New Indie Italia Music Week #281
“Sotto controllo, è tutto sotto controllo
Ehi, bro, quanto costa essere libero?
Se danno il veleno per venderci l’antidoto
Cosa pensano qui? Te lo dico, bro
Quell’artista piccolo spacca, allora lo imito
Praticamente un abuso di potere
Abuso di potere lirico”
(Sotto Controllo, Fresh Mula)
Le idee si somigliano, le parole si ripetono, le novità invecchiano prima ancora di essere comprese. Tutto sembra muoversi, eppure qualcosa resta immobile. Persino la libertà, a volte, assomiglia a una scelta tra possibilità già decise da altri.
La musica non è estranea a questo meccanismo. C’è chi cerca di anticipare il prossimo suono, chi rincorre quello precedente e chi, più semplicemente, prova a dare una forma a ciò che ha dentro. Non sempre le cose più interessanti fanno rumore. A volte restano ai margini, lontane dal centro delle conversazioni, in attesa di qualcuno disposto ad ascoltare.
New Indie Italia Music Week parte da qui. Ogni settimana attraversiamo le nuove uscite della scena indie italiana, cercando nelle canzoni qualcosa che vada oltre la loro superficie: intuizioni, contraddizioni, piccoli spostamenti di prospettiva.
Senza la pretesa di stabilire cosa meriti di restare e cosa debba essere dimenticato. Perché anche ascoltare, quando tutto sembra suggerirci cosa scegliere, può diventare un modo per pensare con la propria testa.
VM 18 (Album) – L’Officina della Camomilla
Non ho mai fatto uso di droghe in vita mia ma googlando “effetti principali dei funghetti allucinogeni” si legge: “si può verificare la sinestesia (es. “vedere” i suoni)“. “ Le emozioni sono amplificate al massimo” e ancora, “dissoluzione dell’ego, sensazione di profonda connessione con la natura, con l’universo”. Ecco allora credo proprio di essermi fatto il mio primo trip da allucinogeni ascoltando VM18 perché gli effetti sono stati esattamente questi…
“VM 18”, il nuovo lavoro discografico de L’Officina Della Camomilla apre ufficialmente una nuova stagione artistica della band. Un ritorno atteso che per quanto lontano dai primi lavori, non delude. Più che un semplice titolo, “VM 18” opera come una vera e propria soglia concettuale. Lontano dall’essere un mero paletto anagrafico, il nome dell’album definisce un perimetro creativo esplicito: una dimensione sospesa in cui le suggestioni del pop, la letteratura, le citazioni cinematografiche e la psichedelia si fondono in un mosaico denso e allucinatorio. Al suo interno, nostalgia generazionale, pulsioni giovanili e stati alterati di coscienza convivono alla pari, spogliati di qualsiasi gerarchia formale. La band milanese firma un manifesto in cui l’immaginazione e il sogno diventano un atto di resistenza quotidiana e consapevole contro il disincanto e la superficialità del presente.
La trama strumentale intreccia sintetizzatori dai toni cupi e pulsazioni sintetiche dal sapore tardo anni ’80 con l’universo arioso e dilatato delle chitarre dream pop. A legare il tutto affiorano suggestioni che attingono a piene mani tanto dall’estetica della cultura rave quanto dal songwriting indie degli anni ’90. Ne scaturisce un’architettura sonora polarizzata — al contempo acida e abbagliante — che si muove costantemente tra momenti di struggente nostalgia, derive psichedeliche e una latente drammaticità rituale.
La scrittura dell’Officina ha da sempre un fascino al quale non riesco a resistere. Ogni tanto sento il bisogno di tornare a quei dischi. Questa volta percepisco che è diverso, che c’è un’evoluzione e un racconto nuovi. Ma anche questa volta…ne voglio ancora!
(Martina Bianchini)
Un garofano nero – Mauro Ermanno Giovanardi
Ognuno ha la sua Crus. Mauro Ermanno Giovanardi, però, ha imparato da tempo a convivere anche senza la propria. Sono ormai quasi vent’anni che porta avanti il suo percorso solista, senza dimenticare il passato ma continuando a guardare avanti. O, per dirla con Bertoli, «con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro». Infatti Giovanardi scava nel suo passato, ripesca “Un garofano nero” e la ripropone con una veste completamente diversa.
“Un garofano nero” è un brano pubblicato nel 2011 nell’album “Ho sognato troppo l’altra notte?”. Un album che chi scrive ha adorato e consumato e che, oltre a questa canzone, contiene il brano portato al Festival di Sanremo “Io confesso” e un altro capolavoro quale “Il desio”.
Quando un artista decide di rimettere mano a una canzone che abbiamo amato, il rischio è sempre quello di storcere il naso. Siamo affezionati a quella versione, a quelle sonorità, persino al modo in cui ricordiamo di averla ascoltata. Ma le canzoni non sono necessariamente destinate a rimanere immobili nel tempo. E soprattutto non lo sono gli artisti che le hanno scritte. Anzi, l’artista non è mai immobile. Col tempo cambia, sperimenta e amplia i suoi orizzonti.
E Giovanardi questa volta decide di spingersi verso sonorità decisamente differenti da quelle che caratterizzavano il brano originale. Le atmosfere sixties lasciano spazio a una dark electro wave che sembra arrivare direttamente dagli anni Ottanta. Un salto temporale curioso, perché per portare nel presente una canzone del 2011 Giovanardi decide di tornare ancora più indietro nel tempo.
Quello che ottiene è una cover di se stesso che ha tutti i crismi di un brano inedito. Un’operazione ben riuscita che il pubblico aveva già apprezzato durante i concerti.
E allora torno a quel disco del 2011 che ho tanto amato. Questa nuova versione non lo cancella, non lo sostituisce e non pretende di farlo. Semplicemente ci ricorda che anche le canzoni che conosciamo a memoria possono ancora sorprenderci e lasciarci con un dubbio. È tutto vero oppure “Ho sognato troppo l’altra notte?”
(Christian Gusmeroli)
Palla di neve – ALLERTA!
«Quattro gambe buono, due gambe cattivo». Gli ALLERTA! ne hanno dieci quindi sono molto buoni. La citazione de “La fattoria degli animali” non è lanciata così, a caso. La band, infatti, torna con “Palla di neve”, nuovo singolo che prende in prestito il nome di uno dei protagonisti de “La fattoria degli animali” di George Orwell.
Il problema degli ideali è che, a volte, finiamo per amarli più della realtà. E quando la realtà non coincide con quello in cui crediamo, invece di mettere in discussione le nostre convinzioni preferiamo mettere in discussione la realtà. Palla di Neve, nel romanzo di Orwell, rappresenta un ideale che finisce per scontrarsi con la realtà del potere. E forse è proprio questo il punto da cui partono gli ALLERTA!: quanto possiamo rimanere fedeli alle nostre idee senza perdere la capacità di guardare ciò che ci circonda?
Viviamo in un’epoca in cui tutti hanno opinioni e certezze su tutto. Sui social ognuno ci tiene a dire la sua su qualsiasi argomento ed è assurdo se pensiamo che sono tempi dove l’analfabetismo funzionale è galoppante. Con questa frase sto dando ragione agli Allerta!, “sono bravo solo a far polemica”. Quando qualcosa contraddice le nostre convinzioni, invece di fermarci a riflettere cerchiamo semplicemente qualcuno che ci dia ragione. In questo senso “Palla di neve” non è soltanto una citazione letteraria, ma una riflessione sulla necessità di conservare uno spirito critico. Anche, e forse soprattutto, nei confronti delle nostre stesse idee.
E gli ALLERTA! affidano questa riflessione a un linguaggio musicale che non poteva che essere il punk. Un genere che ha fatto della contestazione e del rifiuto delle convenzioni parte della propria identità. Ma c’è una contraddizione interessante: anche chi si considera controcorrente deve stare attento a non trasformare le proprie convinzioni in dogmi. Altrimenti si finisce per contestare tutto, tranne sé stessi.
Controcorrente anche fuori dal testo, la band ha deciso di pubblicare il proprio album d’esordio, “Pubblicità Progresso”, il prossimo 6 novembre esclusivamente in formato CD. Una scelta curiosa in un’epoca in cui la musica è diventata qualcosa da consumare velocemente, spesso senza nemmeno sapere quale sia l’album da cui proviene una canzone. Gli ALLERTA! vogliono invece riportare al centro il disco come opera completa, con un inizio, una fine e soprattutto un percorso da seguire.
E forse è proprio questa la loro pubblicità progresso: invitare a usare la propria testa, senza lasciare che siano sempre gli altri a scegliere cosa dobbiamo pensare. Perché oggi sappiamo che tutti gli animali sono uguali. Ma alcuni sono più uguali degli altri.
(Christian Gusmeroli)
Invisibile – Joe Elle
Perfetti sconosciuti. Al primo ascolto di questo brano la mia mente è andata a Paolo Genovese e al suo film. Perché a volte possiamo condividere tutto con una persona, dalla casa al letto, dalla colazione alla buonanotte, senza riuscire davvero a conoscerla. O, peggio ancora, senza riuscire a farci conoscere. Nel film di Genovese sono i segreti a trasformare amici e amanti in perfetti sconosciuti. Nella canzone di Joe Elle, invece, non c’è necessariamente qualcosa da nascondere. C’è qualcosa che l’altro non riesce a vedere. E forse è ancora più doloroso, perché non sempre basta raccontare quello che proviamo per riuscire a farlo comprendere.
È proprio questa sensazione che Joe Elle racconta nel suo nuovo singolo, “Invisibile”.
La cantautrice ha scritto il brano durante un periodo di convivenza a Stoccolma. Una quotidianità condivisa con un’altra persona, ma anche con un malessere interiore che quella stessa persona non riusciva a percepire. E forse è proprio questa una delle forme più dolorose di solitudine: sentirsi soli quando soli non siamo.
Il problema è che spesso pretendiamo che chi ci vuole bene capisca automaticamente quando qualcosa non va. Ma non funziona sempre così. Possiamo passare intere giornate accanto a una persona senza accorgerci che sta male. E possiamo stare male senza riuscire a spiegarne il motivo, nemmeno a noi stessi.
«Sarò proprio come tu non vuoi, ma sai… torno invisibile appena te ne vai». C’è qualcosa di particolarmente triste in queste parole. Joe Elle racconta la sensazione di non essere vista dalla persona con cui condivide la propria vita. E non sembra nemmeno voler cercare un colpevole. Perché a volte due persone possono volersi bene e, nonostante tutto, non riuscire a comprendersi. E allora torno a Paolo Genovese e ai suoi “Perfetti sconosciuti”. Nel film ci sono segreti che nessuno vuole raccontare. Qui c’è un dolore che qualcuno vorrebbe far vedere, senza riuscirci. E non so quale delle due cose sia peggiore.
(Christian Gusmeroli)
Finché siam giovani (Album) – Orlando
ORLANDO pubblica il nuovo album “Finché siam giovani” riportando in musica storie e racconti dei suoi affetti più cari a partire dalla riscoperta delle proprie origini: il titolo del disco riprende il verso di un canto popolare che Orlando ha ritrovato nelle vecchie videocassette del matrimonio dei suoi genitori, una cantilena intonata nei momenti di festa che gli è stata tramandata dalla famiglia materna, passando di generazione in generazione.
“Finché siam giovani” è un album di cantautorato pop che raccoglie storie e quotidianità della banda, ossia il gruppo di amici – nonché collaboratori – con cui Orlando condivide giornate, session e bevute al bar da oltre un anno. In primis, i produttori Etta (Emanuele Cotto) e Macs (Massimo Barberis) e il chitarrista Sic (Simone Panero), che hanno preso parte attivamente alla realizzazione del disco e dell’immaginario che racconta.
12 canzoni che cantano la vita, quella dei giovani ragazzi di periferia che scorrazzano tra le strade di città per guadagnarsi da vivere e rincasano al pub di fiducia per incontrarsi con gli amici, prima di archiviare la giornata. Uno slalom tra le preoccupazioni degli adulti, con un’inesauribile voglia di godersi la giornata.
Troppo Poco – Pugni
É molto scomodo rendersi conto che a volte siamo noi le persone che amiamo meno, non tanto perché non proviamo nulla, piuttosto perché ci ritroviamo a fare i conti con un sentimento che non riusciamo a restituire nella stessa misura di come lo riceviamo. “Troppo Poco” non fa riferimento solo alla quantità d’amore che il protagonista riesce ad offrire, ma si entra all’interno di un confronto con l’altra persona e diventa evidente l’incapacità di corrispondere allo stesso modo. “Vorrei mi dispiacesse un po’ di più”, restituisce il conflitto, si vorrebbe essere più addolorati, ma a volte non si possono comandare le proprie emozioni; capire di ferire qualcuno non significa automaticamente smettere di farlo.
Il finale sposta il senso del disco, dopo aver raccontato la difficoltà di amare qualcun altro, Pugni parla del rapporto con se stessi; quando diventa difficile amare anche se stessi e riconoscere il proprio valore, di conseguenza lo diventa anche dare amore. Dal punto di vista sonoro però il brano sceglie la leggerezza, non viene appesantito ogni passaggio con accompagnamenti drammatici, la produzione analogica dà una sensazione di calore e lascia spazio alla voce di Pugni. Così con questo nuovo brano, viene raccontata una verità scomoda: non sempre il problema è non aver amato abbastanza, ma è anche non aver capito cosa ci impediva di farlo.
(Benedetta Rubini)
Caramelle – Iris
“Caramelle” ci racconta una forma di immobilità che spesso dall’esterno è difficile da comprendere, infatti si può continuare a vivere e a progettare le proprie giornate, anche quando ogni decisione diventa una fatica. Il rischio di voler prendere a tutti i costi la scelta giusta, può portarci a dover continuamente dimostrare qualcosa a noi stessi, giudicandoci e imponendoci alte aspettative.
É significativo che Iris collochi questo conflitto interiore tra stomaco e cervello, da una parte abbiamo le sensazioni istintive e l’impulso, dall’altra i pensieri razionali che ci portano ad analizzare tutto. Il titolo è molto efficace, le caramelle infatti rimandano alla dolcezza e al piacere, ma nella canzone non si possono affermare, danzano sopra la protagonista, rimangono lontane e sospese. Questa immagine indica una possibilità di felicità che continua ad esistere, ma alla quale è difficilissimo accedere, così anche il piacere perde di significato quando siamo costantemente accompagnati dal timore di sbagliare.
Sul piano musicale il brano si muove nell’ R&B contemporaneo, la produzione di Sara Ciscato accompagna la voce, mantenendo l’attenzione sulle immagini e sulle contraddizione del testo. “Caramelle” ci rende visibile il momento in cui il desiderio di non sbagliare finisce per impedirci di vivere, invece dovrebbe sempre concederci la possibilità di scoprire cosa potrebbe succedere se compiamo quella scelta che pensiamo possa farci sbagliare.
(Benedetta Rubini)
Campana – Giacomo Gatto
Spesso rimaniamo all’interno di una relazione perché temiamo di più la solitudine che l’insoddisfazione e perché certe abitudini ci rassicurano anche quando non stiamo più bene. “Campana”, il nuovo singolo di Giacomo Gatto, parte proprio da questa zona grigia, ovvero il momento in cui non distinguiamo più quello che proviamo per l’altra persona da ciò che ci ripetiamo per continuare ad andare avanti. Il cuore emotivo è nel contrasto tra la consapevolezza che qualcosa si è rotto e il desiderio di continuare; le parole che si scambiano all’interno di una relazione non sono necessariamente tutte bugie, alcune possono essere state anche vere, ma alla fine si cerca di sopravvivere anche quando la fiducia non c’è più.
Quando il testo diventa più esplicito la relazione sembra trasformarsi in un accordo tacito, dove entrambi non riescono a smettere e continuano a recidere una parte, nonostante la consapevolezza delle crepe che ci sono. Dal punto di vista sonoro, Gatto racconta di aver registrato le campane della chiesa di San Giovanni, ad Agnati, in un piccolo studio a casa della nonna e questo suono gli ha suggerito l’arpeggio iniziale. Questo dettaglio legato alla sua storia personale diventa il punto di partenza di una riflessione sulle relazioni e sulla difficoltà di voler davvero vedere. Proprio come il suono della campana ci riporta alla realtà, a volte è necessario che ci svegliamo e capire che non dobbiamo continuare a rimanere quando le relazioni ci fanno male.
(Benedetta Rubini)
Proiettile – Visconti
Dopo averci racconto la ricerca di un’identità con il suo primo lavoro “Boy di Ferro”, Visconti facendo uso del suo tipico stile che unisce sonorità post- punk al cantautorato, con il “Grande ok” terzo album in uscita il prossimo 6 novembre è pronto a trovare la risposta alla domanda “cosa sto inseguendo davvero? E “Proiettile” in questo senso arriva potente ed incisivo sia nel senso del brano che nella scelta stilistica e musicale. In una strofa che si ripete tale e quale nel corso della canzone Visconti denuncia quel meccanismo in qui tutti gli artisti agli esordi sono costretti a subire: piegarsi per pochi soldi pur di avere una chance, un palco su cui suonare. Ed ecco che il denaro diventa un’arma, qualcosa di violento e pericoloso che colpisce e ferisce perché non rende giustizia a tutti gli sforzi e sacrifici fatti per arrivare fino a li. Almeno non all’inizio.
“Scotta il proiettile dei soldi sta merda da sui nervi le lacrime del pugile sul mio cachet”. Il chacet si macchia di quelle lacrime che però non importano a nessuno, soprattuto ad un carnefice che pensa solo ai suoi interessi. L’artista si deve ritenere soddisfatto di aver ottenuto un palco e il reale problema è che non c’è un “giudice” a rendere giustizia, a decretare un vincitore. Proiettile termina con uno sparo finale, una sentenza, che sigilla l’impotenza di fronte a un meccanismo che consuma le persone senza offrire in cambio né una reale ricchezza né un senso di riscatto. “Uno sputo di grano e nessun giudice”
(Martina Bianchini)
Ricordi – Guidobaldi
Segni zodiacali non compatibili? Diversi gusti musicali? Swipe left. Sono questi i parametri di scelta a cui siamo abituati oggi quando si cerca l’amore. Ma Guidobaldi con “Ricordi” ci permette ancora di sognare quel genere di amore che vivevamo nei film italiani alla “Sapore di Mare”, Mina e Celentano in sottofondo e una vespa direzione mare.
“L’amore è una stagione che non tornerà più” “una canzone che non passano più”
Ed è allora che ci aggrappiamo alla forza dei ricordi, ripensando a quell’amore nato a giugno e dissolto con l’accorciarsi delle giornate in autunno. Il cantautore Romano questa volta incornicia racconto sperimentando con i synth e utilizzando un immaginario più sognante, senza rinunciare alle influenze britpop.E se si pensa alle estati passate, ai momenti spensierati che si vivono in vacanza, a Battiato il sentimento che ne esce è senza dubbio una sana nostalgia. Nostalgia di un un tempo che non può tornare ma che è vivido nei nostri ricordi e nelle canzoni che anche se non passano più alla radio, conosciamo a memoria.
(Martina Biachini)
TORNERÒ – GIOVAPIÙGIOVA
Nel momento del ricordo la consapevolezza è qualcosa che non ha i contorni ben delineati, rimane effimera e confusa, un po’ come se istintivamente ci fosse un desiderio di proteggere tutto ciò che di bello è stato, nascondendo gli altri motivi che hanno trasformato quel periodo in qualcosa di passato.
GIOVAPIÙGIOVA celebra il riverberò della nostalgia, riprendendo questo concetto anche grazie all’uso dell’elettronica, trasformando la musica in una sorta di eco nel quale rimanere imprigionati, se non per sempre, almeno per un po’.
Il tentativo di andare avanti si accartoccia su se stesso, quando si ha paura che la nuova direzione possa portarti via da qualcuno che non siamo ancora riusciti a dimenticare, e nemmeno l’abbiamo accettato questo tipo d’emozione.
(Nicolò Granone)
Poste Italiane – Luisiana
Che incubo quello dei giovani che si trovano incastrati nei propri sogni, con l’obbligo morale di ascoltare le preoccupazioni dei genitori e le incertezze del domani. Luisiana, tratta l’argomento anche con un certo sarcasmo, trovandosi a mettere in fila il suo futuro artistico o di viaggiatore, per lavorare e portare il pane alle poste, in un ” fantastico” posto pubblico desiderio recondito soprattutto delle vecchie generazione.
In questo tempo la sua parta artistica non riesce, e non vuole stare in silenzio e così questa lotta interiore diventa il nuovo brano Poste italiane, con l’augurio di non morire prima di aver realizzato i propri desideri e obiettivi. Ma in questo mondo così precario, l’unica certezza è il provare a vivere nel qui e nell’ora!
(Nicolò Granone)
canini – tiposchegge
I canini sono i denti affilati di Dracula o quelli di animali feroci pronti a mordere.
Crescendo la vita diventa più feroce e come strumento di autodifesa l’uomo cerca di anestetizzare le emozioni, indossando cuori di plastica.
Tiposchegge ci trascina dentro un inquietudine giovanile che, con il passare del tempo, diventa quasi una forma di rassegnazione davanti ai giorni che passano, arrivando quasi ad abbandonare ogni forma di ribellione per scendere a patti con la realtà. Forse soli così si può riuscire a tirare avanti.
(Nicolò Granone)
Mela – Livrea
La colpa di Eva è stata quella di mordere la mela e assaporarne il succo, qual è invece la colpa di tutte le donne? Livrea con questo brano vuole combattere certi pregiudizi e un patriarcato ideologico nel quale le vittime sono sempre condannate senza processo, fin dai tempi antichi dove chi era diversa veniva definita una strega.
Siamo illuse, ma condividiamo lo stesso sangue. È fortissimo il messaggio dell’empowerment femminile, e rivendica un senso di unità e fratellanza che spesso nel mondo femminile s’incrina e crea ulteriori divisioni. Se tutte siamo figlie dello stesso destino, dovremmo condividerlo e provarlo a cambiare, questo è il messaggio del brano.
(Nicolò Granone)
Bestia (ALBUM) – Ottobre
Il disco nasce da un periodo particolarmente intenso nella vita di OTTOBRE, segnato da relazioni complesse, fragilità emotiva e un profondo processo di ridefinizione personale. Attraverso questo progetto, OTTOBRE porta alla luce una versione inedita di sé: una parte più istintiva, meno controllata e quasi “bestiale”. Un’immagine potente che dà il titolo all’intero lavoro e prende forma nella figura del mostro come alter ego, delineando il racconto viscerale di una doppia identità in cui la vulnerabilità quotidiana convive con la forza selvaggia che emerge nei momenti di crisi.
L’album si sviluppa come una narrazione intima in cui si fondono in modo organico episodi autobiografici molto forti e riflessioni generazionali. Il progetto attraversa le diverse sfaccettature della vita dell’artista, affrontando a viso aperto il tema della salute mentale e l’impatto di relazioni sentimentali intense, spesso distruttive, fino a toccare il rapporto ambivalente con il mondo della moda, in cui Giulia ha lavorato.
A fare da fulcro emotivo al disco è anche una profonda indagine sul proprio passato: OTTOBRE riavvolge il nastro, includendo episodi autobiografici molto forti, come la scelta di lasciare casa a soli tredici anni per studiare danza al liceo coreutico, vivendo in convitto per cinque anni. Un passaggio di crescita cruciale ma emotivamente complesso, che ha segnato in modo indelebile le sue radici e il rapporto con la madre, protagonista per questo di uno dei brani di “BESTIA”. Non a caso l’album si apre con una speciale versione di “Parlami d’amore Mariù”, brano culto che l’artista campana associa alla sua storia e da cui «tutto ha avuto inizio.»
A sostenere questa forte carica emotiva c’è un’impalcatura sonora riconoscibile e d’impatto, che consolida il posizionamento dell’artista nel panorama alternative italiano. La produzione, curata dai Granato insieme a Federico Ascari, vive di un perfetto equilibrio tra il linguaggio della musica pesante e una scrittura spiccatamente pop e contemporanea.
Il sound di matrice nu metal, carico di chitarre distorte e ritmiche heavy, si apre così inaspettatamente a trascinanti aperture melodiche, creando il contenitore ideale per trasformare la frustrazione, i ricordi e la rabbia in pura energia liberatoria.
Sophie – Soap
Con Sophie, soap trasforma una domanda apparentemente semplice in un confronto con tutto ciò che di sé continua a sfuggirle. Chiamarsi per nome diventa un modo per prendere le distanze dalle proprie emozioni e osservarle senza cercare subito una risposta. Tra bisogno d’amore e paura della solitudine, il brano racconta quella zona ambigua in cui desiderio e insicurezza finiscono per confondersi. La vulnerabilità non cerca consolazione, ma trova spazio nelle contraddizioni di una crescita che procede senza istruzioni. Sophie è il ritratto di chi impara a riconoscersi proprio quando smette di pretendere di avere tutto chiaro.