New Music Friday

New Indie Italia Music Week #269

“Everything gettin’ harder to find

Everybody jumpin’ out of they mind

Everybody goin’ out of they skins

See we get to the end but that’s where we begin

You feel it”

(Go – Chemical Brothers)

Tutto diventa più difficile da trovare quando il rumore cresce. Le parole vere, le canzoni necessarie, persino noi stessi. C’è un momento in cui il mondo sembra uscire dalla propria pelle: tutti corrono, tutti cercano un bersaglio, tutti fingono di sapere dove andare mentre qualcosa dentro trema, spinge, chiede aria.

La musica arriva lì. Non quando siamo ordinati, non quando abbiamo capito tutto, ma quando siamo al limite, quando la fine sembra una parete e invece è una porta. Ogni suono scende in profondità, come una discesa sott’acqua senza sapere se il fiato basterà. Eppure è proprio in quel punto, dove la pressione aumenta e il petto stringe, che qualcosa esplode: non per distruggere, ma per liberarci.

Ci sono canzoni che non consolano. Ti prendono per le spalle, ti scuotono, ti ricordano il peso del corpo, della terra, delle cose che hai perso e di quelle che ancora puoi stringere. Ti fanno sentire di nuovo il suono che facevi quando tutto faceva male. E allora capisci che non eri fermo: stavi solo cambiando forma.

Alla fine resta questa immagine: una stanza piena di ombre, il volume che sale, qualcuno che smette di fingere, qualcuno che si alza, qualcuno che finalmente respira. Fuori è notte, ma non è finita. È proprio da qui che si comincia.

Istruzioni – Giuse The Lizia

A vent’anni, tutto ciò che vorremmo è un manuale di istruzioni per sopravvivere alla nostra nuova vita. Una vita un po’ misteriosa, che ci tratta ancora da ragazzini, ma allo stesso tempo inizia a farci pesare le prime responsabilità della vita da adulti. Un’età in cui abbiamo grosse aspettative per il futuro mentre viviamo le difficoltà e delusioni della vita da grandi. E Giuse lo sa bene: con l’università, il lavoro, la macchina, l’amore e i rapporti complicati, tutto si accumula e si intreccia fino a farci perdere il filo. 

Ci troviamo spesso a rincorrere un senso alla nostra vita, cercare di renderla perfetta prima che sia troppo tardi. Ma forse il senso, quello di questa età di transizione, sta proprio lì: nel non avere davvero una direzione precisa, nel vivere un’età fatta di tante incertezze, dubbi, domande. E tanta voglia di divertirsi ancora per un po’.  E se è vero che adesso sembra tutto troppo grande da affrontare, un giorno probabilmente guarderemo questo caos con nostalgia.

Proprio nel caos, Istruzioni diventa un inno generazionale, un pezzo che accomuna una comunità intera. E che ci abbraccia per farci sentire meno soli. 

(Sara Vaccaro) 

Tua madre – I Patagarri

In pieno stile Patagarri, il nuovo brano “Tua madre” arriva a pochi giorni dalla Festa della Mamma. Perché se c’è una persona che proprio non si tocca, è lei: troppo spesso tirata in mezzo per battute e insulti “tra amici” che, alla fine, tanto divertenti non sono.

Con la satira irriverente che li contraddistingue, i Patagarri trasformano una (quasi) rissa da bar in un pezzo ironico, leggero e irresistibilmente coinvolgente. Tra caos, provocazioni e sarcasmo, il messaggio però resta chiarissimo: si ride di tutto, ma sulla mamma si può scherzare fino a un certo punto. Perché, alla fine, la mamma è sempre la mamma. E certe cose meglio non ripeterle più.

(Sara Vaccaro) 

Nuda Proprietà (Album) – Popa

Dopo i singoli “Gommage”, “Marzo Beige” e “Dove andiamo a ballare questa sera?”, Popa pubblica “Nuda Proprietà” per peermusic Italy, un album che sembra abitare una zona sospesa tra memoria, desiderio e bisogno di fuga. Il disco ruota attorno alla figura della Signora, personaggio simbolico e senza tempo, attraverso cui prendono forma fragilità, ironia, solitudine e voglia di trasformazione.

Milano fa da sfondo iniziale: tram, pioggia, portinerie e cappotti beige diventano dettagli di un quotidiano malinconico, osservato con uno sguardo elegante e leggermente decadente. La prima parte racconta l’intimità, i piccoli riti, la protezione di sé stessi; poi arriva una soglia da attraversare, un invito a uscire, ballare, lasciarsi andare. Nella seconda metà il disco si apre alla notte, al movimento, ai viaggi immaginati o reali, tra club culture, fughe improvvise, mare, nostalgia e ritorni a casa. Scritto da Popa con Gaetano Scognamiglio e prodotto con Scognamiglio e Paolo Carlini, “Nuda Proprietà” è un racconto pop raffinato sul restare, partire e ricominciare.

Quelli buoni – SI! BOOM! VOILÀ!

I SI! BOOM! VOILÀ! tornano con “Quelli buoni”. Brano che, in realtà, chi ha seguito il Concertone del Primo Maggio di Taranto aveva già avuto modo di ascoltare.
Tranquilli: niente “pipponi”, per non turbare Arisa e il Primo Maggio “leggero” di Piazza San Giovanni in Roma. Anche se, devo dirlo, un concertone come quello di Taranto che vede tra i direttori artistici Diodato e Roy Paci offre già discrete garanzie sul fronte qualitativo.
Per quanto riguarda la formazione della band, invece, spicca come frontman N.A.I.P., acronimo di Nessun Artista In Particolare, che avevamo già potuto apprezzare e ammirare in tutta la sua genialità anche in salsa televisiva durante la sua esperienza a X-Factor Italia.
“Quelli buoni”: già il titolo sembra una presa in giro. E, a volte, le apparenze non ingannano.
Quando si parla di morale, etica o politica, il narratore tende quasi sempre a diventare automaticamente “quello buono”.
Il brano dei SI! BOOM! VOILÀ! vuole distruggere proprio questo meccanismo e lo fa con la potenza rumorosa e sgraziata della sua musica.
Il noise/punk diventa così la forma perfetta per raccontare una società che costruisce continuamente immagini impeccabili di sé stessa mentre dentro resta fragile, nervosa e contraddittoria.
Perché a furia di voler sembrare tutti “quelli buoni”, forse abbiamo semplicemente smesso di guardarci davvero.
E nel frattempo abbiamo iniziato ad assomigliare sempre di più a “quelli cattivi”, che riescono così a mimetizzarsi nel gruppo.

(Christian Gusmeroli)

Ieri, a casa (ALBUM) – Mazzoli

“Conosco acrobati artigiani che si battono tuttora per la qualità” canta Mazzoli nella seconda traccia dell’album, “Il cielo sopra Milano”. Uno di questi artigiani della qualità, oltre a quelli del celeberrimo spot, è proprio lui. L’album appena uscito va proprio in quella direzione, nella ricerca qualitativa pur mantenendo comunque una semplicità stando in equilibrio su questo filo sottile (ed ecco che anche l’acrobata fa capolino).
“Ieri, a casa”, che è il primo album dell’artista, si compone di nove tracce che ci portano in un viaggio tra memoria, tempo che passa e malinconia.
Questa è una di quelle volte in cui provi l’istinto di non voler sprecare troppe parole che sarebbero inutili ma limitarti a scrivere “Mi piace. Davvero tanto, ascoltatelo anche voi”. Capisco però che la soggettività, oggi, non basti più e che servano anche appigli più concreti per spiegare un entusiasmo.
Ogni aspetto di questo disco — dalla copertina ai videoclip, fino alle sonorità — sembra aprire una finestra sugli anni ’70 e ’80, reinterpretati però attraverso uno sguardo contemporaneo.
E forse anche il titolo dell’album, da questo punto di vista, sintetizza bene tutto il suo immaginario.
“Ieri, a casa” sembra quasi suggerire che Mazzoli abbia trovato rifugio dentro quel richiamo al passato, anche se probabilmente il significato è un altro.
Più che nostalgia, sembra esserci il tentativo di chiudere col passato per trovare finalmente un proprio posto nel mondo. Una casa, appunto. Ed è in questa direzione che sembrano muoversi i brani del disco.
Detto questo, il mio consiglio resta quello di prima: ascoltatelo.
Ma affrettatevi, la promozione dura solo fino a domenica.
Ah no, quelli erano gli altri artigiani della qualità.

(Christian Gusmeroli)

L’improbabile piena dell’Oreto(ALBUM) – Dimartino

Di Dimartino il mese scorso avevamo già ascoltato due singoli estratti da questo album, “L’improbabile piena dell’Oreto”. Come detto in quell’occasione, il Dimartino di quest’opera sembra essere tornato alle origini, lasciandosi alle spalle la parentesi più radiofonica — ma mai banale — condivisa con Colapesce.
Il cuore del disco è l’Oreto, il fiume che attraversa Palermo, ma lo sguardo rivolto a questo corso d’acqua va ben oltre la sua dimensione fisica e materiale. Questa “improbabile piena dell’Oreto” sembra infatti trasformarsi nella metafora del tempo e delle esperienze che accumuliamo dentro di noi: qualcosa che resta nascosto sotto la superficie fino al momento in cui rompe gli argini e ci costringe a fare i conti con ciò che siamo diventati.
Abbiamo detto che Dimartino torna alle origini, ed è vero nello stile, ma rispetto ai lavori precedenti qui sembra aver raggiunto una nuova maturità. Questo concept album porta infatti ad affrontare temi esistenziali come il fluire inarrestabile del tempo, capace di travolgere tutto quando supera i propri confini, oppure l’idea che il dolore e i traumi — la piena — siano a volte necessari per portare via il fango, ripulire il letto del fiume e lasciare spazio a qualcosa di nuovo nella nostra vita.
In conclusione Dimartino, attraverso questa nuova maturità, diventa a sua volta un cercatore. Scava nel fango dei sentimenti, dei dolori e delle ferite alla ricerca di qualcosa di prezioso: quell’oro che forse coincide con una nuova consapevolezza, o semplicemente con una forma di pace.

(Christian Gusmeroli)

Quello che non abbiamo costruito (Album) – thevoto

“Quello Che Non Abbiamo Costruito” è il primo disco di thevoto, un album nato attorno all’idea di vuoto, interruzione e possibilità rimasta sospesa.
Dopo una fase di collaborazioni con artisti della nuova scena Pop, R&B e Rap, uno stop forzato per motivi di salute ha deviato un percorso che sembrava già scritto.
Da quella frattura nasce Q.C.N.A.C., un progetto introspettivo che trasforma l’incompiuto in materia emotiva e narrativa.

Attraverso otto tracce e otto video, thevoto racconta ciò che non accade come una ferita capace di aprire nuove forme di consapevolezza. Il disco diventa così il luogo in cui una rinascita personale incontra una direzione artistica inattesa, più luminosa e concreta. Prodotto con Blackeye e Federico Secondomè, è un concept album che trova forza nella fragilità e nella costruzione di sé a partire da ciò che non si è compiuto.

Fuorimoda (Album)  – Cristiano Sbolci

Scritto da Cristiano Sbolci e prodotto da Francesco Massidda e Federico Nardelli, FUORIMODA nasce da una necessità intima e inevitabile: trasformare il dolore in racconto. Al centro del progetto c’è la fine di un amore non corrisposto, un’esperienza che lascia un vuoto difficile da definire e ancora più difficile da colmare, capace di alterare la percezione stessa della quotidianità. L’immaginario sonoro e visivo del nuovo progetto di Cristiano Sbolci è inoltre ispirato agli anni ’70, con richiami cinematografici che ne influenzano atmosfere, colori e profondità, evocando qualcosa di lontano dal contemporaneo, come il titolo
stesso suggerisce.

L’anno del vento – Gianluca De Rubertis

“Fu proprio nell’anno del vento che la luna cadde dal cielo”. Così si apre questa favola distopica di Gianluca De Rubertis. Sì, perché chiamarla semplicemente “canzone”, in questo caso, sembra quasi riduttivo.
Un’apertura che ha il sapore della profezia, perché in fondo viviamo già da anni nella notte più fonda e forse presto saremo destinati a perdere anche la luce della luna.
“L’anno del vento” potrebbe essere il prossimo. Oppure questo. La luna cade e la gente non prova il minimo dolore, alienata da un mondo fatto di mode, consumo e tecnologia: “Compreremo un telefono nuovo e un grande televisore”.
Nel ritornello troviamo invece un’esortazione a vivere senza pensare al domani e senza preoccuparsi di chi si era per andare verso la luce di una nuova alba tracciata dalla consapevolezza anziché preferire l’oscurità del presente.
C’è un’atmosfera elegante ma inquietante, tipica della sua scrittura, che richiama la grande scuola dei cantautori italiani (come Piero Ciampi o il primo Battiato) rivisitata con una sensibilità indie moderna che richiama vagamente i Baustelle. Aggiungiamoci un intonazione e voce che richiama Faber e il risultato è un brano solido, importante, destinato a restare anche dopo l’ascolto.
Un brano per chi cerca un ascolto che non duri soltanto tre minuti, ma che resti addosso.
Che porti a ripensarci anche dopo, in altri momenti.
Per scegliere di non diventare quelli insensibili alla caduta della luna.
Perché questo è il vero problema dell’“anno del vento”: non che la luna cada dal cielo, ma che nessuno sembri più accorgersene.

(Christian Gusmeroli)

Porno – Le bambole di pezza

Le Le Bambole di Pezza tornano con un nuovo singolo dopo il brano sanremese — firmato tra gli altri da Nesli — e il relativo, meritato, successo.
Il nuovo pezzo si intitola “Porno” ma, a discapito di ciò che potrebbe suggerire il titolo, il tema centrale non è l’erotismo bensì la finzione.
Una messinscena emotiva dove i sentimenti vengono recitati e la sincerità sembra completamente assente.
Il protagonista maschile della canzone viene paragonato a un attore che interpreta un ruolo per ottenere ciò che vuole: “Stanotte hai vinto un premio, sai qual è? Miglior attore Timothée Chalamet”.
Ogni gesto romantico appare finalizzato al possesso e al piacere egoistico. Una manipolazione continua, dove le “labbra che giurano il falso” e i messaggi da “Amore buongiorno” finiscono per leggersi chiaramente come “Porno”.
La narrazione quasi annoiata delle strofe sfocia poi nell’esplosione liberatoria del ritornello.
Quell’“hai rotto il cazzo” non è soltanto una frase d’impatto: è una scarica di energia che spezza improvvisamente la struttura più pop del brano.
Musicalmente il pezzo prosegue infatti sulla direzione già intrapresa a Sanremo. La carica rock resta ben presente, sia nel suono che nell’attitudine, ma viene incanalata verso un pop-rock più accessibile.
Una scelta che sembra voler ampliare ulteriormente il pubblico senza rinunciare a quella voglia istintiva di “spaccare tutto” che continua a essere il marchio della band.
Perche “Le Bambole di Pezza” non sono come il protagonista di questa canzone. Non sono finzione e non portano maschere, anzi, le maschere le fanno saltare.

(Christian Gusmeroli)

È solo una crisi – Fallimento

Qualcosa mi dice che nel sottosuolo musicale piano piano si stia facendo sempre più spazio un’ondata indie/punk postmoderno pronta ad urlare e a denunciare questa società che ci vuole iperperformativi.
È qui che colloco i Fallimento, collettivo musicale capace di raccontare senza troppi fronzoli i disagi e le risalite di una generazione. E come superare “una crisi” generazionale se non ballando sotto cassa? L’intro di “è solo una crisi” mi ha infatti subito portato a desiderare di essere sotto palco a scatenarmi: uno dei modi realmente efficaci per esorcizzare i nostri fallimenti.
La crisi in questione sembra essere associata ad una relazione sentimentale complicata. Ci sono tutti i presupposti per lasciare andare “che poi di me dimentichi tutto quel che ho fatto per te” ma non si riesce a dire no, a dire basta!
Un po come succede anche con noi stessi: Il contrasto tra “è solo una crisi” (minimizzazione) e “non riesco a dire di no” (mancanza di controllo) crea un’immagine potente da un lato, cerchi di convincerti che sia una cosa passeggera o di poco conto dall’altro, ammetti che quella stessa cosa ha un potere totale su di te.
Un brano che diventa simbolo del fatalismo punk. È il grido di chi sa che si sta facendo del male o che sta crollando, ma trova in quel crollo una forma di identità a cui non è pronto a rinunciare.

(Martina Bianchini)

burrocacao – Fausto Lama

Fausto Lama con questo brano sembra voler proseguire con l’elenco delle vere dipendenze di questa generazione. In “burrocacao” fa un disegno preciso della profonda difficoltà che abbiamo nel creare legami sinceri e duraturi, soprattutto in ambito sentimentale.
Nell’era delle dating app tutto è fugace. All’inizio si cerca di nascondere i propri fantasmi, prevale la nostra parte più splendente e si raccontano spaccati di vita che però non interessano realmente all’altro.
“Quanti sforzi per scambiarsi la saliva sotto ad un cielo nero come il vuoto di chi non ha iniziativa”
Un tentativo di liberarci dalle nostre ansie e frustrazioni ma che immancabilmente tornano il mattino dopo, quando non si ha nemmeno il coraggio di darsi una possibilità.
“Tutta quest’ansia che abbiamo si toglie coi baci come il burrocacao per amarci soltanto una notte e domani non dirsi neanche ciao”
Credo che il senso di tutta la canzone sta proprio in questa frase “Scopare per scappare e andare in cerca di chi ti assomiglia per poi guardarne la fragilità con occhi di spumiglia”
Cerchiamo di fuggire da noi stessi attraverso il sesso, cercare conferme negli altri simili a noi, ma finiamo solo per osservare la reciproca debolezza con uno sguardo che non ha sostanza, che è fatto di zucchero e aria, incapace di offrire un vero conforto o una soluzione reale.È l’istantanea di un momento di solitudine condivisa, dove però nessuno salva nessuno.
(Martina Bianchini)

Non dico addio (ALBUM) – Lamante

Mentre ascoltavo per la prima volta questo nuovo lavoro di Lamante mi sono ritrovata a urlare silenziosamente in lacrime insieme a lei la frase che ripete come un mantra in “Una magia più forte della morte”
“Voglio tornare indietro a quando il vuoto era pieno, voglio tornare indietro a quando il pieno eri tu”
Chi ha vissuto lo stesso lutto ha sin da subito chiaro quello che ha fatto Giorgia con questo disco così potente ed estremamente intimo, cosa si intende con quel “pieno”.
Se “In memoria di” è stato l’album fotografico delle sue memorie, “Non Dico Addio” attraversa il dolore per distillarne suoni, immagini e nuove forme di presenza. Un percorso che non interroga il dolore, ma lo percorre, mutandolo in sostanza visiva e sonora.
È la mano di Taketo Gohara a scoperchiare l’anima ancestrale del disco,rintracciandone l’origine in un lutto rimasto sopito. Per dar voce a questo silenzio, Lamante si è rifugiata nella chiesa di San Francesco a Schio, trasformando un luogo di culto nel laboratorio emotivo dove registrare brani che sono, prima di tutto, una necessaria catarsi.
Non dico addio è un album intenso, un percorso personale che parte dall’accettazione del lutto in “Governatevi”, passando dalla sua interiorizzazione cantata in “una magia più forte della morte” “ Rimani con me” e “Non dirti Addio” fino ad arrivare alla speranza finale de “Ritorneremo a guardare il cielo”.
Davanti al vuoto che lascia la morte di una persona cara o vai a fondo o regisci celebrando la vita.
La frase che piu incarna questo sentimento è: “La morte non è di chi muore, ma di chi rimane”.
Tra le note di questo lavoro vibra una verità dolorosa e necessaria: la morte appartiene a chi resta. Il disco diventa così un manifesto di maturità, dove il dolore non è un vicolo cieco, ma un richiamo ferocemente vitale. Lamante ci ricorda che confrontarsi con la fine serve, paradossalmente, a rendere più nitida la presenza delle persone che amiamo, spostando il baricentro dell’opera dal regno delle ombre alla luce vibrante dei vivi.
Io feci una promessa a mia madre poco prima di morire, che la vita che non avrebbe vissuto lei l’avrei vissuta io nel modo più onesto e migliore possibile. Il mio modo personale di “non dirle addio”.
Grazie Giorgia!
(Martina Bianchini)

Al centro di tutto, lontano da tutto – Roberto Casanovi (EP)

Roberto Casanovi fa uscire un EP che sembra nato nel momento in cui l’euforia finisce e resta soltanto il rumore di fondo dei pensieri. Cinque brani che cercano una vera direzione, ma rappresentano il disordine emotivo di una generazione sospesa tra il bisogno di sparire e quello di continuare ad esserci.
Il disco si muove dentro un indie-rock un po’ soffocato e nervoso, dove la produzione compressa amplifica il senso di distanza raccontato. Casanovi non rende mai le cose più romantiche di quello che sono, le relazioni diventano scene scomposte, fatte di silenzi pesanti, cicatrici ed incontri che si consumano più nell’egoismo che nella comprensione reciproca.
È proprio questa sincerità sporca a interessare gli ascoltatori, per sempre in “Un amore come questo” ci colpisce che l’idea di amore tradizionale viene smontata pezzo dopo pezzo, rimangono solo corpi stanchi e l’incapacità di comunicare.
Il centro emotivo dell’EP arriva con “Lontano da tutto”, brano finale che rompe la rassegnazione accumulata, la strumentale si apre, il tono cambia e per la prima volta compare l’idea di una resistenza collettiva, una possibilità di uscire dall’isolamento. 
Casanovi non vuole insegnarci niente, si limita a raccontarci con lucidità quel senso di distacco e frammentazione che oggi molti conoscono bene.

(Benedetta Rubini)

Solo per Salvarmi – Orlando

Con “Solo per Salvarmi” Orlando continua a costruire un cantautorato emotivo e autobiografico, trasformando il ricordo personale in qualcosa di condivisibile. Il brano parte da una ferita profonda, la perdita della madre durante l’infanzia, ma evita ogni retorica del dolore, scegliendo la delicatezza come protagonista del brano. 
La forza sta proprio nel raccontare questo senza teatralizzarlo, Orlando parla della sua infanzia con malinconia, il passato è un qualcosa che resta addosso, che pesa ma che protegge al tempo stesso.
Musicalmente ascoltiamo un pop cantautorale molto essenziale, viene lasciato molto spazio alla voce, il ritornello non è esplosivo, tutto cresce piano, come un ricordo che riaffiora.
Quando Orlando canta di volare via da casa “solo per salvarsi”, non parla solo di fuga, ma di sopravvivenza emotiva, arriva un momento in cui capiamo che per costruire qualcosa è necessario anche allontanarsi. Così il cantante conferma la sua direzione artistica: un pop umano, narrativo, senza sovrastrutture, capace di trasmetterci l’intensità delle cose quotidiane.

(Benedetta Rubini)

Saltatempo – Marco Fracasia

Marco Fracasia tira fuori un pezzo che sembra leggero solo in superficie. La scrittura resta sospesa tra malinconia e ironia quotidiana, con immagini semplici ma abbastanza vive da restare addosso anche dopo l’ascolto. Il brano si muove su coordinate indie-pop molto morbide, senza cercare il colpo di scena, ma puntando tutto sull’atmosfera e su una sincerità quasi disarmante. Marco Fracasia racconta il tempo che passa, cambia le cose e lascia piccoli vuoti difficili da spiegare, senza però cadere nel melodramma.
La cosa che funziona davvero è proprio questa misura: “Saltatempo” non urla mai, ma riesce comunque a colpire. Un pezzo delicato, personale e abbastanza autentico da sembrare una conversazione fatta a tarda sera.

(Pietro Broccanello)

Gatti – Rareș

Dopo il singolo “Robina”, uscito un paio di settimane fa, questo nuovo brano è la seconda anticipazione del prossimo album dell’artista rumeno (ma ormai accolto nel panorama musicale italiano da tempo). I riff di fiati e le melodie danzanti fanno da padroni anche in questo brano e accompagnano la voce calda e sempre graffiante di Rareș. Dopo gli ultimi lavori, sicuramente molto validi ma anche sperimentali e non di troppo facile ascolto, ora il cantante sembra voler regalare melodie più cantabili e arrangiamenti perlopiù suonati, meno elettronici dei precedenti.
Il messaggio del nuovo singolo è chiaro e non necessita di molte spiegazioni: “Senza più i gatti addosso / i topi accendono il fuoco e saltano tutto intorno”

(Pietro Broccanello)

Liminale – gommarosa (EP)

Con “liminale” gommarosa debutta con un EP che sembra stare costantemente in bilico: tra sogno e realtà, fragilità e caos, luce e oscurità. È un progetto molto emotivo ma mai troppo esplicito, che preferisce evocare sensazioni piuttosto che raccontarle in modo lineare. Le produzioni sono fondamentali nel creare questo mondo sospeso: elettronica pesante, glitch, bassi profondi e poi improvvise aperture più intime e acustiche. La voce di gommarosa invece resta sempre morbida, quasi eterea, e proprio questo contrasto diventa il cuore del disco.
Brani come “SAHARA” e “ROSSO AMORE” mostrano bene la direzione del progetto: pop alternativo scuro, stratificato, molto attento all’atmosfera. Non tutto è immediato, ma “liminale” funziona proprio quando si lascia attraversare senza cercare troppo una forma precisa. Un esordio delicato ma con una personalità già abbastanza definita.

(Pietro Broccanello)

Stella Maris – Tommi Scerd

C’era una volta un popolo di naviganti, guidato da una stella capace di indicare la rotta nelle notti più scure. C’era una volta un Paese che sapeva ritrovare la strada di casa seguendo quella luce lontana. Oggi l’Italia è uno stivale dalle stringhe slacciate: incerta, disordinata, eppure viva, attraversata da storie, approdi, guerre, culture e identità. E “Stella Maris”, protettrice dei naviganti, è ancora lì: veglia sul viaggio e sul ritorno, custodisce il futuro e la memoria, accompagna il timore della tempesta e il desiderio della riva.

Per andare avanti, scegliere la propria strada e muoversi i passi verso quella direzione bisogna avere coraggio, staccarsi da terra e buttarsi nell’uragano. Nell’antichità ci si orientava osservando le stelle, spesso senza nessuna speranza di giungere a destinazione. Gli uomini poi hanno iniziato a rallentare, scegliendo di rimanere incastrati dentro la propria tranquillità, anche a costo di perder la possibilità della felicità.

Stella Maris, leggera e luminosa, è capace di svelare la verità attraverso una chiave sognante, consacrando Tommi Scerd, ancora una volta, come cantautore cantastorie. Infatti, grazie alla sua capacità di dare peso alle  avventure delle persone,  spesso come noi, che scelgono di diventare eroi, anche senza possedere alcun super potere riesce ad emozionare, portando l’ascoltatore dentro una dimensione onirica e fantastica.

(Nicolò Granone)

bby che male c’è – VINS

Una serenata in bilico tra peccato e perdono, una scusa per far pace dopo una litigata.

L’amore inteso come sentimento pericoloso, addirittura da evitare perché può ferire. E qui che VINS si supera perché la produzione chill e rilassata trasmette la consapevolezza che ogni tanto si può anche rischiare, rimettendo in discussione alcuni principi per fare un passo indietro, e pazienza se viviamo dentro storie all’apparenza complicata.

In fondo che male c’è?

In una società orientate verso il machismo, si cerca un modo per essere sempre più duri per avere ragione, anche a costo di evitare di capire, ma alla fine quanto è intelligente sostenere sempre di aver ragione piuttosto che condividere insieme? Ovviamente poco, anzi essere vulnerabili non è un difetto, è qualcosa che ti fa rimanere legato alla realtà e a contatto con i sentimenti, evitando di dover dare spiegazioni.

(Nicolò Granone)

Epidermide – Letizia Sovieni

Tu puoi essere migliore, sanguinare non ti farà diventare quello che non sei, quello non lo puoi cambiare.

L’essere umano è fatto di sangue e di carne, e soprattutto vive grazie all’emozioni e ai sentimenti, modi di percepire la realtà anche sulla propria pelle. Letizia Sovieni descrive questa sensazione di tatto nel nuovo brano Epidermide, mappa dentro la quale si muove l’amore, anche nella sua assenza e desiderio. Molte volte, per vari motivi, si cerca di nascondere all’esterno tutto quello che succede dentro di noi, anche se in alcune occasioni diventa impossibile trincerarsi dentro un silenzio o una finta apatia. Il mondo di oggi è orientato più all’obbiettivo, rispetto alla strada da percorrere, però la dolcezza di questo brano ci riporta ad un livello più umano, nel quale anche il fallimento durante la ricerca fa parte di essa e quindi, a maggior ragione, può essere accettata.

Letizia Sovieni si mette a nudo, esaltando la bellezza della fragilità in maniera coraggiosa, diretta e sincera, rendendola qualcosa non solo di doloroso, ma la innalza ad una qualità della quale non bisogna avere mai timore.

È inutile fingere certi comportamenti per moda o convenienza, ci saranno sempre alcune caratteristiche del nostro comportamento che ci rispecchiano davanti agli altri, anche se non sono condivise nel nostro io più profondo. Scegliere è una strada verso la felicità, liberà da ogni pregiudizio e convenienza.

(Nicolò Granone)

Solo stare da solo (EP) – Noday

Progetti che si mischiano, trovando sfogo nell’idea di rabbia e malinconia di chi passa dai 20 a 30 anni, si ritrovano dentro una nuova band. “Solo stare da solo” è l’Ep di debutto dei Noday che picchia giù duro con sonorità rock, e allo stesso tempo usa le liriche per esporre le proprie tesi di rivoluzione, basata sull’importanza dell’individuo e la paura non solo della massa, ma di una conformismo standardizzato e asettico.

C’è l’impotenza verso l’oggi che muore proteggendo però una certa speranza, che aspira alla felicità personale, martire nel tentare di estraniarsi dal caos esterno. Si difende l’indipendenza delle volontà, in fuga dalle imposizioni degli altri.

“Voglio stare a casa con gli occhiali da sole, voglio solo stare solo con gli occhiali da sole” è un ritornello da cantare a squarciagola per sfogarsi contro le incomprensioni, come se fosse un mantra di vita.

(Nicolò Granone)

 

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