Caro il mio Francesco…
Di Christian Gusmeroli
Dio è morto e anche noi dovremmo sentirci poco bene. In questi momenti è difficile trovare le parole. «È morto Guccini», questo il messaggio che ho ricevuto qualche ora fa dal marito di una delle persone per me più importanti. Tre parole che mai avrei voluto leggere una vicina all’altra. Ho pianto. Tanto. E l’ho fatto a ogni articolo letto a riguardo e a ogni post visto. Ancora adesso ho gli occhi lucidi. Un messaggio, mandato come se fosse un lutto famigliare e lo è a tutti gli effetti. Chissà quanti altri messaggi così sono passati di chat in chat in quelle ore.
Non è morto semplicemente un artista. È già capitato a tanti altri, anche da me stimati, ma per tutti, da cinico quale sono, ho provato il giusto dispiacere e poi sono tornato alla vita di tutti i giorni. Con Guccini è diverso. Guccini è un pezzo di me, un pezzo di noi, un pezzo della nostra storia. Non è il Bob Dylan italiano, come qualcuno insinuava anni fa, ma è Bob Dylan che è il Guccini americano.
La notizia della scomparsa del Maestrone toglie ogni sicurezza: se ne va un intellettuale di oggi lasciandoci agli idioti di domani. Questa però era una citazione di Faber e purtroppo Guccini era un intellettuale di ieri e gli idioti sono già qui oggi.
Sono tante le canzoni di Francesco che hanno segnato la mia crescita, che mi hanno guidato, istruito (ed è questa la forza di Guccini) e formato. «Vorrei», «Vedi cara», «Addio», «Ho ancora la forza», per citarne alcune.
C’è una canzone, però, che più di tutte mi lega a Francesco Guccini. È Cirano. Da ragazzino non ne comprendevo ogni sfumatura, ma sentivo che quelle parole parlavano anche di me. Un po’ perché ho il naso che da sempre mi precede di almeno mezz’ora e un po’ perché, quando sentivo il peso di essere sempre solo, mi chiudevo in casa e scrivevo. Perché a parlare e ad aprirmi a voce non ero in grado, allora usavo i «versi». E scrivendo non so se mi consolavo, ma sicuramente mi sfogavo. Ho scritto tante cose. Alcune di cui vado fiero ancora oggi e altre di cui mi vergogno, ma non rinnego.
Col tempo ho capito che non mi ero innamorato soltanto di una canzone. Mi ero innamorato di un modo di usare le parole. Guccini mi ha insegnato che la musica poteva essere letteratura, che una rima poteva contenere più verità di un comizio e che si poteva essere fragili senza smettere di essere fieri.
Forse è anche per questo che oggi scrivo. Non perché Guccini mi abbia insegnato a farlo, ma perché mi ha fatto capire che le parole hanno un peso. Che possono ferire, consolare, denunciare, accarezzare. E quando hai dodici, quattordici o sedici anni e ti senti fuori posto, o alla ricerca del tuo posto nel mondo, scoprire una cosa del genere può cambiarti.
Era inutile l’ennesimo articolo che ci raccontasse la tua storia, quanto sei grande, dei tuoi testi. Serviva qualcosa che ricordasse perché tu sei diverso, perché hai forgiato menti. «Non ridere, ti prego, di queste mie parole», ma so che è quello che faresti.
Una cosa però la voglio dire. Oggi si incensa Ultimo per le 250.000 persone a un concerto. Certo, complimenti a lui. Ma la vera impresa è radunare 160.000 persone in piazza a Bologna con un preavviso di un paio di settimane, senza un ufficio stampa pomposo e senza i social. Quello è un record. E stiamo parlando ovviamente del celebre Fra la via Emilia e il West. Questa cosa è da un mesetto che volevo dirla e oggi mi sento in diritto di farlo.
Finalmente puoi scoprire se è vero che «dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto».
Arrivederci Francesco. «Perché noi tutti ormai sappiamo che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge». La dobbiamo prendere come una promessa?
Ci rivediamo domenica.
Per sempre tuo, Cirano.