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Luisiana: “Esorcizzo la paura per esistere e resistere” | Intervista

La paura è qualcosa di atavico e irrazionale. Una sensazione che in certi casi può permettere all’essere umano di sfuggire anticipare certe situazioni, allo stesso tempo però può essere un freno ad andare avanti, un ostacolo sulla propria strada.

Luisiana con il suo album esorcizza questo concetto, già dal titolo infatti “ La paura non esiste” nominandola la crea, la combatte arrivando persino all’esplorazione. L’artista, Sebastiano Inturri, in maniera autobiografica e sincera confessa i propri tumulti interiori, senza nascondere alcune ferite del passato.

La sua musica dalla necessità di raccontare la città da dentro. Con testi in italiano e un immaginario urbano nitido, fonde synth pop ed elettronica, intrecciando dream pop e lo-fi in un sound immersivo e contemporaneo. Le sue produzioni creano atmosfere sospese tra malinconia e luce, dove ogni suono diventa spazio e ogni silenzio respiro

INTERVISTANDO LUISIANA

Tutto ciò che fa paura non esiste, perché è sempre possibile combatterlo?

La paura esiste, eccome. Però non è mai definitiva. È una forma, cambia, si sposta, a volte si ingrandisce solo perché la guardiamo troppo da vicino. Combatterla non significa eliminarla, ma attraversarla. E ogni volta che lo fai, anche se tremi, scopri che non era infinita come sembrava.

Quale emozione ti spaventa di più?

Forse il vuoto. Non il dolore, ma quando non senti niente. È lì che rischi di perderti davvero, perché non hai appigli. Però è anche da lì che spesso riparto, come se fosse uno spazio da riempire con qualcosa di nuovo.

Le radici musicali dietro al progetto Luisiana a quali ricordi ti tengono legati?

Le radici sono tutte le persone che ho incontrato lungo la strada, quelle che sono rimaste e quelle che ho perso. Sono le stanze dove ho scritto le prime cose, i momenti in cui stavo male, ma continuavo comunque a creare. È un progetto che nasce da un percorso lungo, fatto di tentativi, cadute e ripartenze. Non mi sono mai fermato, anche quando sarebbe stato più facile farlo. E oggi tutto questo si sente dentro la musica.

La nostra mente ha il potere di cambiare il senso di una storia?

Sì, totalmente. La stessa storia può essere una ferita o una direzione, dipende da come la racconti a te stesso. Io ho passato tanto tempo a vedermi come qualcuno che stava cadendo, poi ho iniziato a vedermi come qualcuno che stava resistendo. E cambia tutto.

Più si accumulano ferite più diventa automatico fare attenzione. Crescere significa anche questo?

Crescere è imparare a riconoscere cosa ti fa male prima ancora che succeda. Però non deve diventare una corazza totale, altrimenti smetti anche di vivere. È un equilibrio strano: proteggerti senza chiuderti.

Quando è necessario bere il proprio veleno per guarire?

Quando smetti di scappare da quello che sei. Ci sono cose che non puoi evitare, devi passarci dentro.

Fa male, ma è anche l’unico modo per non restare fermo nello stesso punto per anni.

PH: Ufficio Stampa

Radici parla anche d’incomprensioni, a volte è più facile giudicare gli altri piuttosto che provare a capirli?

Sì, perché capire richiede tempo e fatica, mentre giudicare è immediato. In “Radici” c’è proprio questo: il sentirsi fuori posto, non capiti, ma anche il rendersi conto che a volte siamo noi i primi a non capire gli altri. È una distanza che esiste da entrambe le parti.

Condividere le proprie fragilità è un forte momento d’intimità al quale capita di affezionarsi?

Sì, perché è uno dei pochi momenti in cui sei davvero vero. E quando qualcuno resta lì, senza scappare, crea un legame forte. Però è anche rischioso, perché non tutti sanno cosa farsene della tua verità

Nicolò Granone

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