Queen of Saba: “Il corpo è mio e lo gestisco io” | Indie Talks

Pluridibattuta e purtroppo ancora irrisolta è la questione dell’omofobia. Tanti ancora continuano ad essere i casi di discriminazione che alimentano attraverso l’ignoranza la violenza. A tal proposito ecco che entra in gioca il disegno di legge Zan per prevenire e contrastare le discriminazioni e le violenze per orientamento sessuale, genere, identità di genere e abilismo.

Tuttavia, continua ad esserci ancora tanta disinformazione, ecco perché abbiamo deciso di ospitare sui nostri schermi i Queen of Saba: un duo veneziano che prova ogni giorno a combattere l’omofobia a colpi di musica.

Lasciamo che siano dunque Lorenzo e Sara a spiegarci meglio la questione dal loro punto di vista!

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Queen of Saba X INDIE TALKS

Ciao ragazzi, benvenuti a questo nuovo indie talks! La tematica che vi proponiamo è alquanto scottante, ovvero “l’omofobia”, eppure voi mi sembravate il duo più adatto per sfatare miti e fare della sana informazione! Innanzitutto, spiegateci cosa si prova ad essere un duo intersectional che viene dallo spazio!

Ciao a voi e grazie per averci invitato, è stato un viaggio lungo e accidentato ma l’atterraggio è avvenuto con successo.

Definirci un’entità aliena in questo mondo per noi significa rivendicare con orgoglio tutti gli aspetti che ci rendono non conformi, ma senza escludere nessuno, anzi sperando di attraversare con la nostra musica uno spettro il più ampio possibile: crediamo fortemente nell’intersezionalità, che è una bellissima parola che si dovrebbe usare più spesso. Il succo è: non si può pensare a ogni singola persona come a un’isola separata dalle altre, con i suoi problemi e i suoi privilegi.

Siamo completamente interconnessi ed è compito di ciascuno di noi cercare di capire la società in cui siamo immersi e farci portavoce dei diritti di chi ne ha bisogno.

Che cos’è per voi l’omofobia?

Quando pensiamo a questa parola ci vengono in mente gli episodi brutali di cui sentiamo continuamente parlare, ma anche piccoli e grandi abusi subiti in prima persona. Familiari e amici che ti trattano diversamente appena confessi il tuo orientamento, i discorsi qualunquisti al bar sotto casa, gli insulti sputacchiati per strada, le richieste “cortesi” di allontanarsi da un luogo pubblico “perché i clienti si lamentano”, le occhiatacce, ecc. Ci viene in mente che solo il fatto che esista una parola per definire un tipo di intolleranza, quasi come fosse una condizione fisiologica, è sintomo di un’ingiustizia insopportabile.

“Fatamorgana” è il vostro debut album, che già dalla copertina parla da solo della vostra voglia di scardinare i dogmi della sessualità ancora presenti in Italia: come nasce l’idea di quella immagine?

Abbiamo voluto metterci letteralmente a nudo, nella copertina come nelle canzoni: i testi sono estremamente autobiografici, la musica parla di noi e delle nostre influenze, il disco in sé è per noi la più grande scommessa e dunque un rischio. Giacomo Bianco, il fotografo, ha interpretato con incredibile sensibilità questa nostra volontà: è stata sua l’idea di ritrarre un corpo coperto soltanto da delle mani, un po’ come una statua neoclassica. Un corpo palesemente queer che rimanda al grido transfemminista “il corpo è mio e lo gestisco io!” e che non ha paura di risultare indecoroso.

Se ci fosse un “chiodo fisso” in materia di smantellare il concetto di omofobia, quale sarebbe il punto in cui preferireste colpire di più?

Quando abbiamo scritto il nostro pezzo “Chiodo Fisso” non pensavamo tanto al suo risvolto anti-omofobo quanto invece alla nostra sfacciata voglia di dire cose esplicite e senza censura usando una base che fa l’occhiolino alla trap. Chiaramente, dato che il brano parla di desiderio femminile, già tabù, nei confronti di un’altra ragazza, doppio tabù, saremo felici se riuscirà a scardinare qualche pregiudizio con ironia e leggerezza.

Forse il nostro chiodo fisso è proprio questo, e potrebbe essere un buon modo per smantellare l’omofobia: parlare di quello che ci pare senza paura delle conseguenze e cercando di comunicare la semplicità e la naturalezza con cui viviamo questi sentimenti.

La musica è da sempre veicolo di un messaggio non solo sonoro, ma anche culturale, spesso di rivolta: come riuscite a far essere la vostra musica così oltre qualsiasi genere?

La verità è che le etichette ci stanno strette, mentre sperimentare diversi generi ci viene naturale. Non ci sentiamo di appartenere ad un mondo fatto di playlist divise per genere, mood o epoca, ma preferiamo seguire il nostro istinto e la nostra emotività mentre componiamo, andando di volta in volta a finire nella Disco Dance o nell’Indie/Alternative.

In questo senso, forse, ci ribelliamo alle logiche di mercato e delle major, che tendono a fornire una patina di commerciabilità ai prodotti musicali: non abbiamo affatto paura di essere pop, però vogliamo farlo a modo nostro. Ed è un po’ per questo che abbiamo voluto creare, insieme ad altri amici di Venezia, una piccola etichetta indipendente, La Colletta Dischi.

Credete che la musica possa essere una buona medicina per curare l’omofobia?

La musica, come linguaggio universale, non lascia scampo: se qualcosa ti piace, ti fa ballare o ti emoziona non puoi non ascoltarlo. Quindi perché no? Potremmo raccontare agli omofobi le nostre storie queer e sconfiggere i loro pregiudizi una canzone pop alla volta.

Paura dell’altro da sé, del diverso, dell’omosessualità: che messaggio lanciate a chi soffre di queste paure, ma non essendo consapevole le fa sfociare nella violenza?

L’omofobia, a discapito del nome, non è una semplice paura, come quella dei ragni o delle altezze: è una chiusura mentale ed emotiva, è una dis-abitudine che porta le persone a sconvolgersi quando vedono due uomini o due donne che si baciano o si tengono per mano, o anche solo una bandiera arcobaleno.

Non è una patologia, ma una scelta deliberata di non provare empatia verso altri esseri umani per via del loro orientamento sessuale.

Se questa dis-abitudine si può combattere con la proposizione di modelli nuovi, con la rappresentazione della comunità LGBTQ+ nei media, con l’educazione a partire dalle scuole, non è un male della società che va accettato e basta, perché “il mondo va così”.

La violenza che scaturisce dall’omofobia può e deve essere fermata, non possiamo tollerare che in un paese che vorremmo definire civile la gente venga picchiata per strada, spinta al suicidio, bersagliata di abusi per quello che è.

Gli strumenti per comprendere ci sono, esistono video, siti, profili social su cui informarsi, eventi a cui andare, persone da incontrare: non dobbiamo più essere disposti a giustificare l’ignoranza, soprattutto se sfocia nella violenza.
Andate a un Pride, parlate con le persone della vostra cerchia che fanno parte della comunità, mettetevi in discussione, ma soprattutto non mettete da parte la vostra vulnerabilità, abbiate il coraggio di provare confusione e fatevi guidare da chi può farvi conoscere mondi nuovi.

Se la vostra Fatamorgana potesse compiere una magia, che nome avrebbe la pozione antiomofoba che creerebbe?

La nostra Fatamorgana è potentissima e LGBTQ+ friendly per certo, quindi crediamo metterebbe molta arte e cura nel creare questa pozione magica, e siccome le piace pure fare la cretina, probabilmente la chiamerebbe qualcosa tipo SExcalibur.