Dark Rumour: “Abbiamo spinto fuori le parole” | Intervista

PH: Ufficio Stampa

Dark Rumour: “Abbiamo spinto fuori le parole” | Intervista

Per paura si può scegliere di non guardarsi dentro, evitando di analizzare le conseguenze di certi comportamenti anche se le tracce rimangono lì, visibili in bella vista.  Le nuove canzoni dei Dark Rumour scavano dentro ricordi, emozioni e persino sensi di colpa, arrivando al punto nel quale è necessario mischiare il silenzio con l’urgenza delle parole che vogliono uscire, liberandosi all’esterno per permettere di rende l’invisibile qualcosa di concreto e reale.

Il disco nasce dall’esigenza viscerale di un approccio più naturale e nudo verso il testo, sancito dall’abbandono nato quasi per gioco, poi diventato
necessità della lingua inglese a favore dell’italiano.

Il risultato è un sound atmosferico, personale e ostinatamente fiero della propria unicità. I Dark Rumour, divisi tra Roma e Londra, non vogliono somigliare a niente se non a se stessi, traducendo la malinconia del passato in un’elettronica notturna, cinematica e magnetica.

Dark Rumour che suoni ascolta, prima di fare canzoni?

Ascoltiamo tutto ciò che ha un’anima scura. Nei nostri pezzi convivono le trame chitarristiche degli Slowdive, l’elettronica da quella elegante dei Moderat, a quella più minimale e “haunting” dei Chromatics,  ma anche il cantautorato d’avanguardia di Iosonouncane. Veniamo dall’indie-emo dei primi anni 2000, quindi amiamo proteggere la melodia con la distorsione. Prima di registrare cerchiamo sempre quel punto di contatto in cui la cassa del beat incontra la malinconia e la spinge fuori.

Le tracce nascoste servono a scoprire un segreto o una verità?

Più che custodire un segreto, servono a tirare fuori una verità che spesso teniamo sepolta per paura. Il concetto di “nascosto”, che dà il titolo al disco, ruota attorno a tutto ciò che non diciamo per difenderci, ma che alla lunga crea distanza dagli altri. Cantare in italiano per la prima volta è stato proprio questo: togliere lo scudo della lingua inglese per mostrare una verità più nuda e diretta.

Gli artisti hanno un po’ il dovere di mettere in dubbio la realtà che li circonda?

Assolutamente sì, oggi più che mai. In un mondo saturo di canzoni fotocopia e contenuti usa e getta filtrati dai social, l’arte deve essere un elemento di disturbo. Mettere in dubbio la realtà, per molti artisti, è un gesto politico. Noi agiamo a un livello più introspettivo: spingiamo chi ci ascolta a fermarsi un attimo, uscire dallo scrolling infinito e chiedersi: “Io cosa sto provando davvero in questo momento?”

PH: Ufficio Stampa

Che fine fanno tutte quelle canzoni che non escono e rimangono in cattività?

Diventano i fantasmi che nutrono i pezzi successivi. Ogni album uscito ha una specie di “cimitero” di provini ed esperimenti che non hanno visto la luce, ma che sono stati fondamentali per arrivare a quel suono. Le canzoni rimaste in cattività non sono perse: sono la linfa invisibile che tiene in piedi quelle che poi tutti ascolteranno

Si ha sempre un po’ paura di ricominciare da zero e rinascere di nuovo?

La paura c’è sempre ed è paralizzante, ma è anche l’unico motore per non morire artisticamente. Noi lo abbiamo fatto due volte: prima chiudendo l’esperienza con la nostra vecchia band, i Sevenlowdown, per fondare i Dark Rumour; poi, quest’anno, azzerando tutto per passare dal canto in inglese all’italiano. Spaventa, sì, ma quando trovi una nuova chiave per esprimerti, quella vertigine diventa pura adrenalina.

Ci sono assenze di cui ci si accorge quando è troppo tardi, un po’ come quando un vaso cade e non si possono più mettere i pezzi al proprio posto?

È un’immagine potente, che descrive perfettamente il mood del disco. Spesso diamo per scontate le persone o le situazioni finché non si frantumano. La verità è che quei pezzi non torneranno mai come prima, ma a volte l’arte serve proprio a raccogliere i cocci e farci qualcos’altro, accettando le crepe. Il nostro pezzo “Assenza” parla proprio di questo.

Molte volte il silenzio può essere un grido d’aiuto?

Spesso è il grido più forte e assordante che ci sia. Quando finiscono le parole, significa che il peso interno è diventato troppo grande da gestire. Con questo disco abbiamo provato a dare una colonna sonora a quei silenzi. L’elettronica, con i suoi bassi profondi e i suoi vuoti, ci aiuta a tradurre in musica proprio quello spazio in cui le parole si bloccano in gola.

PH: Ufficio Stampa