L’officina della camomilla: “La moda del divieto” | Indie Talks

PH: la.blet

L’officina della camomilla: “La moda del divieto” | Indie Talks

L’Officina della Camomilla è stata una di quelle band cult dell’indie italiano che, a distanza di anni, non hanno perso il proprio fascino. Anzi, con VM18 riaffermano una natura antimoda e rivoluzionaria, tra influenze punk-romantiche, psichedelia e citazionismo borghese e intellettuale. Tutto nel loro stile, senza snaturarsi per inseguire un mondo in cui la provocazione viene spesso ricercata per stupire: una bolla destinata a scoppiare presto, lasciando spazio alla tendenza successiva, pronta ad annoiare lo spettatore alla sua prima occasione.

Si riconosce l’identità del progetto, con paesaggi sonori acidi e luminosi al tempo stesso, capaci di oscillare tra malinconia, psichedelia e tensione rituale. Ci sono suggestioni peccaminose che strizzano l’occhio alla libertà e richiamano l’ardore di chi si spinge oltre i confini della propria conoscenza per il puro gusto della scoperta, consapevole di potersi mettere anche nei guai.

Se il futuro è qualcosa che potrebbe persino non esistere, il presente continua a vivere di ricordi del passato, adattandosi alle incertezze dell’oggi. Un mondo in cui l’ordine sembra nascere più dall’imposizione che dalla possibilità di aver trovato un equilibrio autentico.

L’OFFICINA DELLA CAMOMILLA X INDIE TALKS

C’è una libertà giovanile che come band non perderete mai?

La libertà di essere inadatti al proprio tempo. La libertà di non essere ancora completamente formattati. La giovinezza è l’ultima fase della vita in cui puoi scambiare la tua confusione per una possibilità rivoluzionaria. Poi arrivano il lavoro, l’affitto, l’algoritmo e quella terribile necessità di essere coerenti con l’immagine che hai costruito di te stesso.

Il punk è nato anche dal rifiuto di questa traiettoria: niente virtuosismo, niente rispettabilità, niente permesso. Oggi, però, persino l’anti-professionalismo ha il suo mercato e la sua strategia di comunicazione. La vera libertà sarebbe continuare a fare qualcosa senza sapere come venderla. Un’idea quasi fantascientifica.

Da giovani si crede che il mondo sia una porta chiusa; crescendo si scopre che è una porta aperta, ma che in tanti fingono di non vedere. Noi vorremmo continuare a passare dalla porta sbagliata. È lì che succedono le cose interessanti.

Vi è mai capitato di andare oltre certi confini per cercare la felicità?

La musica pop è sempre stata una tecnologia della fuga. Per tre minuti puoi abitare un’altra versione di te stesso, vivere in una città immaginaria, innamorarti di qualcuno che non esiste o sentirti parte di una comunità che non hai mai incontrato. Il problema arriva quando confondiamo quella sensazione con una trasformazione reale.

Abbiamo imparato a consumare la trasgressione senza doverne affrontare le conseguenze: possiamo comprare il suono della rivolta, l’estetica del pericolo, perfino una versione sterilizzata dell’autodistruzione. Non sono contrario alla fuga. Mi interessa capire perché abbiamo così disperatamente bisogno di fuggire e perché il luogo da cui scappiamo rimane sempre identico.

Perché le regole funzionano solo se c’è una punizione?

Perché la società contemporanea ha sostituito la disciplina visibile con il controllo interiorizzato. Non serve più un poliziotto a ogni angolo quando hai imparato a sorvegliarti da solo. Lo vediamo nella musica: la ribellione viene ammessa finché non interferisce con la produttività, la carriera o la riconoscibilità commerciale dell’artista.

Puoi infrangere tutte le regole che vuoi, purché tu riesca a trasformare la trasgressione in un vantaggio competitivo. La punizione, a quel punto, non è necessariamente il carcere: può essere l’invisibilità, l’esclusione dalla conversazione, la scomparsa dagli algoritmi. È un sistema molto più sofisticato di quello contro cui protestavano i punk. E probabilmente anche molto più difficile da mandare a quel paese.

A chi vietereste la vostra musica?

A chi, dopo averla ascoltata, sentisse il bisogno di spiegargli che cosa avrei dovuto intendere.

Naturalmente non vieterei nulla a nessuno: la censura è una forma di attenzione eccessiva, e ci sono soggetti ai quali non concederei nemmeno quella. Preferirei che continuassero ad ascoltare la musica che amano. Sarebbe crudele privarle dell’unica cosa che riescono a capire senza bisogno di un comunicato stampa.

PH: Jacopo Farina

Ci sono perversioni che diventano mode?

La trasgressione è diventata uno dei prodotti più affidabili dell’industria culturale. Il mercato ha capito che il pubblico desidera sentirsi pericoloso senza correre il rischio di esserlo davvero. Così abbiamo la provocazione sponsorizzata, il nichilismo venduto come stile di vita, la brutalità trasformata in estetica e il dissenso impacchettato in campagne pubblicitarie.

Il sistema può assorbire la propria negazione e restituirla sotto forma di merce. Ma oggi il processo è diventato quasi istantaneo. Una sottocultura nasce online, viene identificata dall’industria, trasformata in tendenza e dichiarata morta nel giro di pochi mesi. La perversione più interessante, forse, è la nostra disponibilità a partecipare a questo ciclo sapendo perfettamente come funziona.

Come mai la cultura modifica la morale e il giudizio?

Perché la cultura modifica ciò che una società è in grado di vedere. La musica, in particolare, può rendere udibili esperienze che il discorso dominante tende a escludere: il disagio di classe, la sessualità, la noia suburbana, l’alienazione, la rabbia di chi non possiede gli strumenti per esprimerla in termini politicamente accettabili.

Il problema è che la cultura non è un territorio esterno al potere. Anche le forme più radicali possono essere assorbite, storicizzate e trasformate in patrimonio innocuo. Il movimento punk diventa una mostra museale; il rave, un tema per campagne di moda; la protesta, un riferimento estetico. Questo non significa che tutto sia perduto. Significa che la battaglia culturale non consiste semplicemente nell’inventare qualcosa di nuovo, ma nel capire quando il nuovo viene neutralizzato e quando riesce davvero a modificare il modo in cui viviamo.

PH.la.blet

Che film consigliereste per diventare grandi?

Trainspotting di Danny Boyle. Non soltanto per la rappresentazione della tossicodipendenza, ma perché racconta una generazione intrappolata fra il desiderio di sottrarsi alla normalità e l’assenza di alternative credibili. La ribellione non è romantica, la libertà non è necessariamente liberatoria e la scelta apparentemente più ragionevole può somigliare a una resa.

È anche un film profondamente musicale: il suono non accompagna semplicemente le immagini, ma costruisce un mondo, una comunità provvisoria, un’intera mitologia generazionale. Eppure quel mondo non offre una soluzione. Forse diventare grandi significa proprio imparare a riconoscere la differenza fra una fuga che ti salva e una fuga che ti riporta, con qualche livido in più, al punto di partenza.

Cosa ne pensate di abbassare l’età per diventare maggiorenni?

La questione dovrebbe essere affrontata chiedendosi quale tipo di cittadinanza vogliamo concedere ai giovani, non semplicemente a quale età vogliamo considerarli adulti. C’è una contraddizione nel modo in cui la società li tratta: li celebra come consumatori, li utilizza come forza lavoro flessibile, li invita a esprimersi continuamente e poi mette in dubbio la loro capacità di partecipare alle decisioni collettive.

Abbassare l’età può avere senso se significa aumentare l’autonomia concreta, la rappresentanza e la possibilità di incidere sulle istituzioni. Ma se anticipa soltanto l’ingresso in un’economia precaria, rischia di essere un’altra falsa emancipazione.

La cultura giovanile ha sempre prodotto immaginari che gli adulti prima temono, poi imitano e infine monetizzano. Sarebbe interessante, per una volta, lasciare ai giovani non soltanto il compito di inventare il futuro, ma anche il potere di decidere come costruirlo. Altrimenti continueremo a chiedere loro di essere rivoluzionari nel tempo libero e conformisti appena suona la sveglia.