SI! BOOM! VOILÀ!: “Non si può più vivere così!” | Indie Talks

PH: Bosonetto

SI! BOOM! VOILÀ!: “Non si può più vivere così!” | Indie Talks

SI! BOOM! VOILÀ! non è uno di quei progetti creato con lo scopo di monetizzare il successo mescolando vari artisti eterogenei per creare qualcosa che funzioni, ma è il manifesto di una protesta che sente l’esigenza di scardinare alcuni meccanismi solo per urlare le proprie verità. 

La band nasce dall’incontro di cinque musicisti che, dopo anni di palchi, dischi e collaborazioni diverse, sentono l’urgenza di ricominciare da zero, in modo diretto, umano. Un progetto nato senza premeditazione, in una sala di registrazione, come un esperimento spontaneo che ha preso vita da sé —un gesto collettivo che diventa musica. La band è composta da Roberta Sammarelli (basso), Davide Lasala (chitarra), Giulio Ragno Favero (chitarra, synth e produzione), Julie Ant (batteria) e Michelangelo Mercuri (N.A.I.P.) (voce, elettronica e loop station): cinque personalità con percorsi profondamente diversi, ma accomunate dalla stessa tensione creativa.

Insieme, danno vita a un collettivo noisepunk in cui esperienza e istinto convivono, dove ogni suono nasce dall’ altro, ogni strumento diventa voce, ogni gesto genera un dialogo. La loro musica non cerca la perfezione, ma il momento vero quello in cui il suono si scopre vivo, imperfetto, irripetibile.

I testi sono attuali, si scontrano contro la bellezza finta e piena di perbenismo, per questo scelgono di bucare e rivoltare le sicurezze del sistema, facendo anche polemica e politica, con intelligenza e irriverenza, taglienti e pungenti. L’ultimo singolo, dal titolo Quelli Buoni ne è una sintesi perfetta. Scegliere da che parte della storia stare, può vuol dire diventare complici, i SI! BOOM! VOILÀ sono felici di ricordarcelo!

SI! BOOM! VOILÀ! X INDIE TALKS

Quale verità vi fa ridere amaramente?

Roberta: quella attuale politica in molti paesi occidentali.

Michelangelo: che Trump sia lo showman più famoso del mondo.

Giulia: che il popolo sia un branco di pecoroni. Così dicendo offenderei le pecore però…

In qualche modo vi sentite corrotti da questa società?

Michelangelo: assolutamente sì, penso sia inevitabile. Noi siamo già società, dunque siamo già noi i corruttori.

Giulia: purtroppo si, facendo parte del sistema che ci viene imposto sin dalla nascita e che distrugge la speranza a favore di una società dell’angoscia:  lavora, guadagna, paga per ricominciare il ciclo da capo. Penso che ogni forma d’arte sia una piccola forma di resistenza a tutto questo, ma ci vuole coraggio e sforzo.

PH: Bosonetto

Che definizione usereste per descrivere la follia?

Michelangelo: la follia è la cugina innocente della stupidità.
Giulia: il genio viene spesso definito folle.

Anche la rabbia ha la sua educazione? 

Davide: La rabbia è un’emozione legittima, viva, necessaria. Reprimerla o negarla è solo un modo elegante per farla marcire dentro. La rabbia fa parte di noi: darle voce è un atto sano, potente, soprattutto quando serve a tracciare confini, smascherare ingiustizie, denunciare, resistere.

La vera differenza non sta nel provarla, ma in *come* la manifestiamo. 

Perché la rabbia, se non è educata, diventa rumore, se invece è lavorata, affinata, trasformata, diventa musica. 

Credo che la rabbia debba necessariamente avere una sua educazione e ciò richiede un lavoro lungo, lento, faticoso. È scegliere il controllo invece dell’impulso cieco. Non è debolezza, è forza pura. È usare parole che colpiscono senza distruggere, è cercare il confronto giusto, non la guerra inutile. La rabbia, se educata, non ferisce: apre spazi, accende confronti, costruisce qualcosa che resta.

Giulia: la rabbia è spesso motore di tante cose che protendono verso un futuro, una speranza, se incanalata positivamente. Dunque l’educazione serve necessariamente per riconoscerla e sfruttarla in maniera costruttiva e non distruttiva.  

PH: Bosonetto

È sempre più difficile sognare?

Michelangelo: lo è nella misura in cui è sempre più difficile annoiarsi, perdere tempo, fare nulla. Da sempre sono quelli i momenti nei quali accade il sogno, arriva l’immagine, si crea la scintilla per un desiderio. Ma se si riesce a distaccarsi dagli stimoli continui dati dalle nostre vite e sognare, credo oggi sia più semplice progettualizzare il sogno, ci sono tantissimi strumenti in più rispetto ad un tempo.

Giulia: secondo me si, è sempre più difficile sognare. Lo è perché non ci è permesso farlo liberamente da una società del fare sempre di più e senza sosta,  dell’apparire, della fretta, una società dove se ti fermi sei perduto e sei un fallito. Non sei più riconosciuto. Spesso l’identità diventa ciò che fai invece di ciò che sei. Quando ti prendi la libertà di sognare, devi superare un labirinto mentale dato da tutte questi schemi culturali odierni, ma il cuore a volte è più furbo del cervello e se lo ascolti riesci a vedere che questo labirinto è solo la tua mano davanti alla faccia.   

Si finge dolore davanti alla tragedia altrui, vergognandosi delle proprie o è un concetto troppo cinico?

Michelangelo: non saprei, ogni tragedia è identitaria e ognuno ha il suo rapporto con la ricerca della propria identità, dunque con la manifestazione di questa. Viviamo un’epoca nella quale l’identità è brand dunque c’è chi con le proprie tragedie finisce per monetizzare. Dall’altra parte lo spettatore è libero di empatizzare o provare ribrezzo.

Giulia: non credo si finga dolore davanti alle tragedie altrui, ma finchè queste non ci toccano da vicino personalmente credo sia difficile empatizzare veramente. Credo ci siano vari livelli di tragedia e non è sempre giusto paragonarle tra loro per fare a gara a quale sia quella grave.

In un mondo di mi piace spesso si perde il valore della cultura come forma di denuncia?

Michelangelo: la cultura è anche il fenomeno del “mi piace”. Tutto è cultura, semplicemente penso stiamo vivendo un momento di profonda trasformazione di questa rispetto a come è stata intesa nel ‘900. Nel bene e nel male.

Giulia: è questa la nostra cultura ora: superficiale, priva di contenuto e di conseguenza priva di qualunque forma di denuncia. Credo e spero che prima o poi questa cosa si capovolgerà o comunque ridimensionerà quando ci risveglieremo e capiremo che ci stiamo inebetendo davanti ad uno schermo che fa venire pure mal di testa. 

Perché adesso più artisti pagano il prezzo del successo?

Michelangelo: onestamente penso lo abbiano sempre pagato, basta pensare al “club 27” ad esempio. Oggi semmai mi pare che ci sia più narrazione rispetto ad un qualcosa che esiste da sempre.

Giulia: anche io penso che lo abbiano sempre pagato, soprattutto perché il successo porta anche alla monetizzazione e al mercato, e il Dio Denaro è un pazzo fottuto. Oggi inoltre è tutto più in mostra e tutto molto più veloce, infatti viene spesso a mancare tutta la parte legata al processo delle cose, per pensare le cose, per sentirne l’esigenza e per poi farle.

PH: Bosonetto