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The Fottutissimi: “Felici o niente” | Intervista

The Fottutissimi: un nome impossibile da dimenticare, come anche la loro storia. Fatta di passione, confronti, rotture e lunghe pause di riflessione, come ogni storia d’amore che si rispetti. Amore tra amici, ma soprattutto per la musica. Una “garage band” senza garage, che affronta tematiche di vita vissuta e di felicità (ammesso che esista davvero). “Felici o niente” è il nome del loro prossimo EP, di cui sono usciti da poco due singoli, “Davide” e “Felici o niente”, appunto. È quando ti accorgi che vuoi solo stare bene che vivi la vita al cento per cento. E i risultati, si vedono.

Intervistando The Fottutissimi

Ciao! Come è nata la scelta di chiamarvi “The Fottutissimi”?

Doveva essere un nome difficile da dimenticare, ma anche un qualcosa di ironico e provocatorio. Per anni, a chiunque ce lo chiedesse, rispondevamo che era una sorta di “presa di coscienza”, del tipo “siamo tutti fottuti e spacciati”. All’epoca la pensavamo così, oggi questa risposta ci suona un po’ banale, anche se, guardandoci attorno, risulta essere piuttosto veritiera e ancora meno anacronistica di prima. Tuttora ci piace l’idea di un nome che o ti fa schifo o te ne innamori.

Chi è Davide?

Un amico. L’amico “strano”, quello che si fa un sacco di domande, un po’ pessimista, quello con cui parli di stelle e di filosofia. Quello che, in fondo, un po’ ti assomiglia.

“E non è giusto sopportare sempre, anche se è importante”. È lì che sta la felicità, nel sapere quando lasciare andare?

È così, ma non si tratta tanto di felicità (che probabilmente non esiste), quanto di “imparare a volersi bene”. Imparare ad occuparci di noi, di ciò che ci fa sentire meglio e non solo di fare quello che va fatto, ma di avere il coraggio di cambiare una situazione che ci sta facendo del male, anche quando il resto del mondo ci rema contro.

“Felici o niente” è l’ultimo singolo uscito dell’EP che porterà lo stesso nome. È un po’ la vostra filosofia di vita?

Diciamo che oggi la nostra filosofia si avvicina molto a questo concetto. In passato ci siamo spesso “sopportati” malvolentieri, facendo fatica ad accettarci reciprocamente. Questo ci ha portato ad affrontare molti litigi e di conseguenza  ad una rottura, seguita da una lunga pausa. Sulla scia di questo brano, il cui significato è applicabile a molti settori della vita, abbiamo creduto di farcela anche tra di noi come band, tipo “torniamo insieme se ci rende felici, cerchiamo un punto d’incontro e accettiamo le nostre divergenze, litigando se necessario, ma guardando al fine ultimo di questo progetto che è quello di fare musica insieme e di stare bene”.

Sia “Davide” che “Felici o niente” parlano in qualche modo di rivalsa. È quella che vi ha fatto decidere di tornare sulle scene dopo 7 anni?

Non sappiamo esattamente se si tratti di questo. Di sicuro i The Fottutissimi covavano sotto la cenere da tanto tempo. La scintilla è scoccata con l ‘arrivo di un nuovo membro con cui si è parlato prima di stelle, di filosofia, di guai. E comunque questi nuovi brani che da un po’ ci ronzavano in testa, dovevano trovare uno sbocco e se per “rivalsa” si intende la ricerca spasmodica  del successo direi di no, se invece la intendiamo come una grande voglia di tornare a fare ciò che avevamo lasciato sommerso per tanto tempo, magari dimostrando di avere ancora qualcosa da dire, allora assolutamente sì.

Come definireste il vostro sound?

Siamo una garage band da stadio, senza garage e senza stadio. Un controsenso vivente anche nel sound!

Che tipo di lavoro c’è dietro ai suoni di “Felici o Niente”?

Per i suoni e gli arrangiamenti di questo brano abbiamo guardato alle grandi band di cui da sempre siamo innamorati (Kings of Leon, Jet, gli U2 degli anni 80). Non è per noi un segreto il fatto che spesso non ci sia nulla da inventare, bensì molto da imparare. La struttura è piuttosto “classica” (strofa/rit/bridge), il guizzo è nella chitarra solista. Mentre il lavoro di missaggio è stato perfettamente interpretato da Jason Carmer, il produttore multiplatino e vincitore di un grammy, che ha svolto il suo lavoro con grande passione, convinto del potenziale artistico dei nostri lavori.

Che tipo di impatto ha avuto il lockdown sui The Fottutissimi come band?

Praticamente l’effetto opposto che ha avuto su molte altre band, che data la difficoltà del periodo si sono sciolte o hanno cambiato strada. La chiusura ci ha dato modo di riflettere, di affinare gli arrangiamenti, di sistemare meglio i testi, ma soprattutto di ritrovarci “soli”  insieme. E’ stato piuttosto buffo e complicato lavorare “a distanza” in una sorta di smart-rocknroll-working fatto di videochiamate e messaggi di registrazioni mancanti  fatte con mezzi di fortuna e poi inviate in studio. Con Jason comunicavamo ovviamente in lingua inglese per cercare una quadra sui missaggi, inviati di volta in volta, in una sorta di corrispondenza pazza, compulsiva ed ansiogena. Un periodo senz’altro creativo e divertente.

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