Iberico: “Scegliamo noi le distanze” | Intervista

PH: Ufficio Stampa

Iberico: “Scegliamo noi le distanze” | Intervista

Chi lascia la propria casa lo fa per necessità o curiosità, andando via però si porta sempre qualcosa del luogo che si sta per lasciare. Iberico ha lasciato la Calabria per andare a Milano, passando da una terra più aspra ad una città iperconessa al centro di tutto, dove però spesso l’individuo rimane solo, abbandonato a se stesso.

Le sue  canzoni nascono spesso da persone, luoghi, oggetti e piccole scene quotidiane, con la voglia e il coraggio di  raccontare ciò che il tempo cambia o porta via e le tracce che lascia: nell’infanzia, nelle relazioni, nei luoghi da cui proveniamo, nelle persone che perdiamo o dalle quali ci allontaniamo.

Entroterra è un percorso all’interno di sentimenti e sensazioni che bisogna andare ad esplorare, addentrandosi dove i pensieri costruiscono foreste fatte di memoria e desiderio.

INTERVISTANDO IBERICO

Come dovrebbe essere il rapporto tra noi e il mondo esterno?

Dovrebbe esserci uno scambio equo tra ciò che il mondo esterno dice a noi e ciò che noi diciamo a lui. Ascoltarlo e basta, senza alcun filtro, credo finirebbe per distruggerci. La cosa difficile è proprio lasciarsi attraversare senza farsi cancellare. Allo stesso tempo, chiudersi in una bolla, fingere che intorno a noi non ci sia nulla o tapparsi le orecchie per non ascoltare quello che il mondo ci sta chiedendo sarebbe altrettanto pericoloso. È così che rischiamo di diventare una sorta di androide sociale.

Credo che ciò che ci circonda possa raccontarci molto più di quanto riescano a vedere i nostri occhi, spesso distratti dal quotidiano. A volte finiamo per cancellarci da soli, con la testa immersa continuamente in un mondo virtuale, e ci perdiamo momenti anche semplicissimi che, una volta passati, non tornano più.

Tra il dovere e l’essere esistono delle belle differenze?

Il dovere può portarci a seguire strade che in realtà non ci appartengono, a fare delle scelte che non rispecchiano fino in fondo ciò che siamo. L’essere, invece, è quello che siamo realmente, anche se a volte impieghiamo anni, se non una vita intera, per capirlo. Non è così facile ascoltarsi.
Questi due mondi finiscono per coesistere in “Dovrei essere”. A volte inseguiamo aspettative sociali o familiari convinti che rappresentino la scelta migliore per noi, ma non sempre è così. Sono quasi delle catene sociali che, a un certo punto, finiamo per metterci da soli.
Può sembrare assurdo, ma spesso la strada dell’essere è quella più difficile da seguire, quando invece dovrebbe essere la più naturale.

Quale sarà la Terra dei nostri figli? 

Questa domanda finisce sempre per spaventarmi. Penso ai bambini e, guardando il mondo che ci circonda, mi rendo conto che gli stiamo lasciando guerre, migrazioni, infanzie perdute, paura dell’altro e un mondo sempre più virtuale.
Spesso ci trinceriamo dietro l’idea che, come singoli, non possiamo cambiare nulla e che le scelte vengano prese a livelli molto più grandi di noi. In parte è vero, ma credo che intanto stiamo diventando meno educatori, meno attenti ai valori sociali (e non parlo di ideologia) e sempre più divoratori di un benessere quotidiano che rischia di farci dimenticare quello che succede intorno. Quando penso ai bambini che ho raccontato anche in alcune mie canzoni, mi si lacera il cuore. Vorrei che potessero ancora stupirsi davanti a una sorpresa, a un sorriso, a qualcosa di semplice. Non che fossero costretti a diventare grandi troppo presto soltanto per poter sopravvivere.

PH: Ufficio Stampa

Si cambia a seconda del luogo in cui si vive, dato che i posti sono protagonisti non solamente uno sfondo del quotidiano? 

Sì, credo che il luogo e l’ambiente che ci circondano finiscano inevitabilmente per cambiarci, a volte anche senza che ce ne rendiamo conto. Se penso al me della Calabria, a quello che ha vissuto a Parma e a quello che oggi vive a Milano, vedo cambiamenti enormi. Sono passato dall’ingenuità e dai sogni del Meridione alle asperità di una vita in una sorta di “terra straniera”, da solo e senza punti di riferimento. I primi tempi sono stati duri: ho dovuto quasi ricostruire il mio mondo, cercando però di non dimenticare chi fossi e da dove venissi.
Quando vieni catapultato in un luogo diverso da quello in cui sei cresciuto è un po’ come ritrovarsi in una stanza minuscola e piena di specchi. In ognuno vedi un riflesso leggermente deformato di te stesso, quasi un altro te. A quel punto puoi assumere la forma che quegli specchi ti restituiscono oppure provare a diventare tu stesso uno specchio: mantenere la tua identità e lasciare che sia lo sfondo, intorno, a continuare a cambiare.

C’è rabbia nel canto dell’emigrato? 

Quando l’ho scritta, sì, c’era tanta rabbia. Ma non soltanto quella. “Il canto dell’emigrato” è un contenitore emotivo fatto di nostalgia, senso di appartenenza, radici, profumi, terra e famiglia.
Quando ho deciso di ridarle vita con questo album, essendo un testo scritto nel 2015, ho scelto di lasciarlo esattamente com’era. Raccontava il me di allora e non volevo sostituirlo con quello di oggi: volevo che fosse proprio quella persona a parlare. Registrandola, sono riaffiorati molti dei sentimenti che avevo provato quando l’avevo scritta e cantata per la prima volta. Soprattutto nelle parti finali del brano sono usciti fuori senza troppi filtri.
Credo, e soprattutto spero, che tutto quello che provavo in quel momento sia riuscito a passare attraverso la voce.

Quali radici caratterizzano la tua musica? 

Le mie radici musicali sono una conseguenza di ciò che sono, dei luoghi in cui ho vissuto e delle esperienze che mi hanno formato. Ho sempre cercato di sentire la musica, non soltanto di ascoltarla. Una parte importante della mia formazione viene sicuramente dall’adolescenza, dai cantautori, dal rock, dal folk e dalla musica pop italiana. Tra i tanti nomi spicca Fabrizio De André, che per me rappresenta quasi una base universale per chi decide di raccontare attraverso le canzoni, ma naturalmente non è l’unico. Ognuno mi ha lasciato qualcosa che, negli anni, ho cercato di rielaborare a modo mio: i Radiohead, gli 883, i Nirvana, i Modena City Ramblers. Mondi anche molto diversi tra loro, ed è forse proprio questo il punto.
Con il tempo ho contaminato queste radici con la musica classica, con altri generi e con altri cantautori. Ancora oggi mi piace scoprire musica nuova o avvicinarmi a generi ai quali magari in passato avevo dedicato meno spazio. Ma se devo parlare davvero di radici, quei nomi sono stati importanti nel far emergere quello che oggi considero il mio entroterra musicale.

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Hai un oggetto al quale ti senti particolarmente legato? 

Non sono una persona che si lega facilmente agli oggetti, nonostante nelle mie canzoni siano molto presenti, quasi come dei contenitori di ricordi, persone o momenti.
Se però ripenso al me bambino, ti direi sicuramente il primo videogioco che comprai con i miei risparmi: “Croc: Legend of the Gobbos”. Di recente ci ho rigiocato ed è stato come fare un salto indietro nel tempo. Per qualche istante ho avuto la sensazione che dentro di me il tempo si fosse fermato proprio a quei giorni.

L’ipocrisia occidentale cerca di abbassare il volume delle guerre o usarlo come strumento di propaganda? 

La storia ci insegna quanto le parole possano essere importanti e quanto possano diventare un motore sociale, in un senso o nell’altro. Anche “Non fare rumore”, il mio primo album, affrontava questo tema in maniera più ampia.
Quando parlo di ipocrisia occidentale, però, non penso soltanto alla politica, alle guerre o alla propaganda. Credo che esista anche un’ipocrisia molto più quotidiana, della quale noi stessi possiamo diventare parte e promotori ogni volta che fingiamo di non vedere una situazione, una persona o un problema. Succede quando ci voltiamo dall’altra parte davanti a qualcuno che ha bisogno di aiuto, quando giudichiamo una persona senza conoscerla perché la percepiamo diversa da noi, quando ciò che accade abbastanza lontano smette quasi di riguardarci.
Ignorare un problema o fingere che non esista non lo cancella e, soprattutto, non rende automaticamente pulite le nostre mani. Se non siamo noi per primi, nel nostro piccolo, a dire basta a determinati comportamenti, diventa difficile pretendere che qualcosa cambi a livelli più grandi. La mia paura è che continuiamo a considerare certe cose troppo lontane da noi finché, un giorno, quella distanza non esisterà più. E allora potremmo accorgerci troppo tardi che ciò che avevamo scelto di non guardare era molto più vicino di quanto pensassimo.