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Alessandro Rosato: “KARA, rende vivibili l’emozioni” | Intervista
KARA è riferito al costo dell’emozioni: si pagano quando si vivono e quando non si possono più sentire, diventando solo ricordo. L’essere umano presenta molte fragilità nella sua essenza, ed è costantemente in bilico tra il giudizio degli altri e l’affermazione di se stesso.
Alessandro Rosato apre un vaso di pandora su tutto ciò che si sente senza aver un riscontro concreto, tutti quei pensieri che hanno un peso talmente forte da condizionare la realtà che si vede e si percepisce in maniera diretta e concreta. Il linguaggio usato non ha solo un senso descrittivo, riesce a diventare esperienza intima e condivisa.
Ogni canzone presenta diverse sfumature, dettagli che sopravvivono in un mondo dove il quotidiano sembra imporre sempre gli stessi colori, uguali per tutti, più facile da utilizzare per riempire i vuoti e rimanere collegati dentro un sistema nel quale ognuno sta perdendo, inevitabilmente la libertà, anche se crede di averne sempre di più.
Un cortocircuito dentro il quale questo disco mostra i limiti del mondo di oggi, portando l’ascoltare in qualcosa di nuovo con la speranza che sia migliore, una rivoluzione possibile che inizierà quando ognuno potrà scegliere senza accontentarsi di accettare. Per aver più consapevolezza è necessario anche accettare tutti i possibili dolori, privilegiando il sentire piuttosto che accettare una comodità asettica e matematica.
INTERVISTANDO ALESSANDRO ROSATO
KARA che colore ha?
Nero.
Quanto costa la verità?
Ci costa tutto, ma allo stesso tempo è un credito assoluto. Quando accettiamo e affrontiamo le verità della nostra vita, soprattutto quelle scomode, scopriamo la forma più grande di libertà. Questo processo inevitabilmente porta sofferenza, ma anche gioia e serenità.
Si accettano di più le idee degli altri invece che se stessi?
Oggi credo di sì, altrimenti il mondo non andrebbe nella direzione che vediamo. In molti settori, e anche nella sfera personale, c’è una fortissima standardizzazione del pensiero, dello stile di vita e del modo in cui le persone fanno dipendere la propria autostima da ciò che è esterno.
Lo dico anche, in modo diverso, in Mondo bello.
Questo dipende dal pressing costante che riceviamo dagli altri, dalla paura del giudizio, da questo enorme macigno chiamato società. A volte, quando parli individualmente con le persone, scopri sogni e pensieri autentici, non canonici. Poi però quando tornano nel rumore del mondo, si spengono e smettono di volere quelle cose. È come se la società fosse composta da individui pieni di unicità che insieme finiscono per nasconderla e dimenticarsela. Un po’ come succede nel branco.
Comunque non sono uno psicologo né un sociologo, sono laureato in altro e forse loro saprebbero dirci meglio. Però credo che artisti e autori possano dare un’interpretazione importante, basata sull’osservazione emotiva e umana. Anche per questa ragione credo che arte e scienza dovrebbero dialogare molto di più, integrando la razionalità della ricerca con l’esplorazione dell’anima. Ma questo è un altro discorso.
Io personalmente ho seguito le idee degli altri più delle mie per troppo tempo, fino al punto di sentirmi sbagliato. Crescendo, e facendo parecchio lavoro personale, scopri invece che spesso chi prova a farti sentire “quello difficile” o sbagliato per le tue peculiarità, in realtà ne è spaventato. Forse le invidia, oppure si trova davanti a qualcosa che gli ricorda ciò che lui non riesce ad affrontare.
Detto in modo più banale: quando qualcuno sente il bisogno di farti sentire sbagliato, di ferirti o di limitarti, molto spesso il problema è suo, non tuo.
Io non tarperei mai l’unicità di nessuno. È una delle poche cose che andrebbero protette a ogni costo oggi.

Hai scavato dentro fragilità universali, rendendole tue.
Perché le relazioni sono sempre più in bilico?
Mi sembra quasi il contrario: ho scavato nelle mie fragilità e sono diventate involontariamente universali. La mia musica nell’EP KARA, firmata nel progetto con il mio vero nome, Alessandro Rosato, nasce soprattutto da ciò che vivo personalmente e, in parte, da ciò che osservo. Paolo, per esempio, è un mix tra interno ed esterno. Mi piace scrivere così, seguendo il flusso, altrimenti mi annoio. A parte che ogni canzone è un mondo a sé.
Comunque, questa è una domanda bellissima, quindi grazie.
Credo che oggi il punto critico nelle relazioni sia l’incrocio tra saturazione e impazienza. Quest’ultima nasce anche da una tecnologia che ci sta insegnando, erroneamente, che tutto debba arrivare subito: una risposta, un match su un’app di dating, una canzone quasi usa e getta fatta in pochi minuti. La vita però ha dei tempi naturali.
I processi hanno una storia e un significato: puoi anche eliminare il percorso e raggiungere un risultato brillante, ma così togli il senso.
Per me, tutto ciò che stiamo tentando di evitare scorciatoia dopo scorciatoia nel mondo attuale è proprio ciò che io chiamo vita.
Il “mondo bello” di oggi sembra esserselo dimenticato.
Un’altra cosa che noto è la difficoltà di andare in profondità. Io amo sempre di più conoscere me stesso. Ho fatto molta fatica e credo che non basti una vita intera per capirsi davvero. E penso che questo valga anche per gli altri. Nelle relazioni più belle, come l’amicizia o l’amore, non si finisce mai di conoscere una persona, ed è una cosa stupenda: si tende verso l’altro come una tangente verso l’infinito. Più si scava, più aumenta la qualità del legame. Solo che questo richiede sforzo, introspezione e il coraggio di affrontare le proprie verità senza scaricarle come violenze sugli altri. E oggi molte persone non vogliono più fare fatica; la rabbia è la risposta più facile. Da un lato le capisco totalmente, dall’altro dobbiamo sforzarci di reagire diversamente…
Infine, ma non si limiterebbe qui il discorso, oggi c’è molta intransigenza: ogni minima cosa sembra diventare subito un deal breaker. Qualcosa non ci piace e tagliamo i ponti. Forse dovremmo essere più tolleranti con gli altri e anche con noi stessi.
I punti per rispondere alla domanda sono tanti e complessi, mi piacerebbe parlarne di più.
Le parole sono armi silenziose?
Sì. Le parole possono essere ponti oppure armi di distruzione. Le peggiori non sono sempre quelle urlate, ma quelle che si infilano lentamente dentro di te senza che tu te ne accorga. Le ascolti magari per anni e capisci il loro effetto solo molto tempo dopo, quando il danno è già stato fatto.
Come ragiona la coscienza del cuore?
Spero non ragioni. E qui parlo della mia, non di quella degli altri. Perché quando il cuore inizia a diventare troppo razionale, allora qualcosa si rompe. Se la realtà o l’altro diventano qualcosa da usare o da valutare solo per ciò che rappresentano, non stiamo più parlando di vita o di amore.
Quando il cuore ragiona troppo, smette di essere cuore. E allora iniziamo a scegliere relazioni e vite solo con la logica, salvo poi accorgerci troppo tardi di aver vissuto qualcosa di sterile e programmato.
Anche nella mia arte cerco di mettere da parte la logica. Al massimo la uso un poco dopo, per rendere più leggibile qualche passaggio melodico o testuale.
Amo perdermi dentro me stesso, nel mondo che osservo, nell’energia, e poi guardarlo dopo da fuori.
Nel futuro c’è sempre speranza?
Sì. Se esistono ancora persone che fanno domande come queste e persone che rispondono pubblicando un EP come KARA, allora c’è ancora speranza.
Per creare il tuo mondo bello con quali artisti ti piacerebbe condividere un palco?
Con big già conosciuti, condividerei il palco e magari anche qualche brano, con Francesca Michielin, Vasco Brondi, Mezzosangue e Gemitaiz. Forse si sente anche dalla mia musica che il mio mondo passa da qualcosa di più classico e cantautorale fino al rap e altro. Da piccolo suonavo il pianoforte il pomeriggio e ascoltavo rap la sera per esempio. Non conosco nessuno di loro personalmente, ma parlo di ciò che mi trasmette la loro arte. Amo lavorare con chi mi piace in primis come persona.
Fuori dall’Italia, più che altro per lavori in studio, mi piacerebbe creare qualcosa con Novo Amor, Woodkid o anche Íñigo Quintero. Amo i contrasti, quindi sarebbe bellissimo chiudermi in studio io, Kang Brulèe (il produttore e artista con cui ho arrangiato KARA e che ha prodotto poi il disco), Íñigo Quintero e Mezzosangue e vedere cosa succede. Spesso i dolori sono condivisi, cambiano solo gli sguardi con cui li osserviamo. E avere prospettive sullo stesso dolore spesso porta risultati inaspettati, sia per gli autori che per il pubblico.
Invece, tra gli artisti meno conosciuti che ho ascoltato recentemente, e con cui mi piacerebbe creare un “mondo bello”, penso al duo Te Quiero Euridice, che ho sentito casualmente a Bologna tempo fa e mi hanno colpito, e ad Acquachiara.
Infine, ho molta stima del progetto e della ricerca musicale di Gaia Banfi; spero che le persone continuino ad accorgersi della forza di quello che fa. Con lei invece mi piacerebbe creare non un mondo bello ma un mondo nuovo: musica come voragine, da cui far ripartire tutto. Mi piace molto il suo dolore.
Provo sempre un mix di sensazioni nel desiderio di far conoscere il mio lavoro da un lato, ma anche nel non voler mai spingere nessuno verso il mio mondo in modo troppo forte: le vostre domande però sono state belle e interessanti e mi hanno aiutato a farlo, spero.

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