nella dimensione più fragile delle relazioni, al centro c’è la precarietà emotiva, il bisogno di sentirsi connesso all’altra persona e il restare in bilico senza stabilità. I Senza Coloranti Aggiunti ci fanno ascoltare un lavoro che parla di perdita senza mai forzare il tono, funziona perché puntano ad essere veri.
(Benedetta Rubini)
Questo brano segna una transazione importante verso Teatral Politik, con una scrittura più asciutta, ma più profonda, in cui l’ispirazione all’omonimo romanzo diventa parte della struttura: si muove sul confine tra sfera individuale e collettiva. Musicalmente emerge un equilibrio ipnotico, chitarre, synth e fiati creano una sensazione di espansione continua, non c’è una vera esplosione, è una crescita controllata.
“Molecole in fibrillazione, particelle elementari”, l’essere umano viene ridotto a materia, ma emerge un paradosso, siamo minuscoli all’interno di dinamiche emotive e collettive enormi. “Particelle Elementari” non ricerca l’impatto immediato, lavora in profondità, tenendo insieme pensiero e suono.
(Benedetta Rubini)
Con questa canzone sembra già di essere dentro un film, il ricordo viene trasformato in una scena, una relazione diventa un racconto necessario. Gli arrangiamenti sono ricchi e variegati, contribuiscono a creare una dimensione cinematografica, la musica amplifica un destino già scritto.
Il titolo non è causale, l’amore viene trattato come una storia criminale, è inevitabile e distruttivo allo stesso tempo, viene sin da subito definito come una prigionia che ci fa perdere il controllo.
“Sono quello che vedi, l’incarnazione del male.” C’è una componente di auto-narrazione, il protagonista si presenta come una figura ambigua e colpevole, ma sembra essere una percezione distorta, piuttosto che corrispondere alla realtà.
Spesso alcune connessioni restano anche quando tutto finiscono, non si possono superare del tutto, Sigarettewest vuole farcelo capire attraverso questo brano che punta molto a lavorare attraverso le immagini.
(Benedetta Rubini)
In “A galla”, la cantautrice ravennate Arianna Pasini costruisce un affascinante gioco di specchi fondato sul contrasto. Il brano si muove su una base musicale ariosa, che funge da contraltare a un testo profondo e figlio di un’urgenza collettiva, segnato dalle ferite recenti della sua terra d’origine. La scrittura della Pasini, come lei stessa racconta, affonda le radici in un periodo critico per la provincia di Ravenna, colpita da emergenze ambientali, alluvioni e frane. È proprio in questo scenario di fango e incertezza che nasce il desiderio di elevarsi e trovare una via di fuga, portandosi con sé ciò che più conta per noi.
“Oppure prendere il cane e andare più in alto del sole. Come posso stare a galla quando ogni cosa affonda?” La chitarra culla questo sentimento di indecisione tipico di chi si trova costretto ad affrontare momenti di difficoltà. È lì che spesso ti trovi davanti a un bivio: nascondersi e “Alzare il volume e coprirsi fino all’orlo” o reagire, tirarsi su le maniche e raggiungere il sole.
(Martina Bianchini)
Spesso succede che dopo aver lavorato dietro le quinte alcuni artisti sentano il bisogno di mettersi al centro ed esprimersi alla luce del sole. L’unione poi si sa fa la forza ed è così che nasce il progetto SPX: un collettivo creativo nato dall’incontro di Leonardo Lombardi (ELLE), Alessandro Martini (MARTINY) e Angelo Sabia (SABIA) che personalmente mi avevano già convinto con il primo singolo insieme a cmqmartina “Animali”.
Questa volta a impreziosire il pezzo è il timbro malinconico e sognante di Cimini che rende “Eclissi” un brano elegantemente romantico.
Sono canzoni che parlano di desiderio, ombre e schiene nude da contemplare. “Ma quando il sole sparisce e la luna sospende il cuore io guardo solo te” si legge sul profilo Instagram degli SPX. Per tutta la narrazione mi sono immaginata un momento in cui tutto si ferma, tutto si oscura, come durante un’eclissi appunto. Tutti sono distratti da questo spettacolo della natura ma il solo spettacolo che interessa al protagonista del brano è quello della sua amata che non riesce a smettere di guardare. Ed è grazie alla complicità della luna, che copre e nasconde tutte le nostre debolezze, che riesce a farlo.
“Ti guardavo per ore, Mi sentivo migliore”
(Martina Bianchini)
C’è un momento preciso, in “Bruciati dal sole”, in cui capisci che non è solo un cambio di lingua, ma di pelle. Gli Stain passano all’italiano e lo fanno senza filtri, trovando una voce più esposta, più legata alla terra da cui arrivano. E funziona: perché questo disco vive di immagini semplici ma potentissime, il caldo che non se ne va, le estati che sembrano infinite, quella sensazione di essere sospesi tra restare e scappare.
È un album sulla crescita, ma senza troppa retorica. Niente nostalgia facile: i ricordi qui sono concreti, quasi tattili, e fanno più male proprio perché non vengono idealizzati. Il suono accompagna bene questo passaggio: indie rock stratificato, chitarre e synth che si muovono tra malinconia e aperture più luminose, con un’estetica anni ’80 rielaborata senza diventare nostalgia fine a se stessa.
(Ilaria Rapa)
Sleap-e è tornata, e non ha paura di farsi spazio con un brano che parte da una doppia negazione per affermare la propria identità. “Not a boy, not a girl” nasce dal conflitto e trova forza proprio nella sua esposizione più vulnerabile: un modo per esistere fuori dalle categorie, senza bisogno di definirsi secondo coordinate imposte. Allo stesso modo il pezzo è diretto, quasi istintivo. L’anima garage e punk si intreccia con incursioni surf e loop psichedelici, costruendo una struttura compatta ma mai statica. Le due voci nel brano si rincorrono e si scontrano, dando forma a un dialogo che mette in scena e smonta gli stereotipi legati al maschile e al femminile.
(Ilaria Rapa)
Un “Vangelo imperfetto” che rifiuta le sovrastrutture per cercare qualcosa di più concreto, di più umano. C’è un senso di caduta controllata, di voglia di ritornare alla gravità, elemento chiave del testo è quel “Back from Mars” che suona più come una scelta fatta con consapevolezza, che come un arrendersi alle vicissitudini della vita.
“Criminal Gospel” apre una finestra su un lavoro più ampio, dove al centro c’è e deve esserci più verità. E non solo nei testi, quanto piuttosto nella musica, quella vera suonata con “il sangue” (ogni riferimento al precedente disco “Cannibal Dreams” non è puramente casuale).
(Ilaria Rapa)
In un mondo che ha paura delle fragilità, viene naturale ostentare potere e sicurezza per ottenere più rispetto. La Gente smonta questo paradigma, raccontando quando, e quanto, sia difficile essere qualcosa di diverso da se stessi.
“Alla fine ho capito che non serve continuare a stare, in un limbo pauroso, dove niente si vuole sbloccare, se parto da me ed inizio a scavare senza brutti pensieri, ma smettendo di rimuginare”
E allora bisogna dire sì alle aspettative, evitando però di credere alla spavalderia, in onore di un orgoglio da proteggere o di una convinta testardaggine. Perché non provare a immaginare l’errore e l’imperfezione come un diverso punto di vista che invece di distruggere può persino migliorare la realtà circostante. Sicuro è una carezza sincera che cura le ferite della vita, salvandosi dalla tentazione di biasimare o giustificare tutto per timore di ferire.
Tutto è in divenire, sta ad ognuno vivere nel suo tempo con i metodi e modi che ritiene più consoni, dandosi la possibilità di sbagliare e risbagliare.
(Nicolò Granone)
Un dolore che aumenta diventando ossessione, una dipendenza dello stare male. MI UCCIDE nasce dentro una relazione tossica e si nutre di tutti i non detti e rimpianti scaturiti dall’unione di due persone, perfette solo all’apparenza. E invece di mettere un punto, non si riesce ad andare avanti e si cerca di tornare indietro, un po’ come un chi preferisce rimanere incatenato nelle sue prigioni, piuttosto che correre verso la libertà.
In questo tipo di gesti c’è un senso di consapevolezza, magari talvolta ancora inespresso, che rende il tutto più tragico. Si alimenta la sofferenza con la credenza che sia la soluzione migliore per stare bene, si ci chiude all’interno di un qualcosa che in realtà non esiste più, per timore di vedere quello che potrà succedere all’esterno. Un comportamento sadico, che rende l’uomo schiavo della sua tristezza.
(Nicolò Granone)
Una dolce e goffa tenerezza è ciò che unisce i protagonisti di Fiammiferi, una coppia d’amici e amanti che non riesce bene a definire la loro relazione. I sentimenti scoordinati rendono questo rapporto speciale, nessuno riesce ad anticipare le mosse dell’altra persona e propria questa insicurezza crea un senso di fragilità, emozione molto frequente nei giovani d’oggi. In questa storia c’è il testamento e le promesse di una generazione che a volte ha la tentazione di scappare addirittura da se stessa, ma che riesce a rappresentare se stessa solamente quando viene lasciata libera da ogni tipo di giudizio.
Fiammiferi è una canzone che parla d’amore in una maniera delicata, lasciando allo stesso tempo una punta d’amaro in bocca per tutte quelle incomprensioni che sanno di rimpianto.
(Nicolò Granone)
L'essere umano tende a sottovalutare il tempo che vive, rimanendo legato al futuro e alle…
Chissà quando ci rivedremo, infondo se la vita non è un imprevisto, poco ci manca.…
Tane e tisane è il luogo nel quale Simonpietro si confessa, in bilico tra una…
Il tempo si misura in secondi, minuti, ore, giorni, mesi e anni ma è intervallo…
Instabilità e fragilità sono due parole che purtroppo si sentono spesso quando si parla del…
"You look so tired, unhappyBring down the governmentThey don't, they don't speak for us No…