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Romastino: ” L’arte non è certa, ma forse ci salva” | Intervista
INTERVISTANDO ROMASTINO
Romastino, sai chi sei?
A livello musicale, mi piace definirmi cantautore di ‘bi-cittadinanza’, portandomi dietro, già nella crasi del mio nome d’arte, le città della mia vita, Trieste e Roma. Triestini e romani sono diversi, ovviamente, ma accomunati dal gusto per la battuta secca e irriverente e per una certa malinconia di fondo, proveniente dall’essere di confine da una parte e post-imperiali dall’altra. Poi, se vogliamo aggiungere ulteriore entropia, nella vita ‘diurna’ insegno e faccio ricerca all’università in statistica, la materia che più di tutte prova a spiegare l’incertezza e il meccanismo probabilistico della vita, tema che è entrato in alcune mie passate canzoni, come ad esempio “In media senza varianza”.
Dunque, nel definire chi sono, mi rifaccio al titolo del mio disco in uscita, nato dalla collaborazione con il mio amico Maifidarsi, “Certezze (forse)”: la vita, nelle sue montagne russe, ci chiede di accettare l’incertezza, e di abbracciarne al contempo la variabilità. Il disco in uscita, e le mie canzoni precedenti, parlano spesso, in maniera a volte ironica e a volte più asciutta e disincantata, dei rovesci della vita e dell’accettazione degli stessi. In questo, l’incontro recente con il mio co-paroliere Maifidarsi è stato appunto decisivo: ci siamo ritrovati a vivere le stesse emozioni, davanti a una chitarra e un pianoforte, e metterle giù in ‘forma canzone’ è stato terapeutico, quasi maieutico.
Posso dirti che la fase della creazione musicale, per quanto mi riguarda, è la stessa da vent’anni a sta parte: mi nutro di quello che vivo, posso tornare a casa da una bella serata con amici o con una ragazza e buttare giù un pezzo nell’immediato, abbozzando un giro di accordi alla chitarra, o posso alzarmi una domenica mattina un po’ malinconico e mettermi al pianoforte a parlare di questo stato dell’animo. Una cosa è garantita: non scrivo mai sotto una qualche forma di coercizione, ma solo quando lo sento. Solo qualche volta, quando le canzoni mi sono state ‘commissionate’, ho dovuto scrivere testo e melodia in un tempo stabilito e rigidamente fissato: non mi dispiace, come tecnica, ma prediligo di gran lunga la prima, che potrei riassumere in ‘si scrive (e suona) come si vive’.
Quando suono e canto davanti al mio piccolo e affezionato pubblico, porto le mie facce, perché fanno tutte parte di me, direi anche un po’ orgogliosamente.
Ma da piccolo com’è che era?
Curioso, molto creativo, avido di lettura, socievolissimo ma anche gelosissimo del mio mondo interiore. Sono un figlio unico, così come unico è il figlio di Maifidarsi, Lorenzo, a cui questa frase di “Usain Bolt”, nona traccia del disco, si riferisce. (la domanda ndr)
C’è un video di me a tre anni con una sorta di bengio in mano, sul letto dei miei genitori: imbeccato da mia madre su temi specifici, invento canzoni a nastro, con titoli quali “Canzone della finestrina” o “Musica per i Romani”. Rivedo questi video ogni tanto, fanno ridere e piangere assieme, ma devo riconoscere che probabilmente la voglia di creare canzoni era viva già allora. Alle elementari, poi, scrivevo continuamente filastrocche e poesie, e la maestra, a lavoro finito, magari nel mezzo di una lezione di matematica, mi chiedeva di alzarmi e venirle a leggere davanti a tutti: non avevo troppa timidezza, possiamo dirlo! Anni dopo, mi sono chiesto quanto i miei compagni di allora potessero trovare la cosa insopportabile, ma in realtà alcuni di loro, con cui siamo rimasti amici da quei tempi, ci scherzano su e parlano delle mie “performance” giovanili con un certo affetto.

Indie prima dell’indie?
Questa suona ‘paracula’, lo so. Ma quando intrapresi il progetto Romastino, nel 2018, la mia amica Caterina, che nel frattempo è diventata una bravissima imprenditrice del digitale, mi consigliò di trovare un po’ di frasi e locuzioni che mi rappresentassero. Posso dire che è dal 2007, da quando in quinto liceo ho iniziato a scrivere canzoni, che tendenzialmente il mio stile possa rientrare nella categoria di quello che poi, per tutti, è diventato l’indie italiano. Se ascoltate le mie canzoni del 2010, la più ‘famosa’, e la trovate su Spotify, è “No go cazzi”, ci potreste sentire dentro quella spontaneità del primo indie anni ‘10, tutto ‘chitarra & graffi’. Ecco perché, dunque, un po’ scherzandoci su, ho preteso di dire che fossi ‘indie prima dell’indie’. Dicendo questo, non ho mai voluto classificarmi: le mie canzoni sono spesso satiriche e ironiche, non so se siano belle o brutte, ma parlano della mia visione della vita, e questo mi è sempre bastato.
Scrivendo questo disco hai cambiato le tue certezze?
Le certezze nella vita vanno e vengono, così come strutture e sovra-strutture, sono un relativista puro. Nello scrivere il disco, mi sono reso conto del potere dell’onestà: non potrei mai scrivere in modo diverso, scimmiottando stili o stilemi altrui, quello che esce dalla mia penna. Lo ammetto, spesso i testi li scrivo a penna o matita su un quaderno o dei fogli sparsi e il modo in cui poi lo incarto in una melodia, sono decisamente miei, belli o brutti che siano. Certamente, le influenze esistono, e meno male! La musica di Dalla, Venditti, Brunori, Tommaso Paradiso e alcune cose più contaminate, ad esempio i pezzi irresistibili di Goran Bregovic, sono stati spesso stimoli, ma mai vincoli stretti. La canzone “Bindie” del disco ha un accompagnamento quasi ‘balcaneggiante’, travolgente, che strizza l’occhio a quelle sonorità un po’ da est-Europa: merito anche a chi ci ha aiutati nella produzione e negli arrangiamenti del disco, Diego Fantoma ed Edy Meola, che colgo l’occasione per ringraziare ancora.
Per quanto riguarda la vita in senso meno artistico, beh: il disco parte da dolori condivisi, da rotture di rapporti, l primo pezzo “Un cinese a Pompei”, molto dance ma dal testo crudo e asciutto, è il degno inizio di questa fase e si riconcilia con la vita attraverso il potere dei figli, il ruolo dei padri, e una ritrovata serenità esistenziale, evidente nel pezzo di chiusura “Hortis 2”, che anche a livello strumentale, con il suo flauto d’apertura, suggella una calma ritrovata dell’animo.
Si muore un po’ rimanendo incastrati dentro la propria zona di comfort?
Si, ma anche si vive. Ti riferisci immagino a una frase del bridge di “Un cinese a Pompei”, il cui titolo stesso è la rappresentazione plastica e ironica dello stare ‘fuori posto’, titolo, geniale, che dobbiamo a Maifidarsi.
Dicevo, di comfort si “muore” quando si spezzano le antenne ricettive della creatività e la voglia di stare al mondo con una certa energia. Ma di comfort anche si vive, e di comfort ci si nutre: se penso a una birra Ichnusa da bere sul divano di amici, o alla partita della Roma davanti al televisore con mio padre, questo è comfort autentico e rigenerante. Come in tutte le cose, la variazione negli equilibri, nella vita, la ritengo fondamentale. Come dicevano gli antichi Romani: festina lente, accelera lentamente, un ossimoro che adoro.
Dal punto di vista artistico, a volte riconosco che ho la tentazione di scrivere canzoni simili ad altre mie più datate: quando sento il rischio concretamente, tento di contaminarmi e ripartire, per cercare nuove linfe.

Bisognerebbe sempre dare una possibilità all’imprevisto?
Direi di sì, ma per farlo bisogna leggere di più il mondo in chiave probabilistica, e qui non mi addentro in una lezione di statistica e probabilità, lo giuro! Ma l’imprevisto può essere previsto, entro certi limiti: nella mia canzone “Meteo”, la terza del disco, parlo esattamente di questo. Per la prima volta, una sera di aprile torno a casa percorrendo una via diversa, perché sento di aver voglia di passare davanti a un bar molto affascinante, sento che l’aria che la città emana quella sera è particolare, frizzante. Insomma, quella richiesta di variazione va assecondata. Detto e fatto: alzo la testa dal cellulare, e passando davanti al locale faccio uno di quegli incontri ‘fulminanti’, quelli per i quali poi la vita ti chiede il conto successivamente, ahahha! Energetici, potenti: scambio uno sguardo con una ragazza e basta quello a rendere tutto chiaro, in quel momento. In “Meteo”, per l’appunto, questo imprevisto quasi cercato di quella sera d’aprile è espresso dal verso “il caso di quella nuova strada/ dove quel sorriso è stato un temporale/ qual è la differenza tra fortuna e fortunale”.
Si nasconde sempre qualcosa nei mai più?
Certo, può capitare. Il “mai più” di Hortis 2 è in realtà urlo liberatorio, ma anche calmante, anticamera di una serenità ritrovata. Dopodiché, sono fermamente convinto che degli amori finiti, delle amicizie passate e delle persone perse serbiamo sempre una collezione quasi museale di ricordi, sensazioni e, a volte, oggetti fisici: è un concetto che emerge in “Aprile”, sesta traccia del disco. Chi ci ha accompagnato, non ci lascia mai davvero del tutto, questo nel bene e nel male. Credo molto nel potere dell’uomo e di quello che lascia. Amo, per esempio, la massima di Orazio quando dice: “Non tutto di noi morirà”. Ed è un pensiero che mi accompagna ogni giorno: provare, nel nostro piccolo, a lasciare qualcosa.
A quale cover di De Andrè sei più affezionato e perchè?
Eh, qui devo fare una ‘dolorosa’ affermazione: pur ammirandolo tantissimo, De Andrè, che viene citato nel ritornello di “Poncho blu”, non è esattamente il cantautore che mi ha segnato nel percorso artistico. La ‘trovata’ metrica nel nostro pezzo è opera di Maifidarsi, in questo caso autore integrale del testo: il cantautore qui faceva rima con ‘te’, e stava, banalmente, molto bene a livello testuale.
Se mi è concesso, rispondo invece dicendoti che “Futura” di Lucio Dalla – menzionato nel ritornello in “Meteo” – “Promiscuità” dei Thegiornalisti e “Guardia ‘82” di Brunori Sas sono tra le canzoni che tengo più strette a me da molti anni a questa parte. Il perché cambia da pezzo a pezzo: può essermi rimasto dentro il testo, o può avermi colpito la situazione specifica in cui ho ascoltato il brano. Insomma, anche il modo in cui le canzoni ci rimangono dentro non risponde a una logica conclamata, certa. Forse.

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