New Indie Italia Music Week #282
“Mio fratello è nudo e vive sotto la neve
Tu non credere ai giornali, sputa e tirati su
Lo hanno programmato e licenziato a dovere
Le villette dei più furbi ci riflettono tanta luce
Avanti amore perduto in mare trent’anni fa
Fatti canzone, rivoluzione, vamos a matar”
(La canzone della rivoluzione – Baustelle)
La rivoluzione è una parola che abbiamo consumato a forza di pronunciarla. L’abbiamo vista diventare slogan, merce, promessa elettorale, persino un’estetica da vendere a chi non ha alcuna intenzione di cambiare le cose. Eppure continua a sopravvivere, ostinata, nelle contraddizioni di un mondo che sembra aver imparato a tollerare tutto, perfino le proprie ingiustizie.
Ci sono rivoluzioni che non arrivano mai e altre che nessuno riconosce mentre accadono. Quelle che nascono dalla rabbia degli esclusi, dalle coscienze ancora capaci di indignarsi, dal rifiuto di accettare che gli ultimi debbano rimanere tali. Forse il problema non è aver smesso di credere nel cambiamento, ma esserci abituati a immaginarlo senza pretendere che accada davvero.
Anche la musica ha conosciuto le sue rivoluzioni. Ha dato voce a chi non ne aveva, disturbato il potere, raccontato ciò che il linguaggio ufficiale preferiva nascondere. Oggi, mentre persino la ribellione sembra avere un formato, una durata e un pubblico di riferimento, viene da chiedersi quanto spazio rimanga per una canzone che non cerchi necessariamente di piacere.
New Indie Italia Music Week riparte da questa domanda, attraversando le nuove uscite della scena indie italiana alla ricerca di idee, contraddizioni e linguaggi capaci di incrinare, anche solo per un istante, l’ordine delle cose.
Perché una rivoluzione non comincia necessariamente quando qualcuno alza la voce. A volte comincia quando qualcuno smette di cantare quello che gli altri vogliono sentire.
Da tutta la vita – IOSONOUNCANE
“Federico, cercami IOSONOUNCANE su wikipedia” direbbe il Fuffas di Maurizio Crozza. Massimiliano Fuksas, ispiratore del personaggio del comico genovese, invece lo sa bene tanto che il documentario a lui dedicato gode della colonna sonora del cantautore sardo. “Da tutta la vita” è il titolo del documentario (Fuksas – Da tutta la vita per l’esattezza) e quindi dell’album di Jacopo Incani in arte IOSONOUNCANE, una colonna sonora composta da 26 tracce. Massimiliano Fuksas e Jacopo Incani sembrano appartenere a due mondi diversi eppure entrambi, in fondo, fanno lo stesso mestiere: cercano di dare una forma a qualcosa che prima esisteva soltanto nella loro testa. Quasi tutto ciò che è arte si ciba della stessa materia prima, la creatività.
Le colonne sonore sono ormai diventate una parte importante del percorso artistico di IOSONOUNCANE che negli ultimi anni si è avvicinato a questo mondo fatto di accompagnamento musicale a immagini evocative più o meno forti. Una strada che lo ha portato a raccontare, infatti, attraverso la musica prima la guerra, con i documentari “I diari di mio padre” e “Lirica Ucraina”, poi la politica con “Berlinguer – La grande ambizione” e adesso la vita di un architetto.
Ma questa volta c’è anche un altro elemento interessante. A raccontare Massimiliano Fuksas è sua figlia Elisa. Il documentario diventa quindi qualcosa di più di un ritratto professionale: è anche il tentativo di una figlia di conoscere meglio suo padre. E Incani si trova a dover dare una forma sonora non soltanto all’architettura, ma anche ai ricordi, agli affetti e a tutto quello che, a differenza di un edificio, non possiamo vedere o toccare.
Un’altra notizia interessante è il ritorno di IOSONOUNCANE al cantato in italiano, cosa che negli ultimi anni non è accaduta spesso. I brani sono “La forma sei tu” e “La fine sei tu”, due versioni della stessa canzone, ma con testi e arrangiamenti differenti. E qui torniamo all’architettura. Perché la forma è ciò che diamo alle cose, mentre la fine è ciò che, prima o poi, dobbiamo accettare. Due parole che condividono appena qualche lettera, ma che bastano a cambiare completamente il significato di una frase. E forse anche quello di una vita. «Federico, mi guardi su Wikipedia se alla voce “artista poliedrico” ci sono le facce di IOSONOUNCANE e Fuksas». Una citazione matrioska, tra Crozza e Fabri Fibra.
(Christian Gusmeroli)
Guardia del corpo – Giusi The Lizia
Ci sono persone che, anche quando smettono di far parte della nostra vita, continuano ad abitare i luoghi che abbiamo condiviso e i pensieri che tornano quando meno ce lo aspettiamo.
Con “Guardia del corpo”, Giuse The Lizia racconta quella mancanza che resiste al tempo e la difficoltà di abituarsi a stare senza qualcuno che, per tanto tempo, ci ha fatto sentire al sicuro. Il brano è l’ultimo estratto che anticipa l’uscita di “MDMA (Mica Dobbiamo Morire Adesso)”, il nuovo album del cantautore, in arrivo il 30 ottobre.
«“Guardia del corpo” parla della mancanza di una persona che non fa più parte della tua vita. È quella fase in cui si pensa di stare andando avanti e poi ci si ritrova di nuovo a cercare quella persona nelle strade e nei posti che si sono condivisi. Mi piace l’idea di raccontare anche la solitudine che arriva quando ci si rende conto di non avere più qualcuno che ci protegga dalle cose che fanno male. Alla fine è una canzone sulla difficoltà di abituarsi a stare senza qualcuno che per tanto tempo è stato la propria guardia del corpo», racconta Giuse The Lizia.
La persona peggiore del mondo (Album) – Giin
“La persona peggiore del mondo” si muove nell’universo dell’alternative rock, contaminato da sonorità moderne e internazionali. È la scrittura stessa a determinare di volta in volta lo spazio sonoro e il linguaggio di ogni brano, alternando momenti più morbidi ed eterei a passaggi diretti, energici e ruvidi.
Le chitarre rappresentano il cuore del disco, affiancate da synth che in diversi brani assumono un ruolo centrale nella costruzione degli arrangiamenti e dell’identità sonora.
Un album nato anche dalla collaborazione con le persone che hanno accompagnato GIIN durante il processo creativo, contribuendo a dare forma alle canzoni e a valorizzarne ogni sfumatura. Un lavoro corale in cui, come racconta la stessa artista, “alla fine le canzoni decidono, io provo solo ad assecondarle.”
Con “La persona peggiore del mondo”, GIIN conferma una scrittura capace di trasformare fragilità, contraddizioni e inquietudini quotidiane in un racconto diretto e autentico. Un disco che non cerca risposte definitive ma attraversa le domande, lasciando che siano le canzoni a dare loro una forma.
Due come noi due – Santi Francesi
“Non siamo dei santi, dai, sbagliamo anche noi”, diceva Brunori in una canzone dal titolo simile, “Per due come noi”. Loro dei Santi lo sono, Francesi per la precisione, ma sbagliano pure loro. E infatti “Due come noi due” non racconta una coppia perfetta, tutt’altro. Racconta due persone che continuano a scegliersi pur sapendo quanto possono farsi male. Una delle due sa perfettamente dove ha sbagliato e, nonostante questo, non riesce ancora a cambiare.
Perché riconoscere i propri errori è relativamente semplice. Il difficile è smettere di commetterli. Soprattutto quando poi entrano in scena i sentimenti, che hanno la pessima abitudine di rendere complicate anche le cose più banali.
«Fare tesoro di quello che hai detto? Non me la sento». È forse questa la frase che racconta meglio il nuovo singolo dei SANTI FRANCESI. Non c’è la presunzione di avere ragione, ma nemmeno la forza di fare qualcosa per cambiare. Una sorta di esame di coscienza, come lo definiscono Alessandro De Santis e Mario Francese, nel quale il protagonista conosce già tutte le risposte, ma continua a sbagliare le domande. E poi c’è quella capacità, tutta umana, di cercare l’inferno nelle cose stupide. Perché a volte siamo così impegnati a discutere per qualcosa di insignificante da dimenticarci ciò che conta davvero. E finiamo per dare un peso enorme alle sciocchezze e pochissimo alle persone. Dovremmo lasciare che i sentimenti trovino la via più semplice o detto in brunoriana maniera “E chissenefrega di Jung o di Freud”.
(Christian Gusmeroli)
Possibili superstiti – Cristina Donà
Nei film, quando arriva la parola fine, sappiamo chi è sopravvissuto. Nella vita è un po’ più complicato. Perché possiamo uscire indenni da una catastrofe e portarci dietro le macerie per anni. E possiamo ritrovarci a terra senza sapere se havremo la forza di rialzarci. “Possibili superstiti” è il titolo del nuovo singolo di Cristina Donà, un’artista che non ha bisogno di presentazioni e che ho avuto la fortuna di ascoltare recentemente ospite a un concerto di Dimartino.
Questo singolo è dichiaratamente ispirato al film “Un sapore di ruggine e ossa” di Audiard. Nel film due persone segnate da esperienze traumatiche trovano nella loro relazione un modo per resistere e andare avanti. La cosa che colpisce di questo brano è nel “possibili” che Cristina antepone a “superstiti”. Sopravvivere non significa necessariamente essere già salvi, c’è la speranza, ma non la certezza di farcela. Cristina Donà sceglie di raccontare tutto questo in punta di voce, con una cantilena morbida che sembra voler concedere un momento di tregua a chi sta cercando di restare a galla. Nei film, prima o poi, arrivano i titoli di coda. Nella vita non sappiamo quando arriveranno. E forse è meglio così: finché la storia continua, possiamo ancora diventare superstiti. Non soltanto possibili.
(Christian Gusmeroli)
Gran Lavoro – Gio Evan
“Gran Lavoro” è il nuovo singolo di Gio Evan che trasforma la fatica quotidiana in una riflessione sulla crescita personale, invitandoci a riconoscere il valore del percorso senza misurarlo soltanto attraverso il risultato finale. Siamo abituati a raccontare le vittorie e a considerare il successo come prova concreta, ma spesso diamo poca considerazione a tutto ciò che precede quel momento. In una società che tende a misurare le persone attraverso i loro successi, Gio Evan sposta l’attenzione sul processo, sul quel tempo in cui si lavora per qualcosa senza avere la certezza di raggiungerlo.
“Gran Lavoro” racconta la fatica del durante e l’impegno del mentre, è un cambio di prospettiva che riguarda anche come valutiamo gli errori, il successo non deve essere l’unico criterio con cui valutiamo un’esperienza. La riflessione si inserisce in una poetica che l’artista ha sviluppato nel tempo mischiando insieme musica, poesia e spettacolo. Anche il titolo stesso contiene una sfumatura interessante, l’espressione può richiamare un’impresa importante, un risultato che richiede competenze e dedizioni, ma si collega anche alla somma di tanti piccoli gesti spesso invisibili. Musicalmente si inserisce nell’identità tipica di Gio Evan, ovvero tra la canzone pop e un cantautorato moderno e poetico. Dobbiamo imparare a distinguere il valore dell’esperienza dal giudizio sul suo esito, apprezzando anche il cammino intermedio.
(Benedetta Rubini)
N oi (Album) – Eugenio in Via di Gioia
Quanto cambia ciò che vediamo quando smettiamo di osservare il mondo attraverso una lente troppo ravvicinata? Da questa domanda nasce “N OI”, il nuovo EP degli Eugenio in via di Gioia, composto da sei tracce che alternano leggerezza a momenti di introspezione, riflessioni sociali e sfera privata. Lo spazio tra N e OI può lasciare aperte diverse ipotesi, può essere anche una provocazione nell’attribuire un unico significato a ogni cosa. A volte, per comprendere davvero ciò che abbiamo davanti non dobbiamo avere subito una risposta, ma questo si contrappone ad una società che spinge verso la competizione. Il plurale non rappresenta solo una somma di persona, ma anche la possibilità che esperienze differenti possano avere qualcosa in comune.
La band affronta questa riflessione attraverso il loro linguaggio pop, non ricercano dichiarazioni solenni, ma utilizzano domande apparentemente semplici e quel tipo di ironia che li permette di trattare determinati argomenti. La loro scrittura parte da un elemento concreto, quasi banale, per arrivare a una riflessione che non perde il contatto con la quotidianità e l’’ironia alleggerisce il discorso, senza svuotarlo.
La varietà degli umori è parte integrante del progetto, che passa dall’energia di “Come si fa” alle atmosfere più raccolte delle ballad, fino alla componente corale di “Ciao bella Italia” e al passo più ritmato di “Baciamoci”. Il risultato è un lavoro che funziona soprattutto nella sua visione complessiva, le canzoni non si limitano a ripetere l’invito a superare l’individualismo, ma ne esplorano le varie declinazioni. Quindi se forse smettiamo di osservare tutto da troppo vicino scopriremo che le esperienze di tutti noi, anche se diverse, hanno molti più punti di contatto di quanto immaginiamo.
(Benedetta Rubini)
In un altro universo – Cane sulla Luna
Al centro del brano c’è la fiducia, intesa come una scelta che richiede di abbassare le difese, accettare quindi la vulnerabilità e rinunciare ad avere sempre tutto sotto controllo. Il testo si sviluppa attraverso immagini quotidiane, i gesti rituali raccontano di abitudini che si ripetono e le partenze intelligenti introducono una nota quasi ironica, per voler ridimensionare le certezze dietro cui ci nascondiamo. Il ritornello sposta il racconto, “Mentre tu non ti fidi di me” diventa il punto da cui immaginare una realtà alternativa, dove due persone possono ritrovarsi.
Il titolo non rimanda soltanto ad un luogo immaginario in cui le difficoltà scompaiono, ma ci suggerisce che possiamo abitare la stessa realtà in maniera differente.
Sul piano musicale ci si muove tra il pop rock e la canzone d’autore, in cui la componente sonora va di pari passo con una dimensione intima della scrittura.
Questo brano trova il suo punto di forza nella scelta di voler raccontare la vulnerabilità senza trasformarla in una dichiarazione piena di enfasi; ci viene proposta una possibilità; smettere di opporre resistenza e provare a seguire il ritmo dell’altro. A volte infatti per ritrovarsi non serve necessariamente cambiare universo.
(Benedetta Rubini)
Tentacoli del Cuore – Ibisco e Marta del Grandi
Ad ogni canzone che ci regala Ibisco come anticipazioni del nuovo album in uscita ho pensato che ci troviamo davanti ad una delle penne più interessanti e originali che si trovano nel sottosuolo del panorama musicale italiano. Ibisco possiede una sensibilità, una capacità di raccontare i sentimenti unica e ci porta in viaggi dell’anima profondi e spiazzanti. In questo chiamato “Tentacoli del cuore” ha scelto come compagna di viaggio un’altra artista altrettanto speciale, Marta del Grandi e insieme all’unisono dei loro timbri ammalianti incorniciano quelle anime fragili che non riescono a rimettersi in gioco, bisognose di capire se riusciranno mai a tornare a fidarsi degli altri.
“nel mare di anime a pezzi che parla con i riflessi” In un mondo di “sentimenti strani” di cosa abbiamo bisogno?
Semplice, di “sentimenti chiari” e qualcuno che ci guardi, ci riconosca. Ma come possiamo trovare qualcuno che ci faccia ricominciare se ci nascondiamo sotto strati di pelle e muri altissimi?
Al centro dell’architettura lirica del pezzo si muove così l’urgenza di una reazione, la ricerca di quel gesto inatteso. Tra le pieghe del testo, la vulnerabilità smette di essere un limite e si fa materia viva; le spaccature personali diventano la superficie esatta su cui si innesta una nuova, viscerale connessione collettiva.
Ed è qui che entrano in gioco i tentacoli del cuore dove il termine “tentacoli” viene spogliato della sua accezione negativa o soffocante e assume una sfumatura di sopravvivenza ed emotività, diventano la capacità di aggrapparsi e protendersi verso gli altri per non sprofondare nei momenti di crisi e per “essere meno diversi”.
(Martina Bianchini)
Temporale – Nervi e Dente
Amori e temporali hanno più in comune di quello che si può pensare. Entrambi non si catturano, sono imprevedibili. Entrambi sono dotati di una forza che affascina ma capace di provocare danni enormi. E se la pioggia è necessaria per la nostra sopravvivenza, come si può ugualmente pensare di vivere senza amore?
Temporale è figlio della collaborazione di due cantautori, Nervi e Dente, che pur facendo parte di due diverse generazioni hanno in comune una scrittura onesta e sensibile. La loro intima e confidenziale interpretazione restituisce una malinconia delicata ma profonda, nata dalla consapevolezza di una resa. Le immagini del brano tratteggiano l’amore usando la grammatica dei fenomeni atmosferici: il vento, le metamorfosi della pioggia, l’usura del tempo. È una narrazione altamente evocativa che però sfocia in un’evidenza amara: il sentimento non può essere imbrigliato né congelato, ma resta incerto e mutevole come gli elementi che lo descrivono.
L’unica certezza che abbiamo è che dopo un temporale o dopo aver vissuto un grande amore nulla è più come prima.
“Questo amore ricorda un temporale
Poi si calma ma domani nulla torna uguale”
(Martina Bianchini)
Da non ascoltare (EP) – fallimento
L’ironia dei Fallimento si intuisce dalla scelta di chiamare “Da non ascoltare” il loro Ep uscito venerdì che anticipa l’album d’esordio della band “Sarà un successo”. Un’ironia, a giudicare da questo lavoro composto da quattro brani, tutt’altro che superficiale. È un’opera spezzettata e febbrile, a tratti soffocante, che sa fare male ma anche commuovere: qui l’inquietudine e il senso di estraneità smettono di essere un limite per trasformarsi nel vero e proprio codice stilistico dell’album. Si percepisce un’energia scura ma ballabile, altamente ballabile, che mette alla luce le contraddizioni del nostro tempo senza scadere nei cliché del passato. I fallimento infatti definisco la loro musica “onda punk postmoderna”. La malinconia tipica del genere punk diventa il filo conduttore dei quattro brani che hanno testi diretti e senza filtri dove si parla di memoria, certezza della fine, inevitabilità della perdita ma anche di gentrificazione. Chitarre severe e inquiete che ti fanno fare i conti con i disagi e le contraddizioni che ci obbligano a vivere oggi e che ti portano a pensare che l’unica soluzione sia “fallire forte senza pietà”, è nel fallimento che possiamo ritrovarci liberi.
(Martina Bianchini)
Boyband – Dodicianni
“Non me lo farò dire che poteva andarmi peggio… quando penso al passato piango”
E se stare a pezzi come le boyband fosse una sorta di stato di ebbrezza per non pensare?
Le strofe in cui rancore e tristezza nei riguardi di sé stessi e di ciò che circonda la vita di noi (non)giovani adulti rivelano il retrogusto amaro della dolcezza morbida del ritornello. Quando il presente è un incubo e cerchiamo le cause che lo hanno fatto nascere nel nostro passato. La verità è che nessun errore commesso anni fa condanna l’oggi, ma è dura accettarlo quando appena alzati la mattina vorremmo tornare a dormire. O magari non ci saremmo mai messi a letto la notte prima, quando un’altra persona in quel locale è diventata, senza saperlo, la nostra zona franca. E l’abbiamo inseguita, le abbiamo tenute nascoste le lacrime inseguendola per regalarle l’euforia che è più medicina per noi. O palliativo. Una bolla di tempo, la notte, che cerchiamo invano di non rompere. Restando come le boyband a distruggerci. Canalizzando il dolore e lasciarlo al giorno, che è prigione e anticamera della consolazione serale, carnale, amorosa. Dodicianni si mette a nudo amalgamando perfettamente le due facce del brano che però restando distinguibili: rumore e silenzio, grida e sussurri. Resta da stabilire quale dei due opposti faccia più casino.
(Stefano Giannetti)
Prato fiorito – Te quiero Euridice
Delicata, quasi graziosa. Ma letale. Come la schermata del Prato Fiorito. Scorre come una giornata di pioggia leggera. Non fa male fuori, logora dentro. I Te quiero Euridice trattano lo scenario peggiore con dolcezza. Ovvero quando l’altro dovrebbe rappresentare l’unica casella giusta da pestare perché tutte le altre nascondono le mine (tanto per incarnare l’identità precedente del gioco, e non c’è bisogno di riferimenti: le minacce sono globali e individuali) ma poi non lo è. Forse. Il tuo piede non sa se toccare il quadratino dell’altra persona perché non la riconosciamo come posto sicuro. Non ci si sente lei stessa (“sembravi te, non eri te”). Ci riflettiamo nel dolore. Con un pop ricercato e al tempo stesso totalmente semplice, Prato Fiorito ci porta tra i pericoli delle barriere invisibili. Ma “se ancora ti cerco dentro in qualche sogno”, il desiderio di riprendere saldo il legame ci farà certamente terminare il livello del gioco. O ci farà abbracciare travolti dalle esplosioni.
(Stefano Giannetti)
Situazioni, vite – Modestamente & Carmelo Pipitone
“Ed è stupido sentirsi in colpa perché il tuo inferno è abbastanza buono”.
Sempre intenso, Modestamente ci accompagna da subito nello spettro del dolore. Spettro inteso come ventaglio di valori e non di “fantasma”. Perché non c’è nulla da demonizzare nelle tragedie di ognuno di noi, e i giri di chitarra di Pipitone sotto la voce sono duri abbastanza da fermare quell’ago della bilancia che porta la gente a giudicare chi si lamenta “di poco”, perché c’è sempre chi sta peggio. Ma il brano è lì, a rivelarci la verità relativa in mezzo al traffico, tra chi lungo la fila stop rossi accesi impreca coi pugni sul volante e dietro i tergicristalli impreca male perché ha fretta di riunirsi all’amore che gli manca e chi in un’altra vettura approfitta del riflesso scarso nel proprio finestrino per reimmaginarsi coi capelli lunghi persi nei cicli di terapia. Situazioni, vite ci ricorda che sia la guerra di chi lotta contro la morte, sia l’arrendersi di fronte a un colloquio andato male sono solo sfumature della stessa tavolozza di grigi. Che ci unisce tutti. Che dovrebbe unirci tutti. Un lavoro importante. Una consolazione necessaria.
(Stefano Giannetti)
Pillola – Melancholia
Empatica, arrendevole, schietta e malinconica. Vira al Pop, seppur duro, rispetto al punk della recente Schifo. “Siamo tutti incasinati a lasciare un po’ di sogni in terapia; vorrei una pillola che tolga i ricordi che non vanno via”. La voce di Benedetta Alessi è una lama rovente che cauterizza le nostre ferite rivelando le proprie, dal cantato intenso fino al parlato spiazzante e disilluso, che ripone speranza in un futuro di cui non godrà mai. Pillola è un diario nero, una prova di coraggio di confessione/comunicazione. Una grande responsabilità, che si è comunque liberi di prendere perché è giusto così. Un ascolto che ci fa inabissare per non mentirci, ma in quel fondo ci accoglie anche con un abbraccio. Quello di chi ci capisce.
(Stefano Giannetti)
Requiem – Boetti
La morte è qualcosa di reale che però non esiste nel concreto, o meglio quando c’è si manifesta con l’assenza della vita. È parte del nostro percorso, la fine alla quale siamo destinati, un traguardo che si tende a non superare mai, meglio rallentare, prendere deviazioni e aspettare l’ultimo momento.
Boetti con questo brano la rispetta e tratta l’argomento con sacralità ancestrale, con riferimenti alla natura e hai suoi cicli, al di sopra di ogni ragione umana.
Nella rilettura live della canzone, la coda strumentale è sorretta da una marcia in tempo ternario che cresce ascensionalmente con l’arrangiamento dei synth, una marcia di avvicinamento verso un paura conosciuta e allo stesso tempo misteriosa, chissà cosa succederà davvero.
(Nicolò Granone)
Stiamo insieme per ore – Pattoni
L’amore è qualcosa di strano, effimero, pericoloso con codici che possono essere interpretati solo da chi parla la stessa lingua. Il silenzio in alcune situazioni rende inutile il confronto, quasi non è necessario perché si contempla il momento.
In altre invece è proprio l’opposto, non servono più conclusioni perché la rottura ormai è avvenuta e non è possibile ricucire il rapporto, si costruirebbero altre fragilità su ferite sanguinanti.
Stiamo insieme per ore, senza dirci un bel niente, cosa serve parlare, se poi ci facciamo male perché l’amore prima poi finisce e alla fine ci lasceremo tutti.
Pattoni canta l’ambiguità di un momento, sta a scegliere ai protagonisti se si tratti di un dolce inizio o di un tragico addio.
(Nicolò Granone)
Santo – Le Schiene Di Schiele
Chi non ha peccato scagli la prima pietra diceva Gesù, Le Schiene Di Schiele non credono alla santità perché tutti possiamo peccare e compiere gesti cattivi. L’uomo è condannato all’errore o all’agire senza le regole, perché l’istinto richiama il suo lato animale e crudele.
Il post punk di questa band irride il perbenismo dei tempi moderni dove tutti cercano di postare il loro sorriso da angioletti, mentre il mondo è dominato da diavoli, corruzione e ricerca sfrenata del proprio interesse rispetto al bene comune.
La rabbia divampa nelle piazze e all’interno di questo brano, ma la protesta non è solo contro gli altri, tocca molto noi stessi, nonostante tutto colpevoli delle crisi.
(Nicolò Granone)
Gelosa – Pepeta
La gelosia esiste come forma di rimorso e paura quando qualcosa non esiste più o non riusciamo a riconoscerlo come avevamo immaginato. Pepeta con questo brano racconta il suo amore e odio con Milano, una città dalla quale cerca di scappare però senza la necessità di doverla abbandonare, perché è difficile lasciare quei posti che ci hanno dato dell’emozioni.
Non è come sembra, ma sembra ciò che è, perché la realtà tante volte scegliamo sotto che filtro vederla, dove appoggiare lo sguardo e come interpretare alcune situazioni. L’egoismo ci porta persino a fare del male agli altri per stare bene, a volte però si creano dei cortocircuiti e non si ha più una direzione precisa, si vaga in giro alla ricerca della giusta direzione.
(Nicolò Granone)