New Indie Italia Music Week #271

New Indie Italia Music Week #271

Hello, hello (hola)I’m at a place called Vertigo (¿dónde está?)It’s everything I wish I didn’t knowBut you give me somethingI can feel, feel

(Vertigo – U2)

Le luci si abbassano. Intorno c’è rumore, movimento, una quantità infinita di voci che cercano attenzione. È così che spesso appare la musica oggi: una giungla di uscite, notifiche, playlist e algoritmi in cui tutto sembra voler essere ascoltato nello stesso momento.

Eppure, nel mezzo di questa vertigine, ogni tanto succede qualcosa. Una canzone emerge dal fondo. Non perché gridi più forte delle altre, ma perché riesce a stabilire una connessione immediata, quasi fisica. Non la ascolti soltanto: la senti.

La scena indie italiana continua a essere uno dei luoghi più interessanti in cui cercare queste scintille. Un territorio in cui convivono urgenza espressiva, imperfezione, ricerca e libertà. Un luogo dove gli artisti provano ancora a trasformare emozioni confuse in parole precise e dove le canzoni non hanno paura di perdersi per trovare una direzione nuova.

In un panorama musicale sempre più affollato, la vera sfida non è trovare nuova musica. È trovare quella che riesce ancora a farci provare qualcosa.

Da questa vertigine nasce la nostra rubrica settimanale dedicata ai migliori brani dell’indie italiano.

Guerrilla – Santi francesi

Guerrilla non è solo un titolo: è la ripartenza dopo aver messo un punto fermo, l’inizio di una nuova identità per due artisti che avevano bisogno di respirare aria nuova. Possiamo dire che i Santi Francesi hanno fatto la muta: si sono spogliati della loro “vecchia pelle” per dare vita a qualcosa di diverso, più fresco e diretto. Il nuovo singolo “Guerrilla” arriva come una bomba lanciata in un momento inaspettato, dando vita a un’esplosione rock altrettanto imprevedibile.

Il brano è breve ma intenso, rappresentazione di una forza nuova e di una consapevolezza ritrovata. Vuole essere il grido di una generazione che prova a distinguersi dalle mode e dalle tendenze del momento, e lo dimostra tanto nel testo quanto nelle sonorità. Una scelta ambiziosa, ma riuscita, perché originale e coerente con questa nuova direzione artistica fuori dagli schemi. Guerrilla sembra essere solo il primo passo di questa trasformazione. E noi non possiamo che restare in ascolto, curiosi di scoprire cos’altro questo progetto ha in serbo per noi.

(Sara Vaccaro)

Aquilone – Fellow

Aquilone nasce da una delle storie più dolorose degli ultimi anni: quella di Tigran e Arsen, due ragazzi armeni che nel 2022 decisero di togliersi la vita perché impossibilitati a vivere liberamente il loro amore. Fellow prende questo dramma reale e lo trasforma in una canzone intensa e profondamente umana, evitando di soffermarsi sulla tragedia in sé per concentrarsi invece sul legame che univa i due protagonisti. La metafora dell’aquilone diventa così un’immagine di libertà e resistenza, mentre pianoforte, archi e synth costruiscono un’atmosfera sospesa e cinematografica. Il risultato è una ballata delicata ma potentissima, che parla di amore, discriminazione e speranza senza mai perdere sensibilità ed eleganza.

Nn So + Che Effetto fa – Yaraki

La vita assomiglia spesso a un filo aggrovigliato: più si cerca di sciogliere un nodo, più ne compare un altro. “Nn so + che effetto fa” nasce proprio da lì, dal tentativo di dare un senso al disordine, di rimettere le cose al loro posto attraverso la musica. Yaraki non si nasconde, ma guarda in faccia le emozioni confuse, i pensieri irrisolti e le ferite ancora aperte trasformandoli in parole, quasi come se scrivere e cantare fosse l’unico modo per affrontare lo smarrimento. Così, questi sentimenti passano da un livello personale ad un livello generazionale, condiviso e accettato. Il pezzo è istintivo, “di cuore”. Puro e senza filtri: per chi si sente perso, confuso o semplicemente in bilico tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere.

(Sara Vaccaro)

Senza vestiti – Maria Antonietta e Colombre

Anticipato una settimana fa al MI AMI Festival, “Senza vestiti” è il nuovo singolo di Maria Antonietta e Colombre, l’ennesima conferma della loro affiatatezza, artistica e personale. Il brano suona come una vera e propria dichiarazione d’amore, spensierata, che trova la sua forza nella semplicità delle piccole cose, nella quotidianità e nella routine. L’amore viene raccontato quasi come fosse agli albori, con quel tipico velo di leggerezza e ingenuità che sopravvive al tempo e continua ad accompagnare la relazione.

Il ritmo resta leggero ma incalzante, a tratti sensuale, e il testo è costruito come un dialogo spontaneo tra due innamorati che si rincorrono tra ironia, complicità e tenerezza. “Senza vestiti” sembra quasi racchiudere in pochi minuti l’essenza del loro rapporto: imperfetto, divertente, affettuoso e profondamente sincero.

(Sara Vaccaro)

Sabato sbagliato – 43.Nove

Un sabato sbagliato capita a tutti, soprattutto ai romantici che si lanciano senza paure delle conseguenze dentro una notte di follia sotto la luna.

Cosa succede poi al mattino? Si fanno i conti con gli adii, con quelle labbra che sono troppo distanti per ritrovarsi quando non si resta qua. I pensieri così si trasformano in un mappamondo sentimentale impossibile da esplorare, e il ricordo si evolve in rimpianto per quello che non sarà e rimorso per quello che è stato.

Purtroppo è normale dover fare affari con la realtà, però non bisogna temere quel brivido che arrivando all’improvviso può scuotere tutto, anche se solo per un istante. Quel momento potrà sempre diventare eterno.

Il nuovo singolo dei 43.Nove è una lode alla malinconia, che prende a pugni il destino. Ci sono situazioni in cui era meglio non incontrarsi, ma in fondo va bene così.

(Nicolò Granone)

Stupide città dei morti – Forse Danzica

Cosa c’è dopo la vita, domanda impossibile e senza una risposta. Ma già dall’antichità gli uomini s’interrogavano su quel mondo immortale che prima o poi ognuno di noi arriverà ad esplorare, quando non ci sarà più posto su questo pianeta.

Stupide città dei morti ha un valore mistico, e allo stesso tempo può essere visto come un testamento per chi non c’è più, il dolore che diventa riposo e forse in qualche modo l’idea che questa sofferenza sia anche sparita da un senso di libertà.

Ma come si distingue il vuoto, dalla voglia di star solo al buio con te? E  alla fine rimane solo silenzio in dissolvenza e  viene ancora da chiedersi, ma quindi cosa ci sarà poi?

Forse Danzica ci regala un brano che conferma la salvezza dell’arte davanti alla razionalità dell’essere umano. Anche oggi non dobbiamo dimenticarcene.

(Nicolò Granone)

Zuccheri aggiunti – Liquore

Io vorrei solo mangiare leggero, come fa un adulto così posso dire di essere cresciuto. L’amore e la sua dolcezza da piacere, però può provocare disturbi, malinconia e tristezza. Zuccheri Aggiunti è un pezzo indie, nel vero senso del termine, che si appiccica sul cuore come melassa, e fa emozionare. Allo stesso tempo però provoca un certo fastidio a tutte quelle persone che hanno un vuoto da riempire e avrebbero bisogno di più tenerezza e non di un’altra canzone con cui piangere.

Minimale e semplice, Liquore s’ispira al mood del passato e scrive un brano che ferisce e consola, ambivalente, come un bacio pronto a scrivere un inizio o una fine. Insomma con i sentimenti in mezzo non si sa mai dove si va a finire, anche quando si è ottimisti.

(Nicolò Granone)

Vitamine – Cassandra

Una panoramica di personaggi in sofferenza ritratta da un misto vorticoso tra synth pop e alternative rock, con un’ironia quasi cattiva: il ritornello pare un girotondo, a simboleggiare la difficoltà di ognuno nell’uscire dalla propria condizione. Inframezzata da domande esistenziali mascherate nel quotidiano (ma nemmeno troppo), Vitamine però non vuole essere fredda, anzi. Suscita empatia, e l’empatia toglie il confine tra il dolore mio e il tuo, ci fa spettatori del carosello di vite come se questo fosse un cinema in 4, 5 o non si sa quante altre dimensioni, dove le lacrime degli altri escono dallo schermo, si bagnano e si mescolano con le nostre.

(Stefano Giannetti)

Non è mica fantasia (Album) – Elena D’Elia

Si apre con un ventaglio immaginifico, quasi come quei libri di favole che giri pagine e si innalzano boschi e castelli, o come un film. Questo in contrasto col refrain, che segna un ritorno alla realtà brusco ma positivo, sul non essere capiti ma andare avanti lo stesso. E tutti i voli pindarici rivelano così la loro natura metaforica.
Si scende fino all’intimo con A parte me, con una ricerca di amor proprio che non si ha sempre la forza d’avere. Ma saperlo è già un passo grande, e se questo viene simboleggiato nella frase “io che non immaginavo si potesse in vita nascere più volte”, il brano finisce col bisogno di stare vicino a qualcuno. Che sia per loro, che sia per noi stessi. Lo stesso tema si fa più serio e dalle sfumature preoccupanti dell’autoannullamento in Wanda, dove il desiderio di fermarsi, non solo di vivere per sé ma proprio di stoppare qualsiasi progetto e corsa, quelli che se li lasci ti fanno sentire in difetto con te, lotta sempre per fare capolino, per poi accontentarsi di pochi scampoli nelle giornate.

Ed è con l’altro, per la precisione con una storia finita, che si fanno i conti, in Ossigeno, dove si grida interiormente, perché non possiamo/ci siamo proibiti di far raggiungere l’amato/a dalla nostra voce che ancora reclama e non sa se è giusto. E questo toglie ossigeno. In Lolita invece le immagini della relazione passata si riflettono nel finestrino di un’auto in corsa che portano Elena nelle corse del suo status quo attuale, tra luci accecanti che diventano lenti d’ingrandimento del dolore.
Chiude la cover di Je veux di Zaz e Isabelle Geffroy, brano che in certi versi precisa, mette in pratiche e brevi frasi, quanto fatto intendere in Lolita e forse in tutto l’EP: la ricerca dello stare bene per mezzo dei legami e senza cambiare mai nulla della propria identità.

(Stefano Giannetti)

Non girarti dall’altra parte – Lorenzo Tornaboni

“Non girarti dall’altra parte”. Si è un invito a non voltarsi dall’altra parte in un tempo in cui fingere di non vedere è diventata quasi una forma di autodifesa. Peggio quando a girare lo sguardo sono i politici per convenienza e per salvaguardare alleanze che gli permettono di proteggere il loro posto privilegiato. E’ un ordine misto a supplica questo “Non girarti dall’altra parte” ma anche il titolo del nuovo inedito di Tornaboni.

Questa canzone non parla solo delle immagini che vediamo, purtroppo, ogni giorno alla Tv o sui social. Parla a noi ma anche di noi e del nostro modo discutibile in cui abbiamo imparato a vivere tutto questo. “Vorrei dare la colpa a qualcuno, anche se qualcuno potrei essere io”. È probabilmente il verso che racchiude l’intero significato del brano. Perché Tornaboni non punta il dito contro un nemico preciso ma contro quella forma di assuefazione che ci porta a scorrere immagini di dolore con la stessa naturalezza con cui guardiamo una foto di una vacanza o i video dei gattini sui social. Quest’ultima riflessione ci porta a un’altra frase di questa canzone. “Dalle bombe alle torte, dalle tette alla morte”. Perché è questa la realtà odierna. Il, cosiddetto, scrollare col nostro dito sullo schermo dello smartphone ci porta in pochi secondi a vedere immagini di distruzioni e subito dopo un video demenziale. Tutto convive sullo stesso flusso.

“Non girarti dall’altra parte” non pretende di cambiare il mondo. Chiede qualcosa di molto più semplice e, forse, più difficile: restare presenti. Fermarsi un secondo prima del prossimo scroll. Perché l’indifferenza non nasce quando smettiamo di guardare. Nasce quando continuiamo a guardare senza vedere più nulla o forse, peggio ancora, senza sentire più nulla.

(Christian Gusmeroli)

Ma Chérie – Venerdì20

Non siate superstiziosi, Venerdì20 non porta male come probabilmente non lo fa neanche venerdì 17. “Ma Chérie” più che una semplice canzone, sembra una giostra di giochi di parole in cui Venerdì20, funambulo linguistico, si diverte a piegare le parole al proprio racconto.

In questa canzone non si parla di una relazione ma di una partita, il corteggiamento che diventa praticamente un videogioco. I like, le emoji, i commenti, le visualizzazioni, il blocco. Tutto viene trasformato in punteggio.”Te metto like e te commento”. Basta il primo verso per capire il contesto in cui si muove “Ma Chérie”. Un mondo dove il corteggiamento passa dagli schermi e dove un cuore rosso, una visualizzazione o un follow possono assumere un’importanza sproporzionata. Tutto viene raccontato con ironia, senza giudicare e senza trasformarsi nel classico nostalgico dei tempi andati. E’ più un osservatore che guarda con tenerezza il tutto mostrando quanto possano essere ridicoli ma al contempo umani certi comportamenti moderni. Dietro i giochi di parole e l’apparente leggerezza emerge una dipendenza, e forse anche una carenza, affettiva tutta contemporanea. La persona desiderata diventa misura dell’autostima, della felicità e persino della propria giornata. “C’est la vie” si trasforma così in “sei la vit'”, un passaggio tanto semplice quanto efficace. “E se non mi rispondi, c’est la vie, sei la vit’”.

Alla fine “Ma Chérie” racconta una verità che fa sorridere proprio perché ci riguarda tutti. Chi più, chi meno, siamo stati quel follower che mette un like di troppo sperando che dall’altra parte qualcuno se ne accorga. Forse qualcuno ha un ricordo amaro, forse qualcuno ha invece avuto fortuna. Forse potremmo tutti ascoltare questa canzone e riderci sopra con Venerdì20.

(Christian Gusmeroli)

C’era una volta EP – Tommi Scerd

“C’era una volta”. Quattro parole che normalmente appartengono alle favole ambientate in tempi distanti anni luce da noi. Tommi Scerd però le usa per raccontare il presente. Questo Ep si muove su un piano inclinato tra la realtà e l’immaginazione ma non per fuggire dal mondo che viviamo bensì per riuscire a osservarlo meglio. Le periferie diventano campi di battaglia abitati da “soldati senza missione”, i ricordi dell’adolescenza assumono il tono delle grandi avventure e persino la ricerca di sé prende le sembianze di un viaggio epico.

C’è qualcosa di profondamente cantautorale nella scrittura di Tommi Scerd. Diversi sono i paragoni fatti da chi parla di lui e come dico sempre quando un artista ne richiama diversi significa che la sua scrittura non è l’imitazione di qualcuno ma che il suo stile si muove “nel mondo dei grandi” ricordandone diversi. Quella di Scerd è una scrittura che osserva il reale ma continua ostinatamente a cercare il meraviglioso. Alla fine “C’era una volta” non racconta una storia sola. Racconta la necessità, forse tutta umana, di continuare a trasformare la realtà in racconto. Perché certe persone attraversano il mondo. Altre, come Tommi Scerd, provano prima di tutto a dargli un significato e, perché no, ad aggiungere quel pizzico di meraviglia che rende il viaggio degno di essere raccontato.

(Christian Gusmeroli)

Hotel Chill – Leonardo De Andreis

Che cosa ce ne facciamo del lusso, se alla fine ci allontana da tutto ciò che ci rende davvero vivi?
Hotel Chill assomiglia a una stanza elegante ma senz’aria, a un posto in cui tutto sembra perfetto eppure manca qualcosa di fondamentale: il contatto con una verità più semplice, più umana. Il cuore del brano sta proprio in questo rifiuto dell’abbaglio. Non c’è soltanto una critica al lusso sfrenato, ma il tentativo di ricordarci che certe promesse, quando sono fatte solo di superficie, finiscono per diventare una gabbia più che una conquista.

La frase con cui De Andreis ha accompagnato l’uscita del singolo, “Ma che me ne faccio di un lusso sfrenato quando posso continuare a fare musica nella mia cameretta?” dice tutto: dentro Hotel Chill c’è il bisogno di restare fedeli a una misura più autentica delle cose, a ciò che non anestetizza le emozioni ma le lascia ancora libere di formarsi. Anche le sonorità calde, dal sapore soul, sembrano andare in questa direzione: non costruiscono distanza, ma avvolgono. E in questo abbraccio morbido il pezzo trova la sua maturità, perché non si limita a opporre ricchezza e povertà, lusso e semplicità, ma prova a dirci che il vero rischio è smettere di sentire.

(Giuseppe Fraggetta)

Bagno Interstellare – Adriano

Ci sono canzoni che non raccontano davvero una storia, ma lasciano addosso una temperatura. Bagno Interstellare di Adriano, secondo tassello dopo Tano del percorso che porta a Portoluna, mi arriva proprio così: come una notte d’estate in cui il mare e il cielo si confondono e per qualche minuto non capisci più dove finisce il Mediterraneo e dove comincia tutto il resto. È da quell’immagine sospesa che nasce il brano, costruito più per istantanee emotive che per narrazione lineare.
Mi segna il modo in cui i dettagli più piccoli: la sabbia di San Giovanni Li Cuti, una finestra scavalcata, un tappeto, il gelsomino: diventano spazi di intimità e, quasi senza dichiararlo, di piccola ribellione quotidiana.

Anche il suono segue questa logica: fresco, suonato, estivo, spensierato, ma mai superficiale. I synth, i cori femminili lontani, le chitarre e gli strumenti che convivono con naturalezza fanno muovere il pezzo con leggerezza, come se il ricordo potesse ballare senza perdere la sua malinconia. È una canzone pietra pomice, che galleggia, viaggia e va lontano.

(Giuseppe Fraggetta)

In Tasca (Album) – BALTIMORA

In Tasca non è un disco che chiede di essere capito tutto e subito. È quel gesto di infilare la mano nella tasca di una giacca che non mettevi da tempo e ritrovare, insieme, cose dimenticate e cose che ti definiscono ancora. Dentro si sente la lotta interiore di chi prova ad accettarsi senza teatralizzare il dolore, di chi ha capito che la fragilità non è un difetto da correggere ma una forma di verità da abitare. Questa idea attraversa anche il racconto che BALTIMORA ha fatto del disco: canzoni nate in contesti diversi, lasciate arrivare senza forzature, tenute insieme da un filo che si è rivelato da solo.

Musicalmente c’è il ritorno a una fisicità più tattile, più suonata, in cui pianoforte e chitarra tornano a essere il centro affettivo delle canzoni, mentre tutto il resto si costruisce intorno senza sovrastarle. BALTIMORA sceglie di non nascondersi più dietro il suono, ma di usarlo per lasciarsi vedere meglio.
E allora Dove Andare diventa quasi una carezza per chi si sente indietro, mentre Maltempo allarga la mancanza fino a farla diventare un paesaggio condiviso. Ma più di tutto, In Tasca, è la lentezza come forma di resistenza, e la vulnerabilità come unica maniera davvero credibile di restare in piedi.

(Giuseppe Fraggetta)

Canzoni d’Ombra – Ministri

“Canzoni d’Ombra” il nuovo Ep dei Ministri è un archivio emotivo che la band ha deciso di riaprire, riportando alla luce canzoni rimaste ai margini ma mai dimenticate. L’idea da cui nasce il progetto è interessante, nel 2022 alcune di questi brani erano stati condivisi solamente attraverso una newsletter, quindi l’Ep diventa testimonianza di una relazione autentica costruita nel tempo.

Dal punto di vista sonoro abbiamo chitarre abrasive, ritmiche serrate ed una scrittura che alterna rabbia ed ironia. Il cuore del progetto è “Gente che si sente ostinata a vivere”, che racconta una forma di resistenza lontana dall’eroismo spettacolare, non parla di rivoluzioni, ma di sopravvivenza, di persone che continuano ad andare avanti nonostante la fatica, la disillusione e la difficoltà dovuta anche dalla sensazione di sentirsi schiacciati da un sistema che promette molto ma restituisce poco.
Uno degli elementi più riusciti è la capacità dei Ministri di raccontare il disagio contemporaneo evitando il vittimismo, ricorrendo all’ironia, che non vuole alleggerire il peso dei temi affrontati, ma renderli più evidenti.

“Canzoni d’Ombra” è molto attuale, forse perchè molte delle inquietudini raccontate negli anni non sono mai scomparse, la precarietà, il senso di smarrimento collettivo, il voler trovare un significato all’interno di una realtà sempre più frammentata, sono tutti temi che risultano ancora urgenti e che parlano a tutti gli ascoltatori. I Ministri ci insegnano che a volte la resistenza sta proprio nel trovare un motivo per attraversare ancora questo mondo.

(Benedetta Rubini)

Cadillac – Tony Pitony feat. Guè & Shablo

Ci sono brani che cercano profondità e altri che puntano sull’intrattenimento senza mascherarsi dietro significati inesistenti, “Cadillac” che unisce Tony Pitony, Guè e Shablo appartiene alla seconda categoria, ma sarebbe riduttivo liquidarla come una semplice canzone ironica. Il tema centrale è dichiarato fin dal primo verso: l’altezza fisica diventa metafora di tutte quelle insicurezze che normalmente verrebbero nascoste, qui viene fatta l’operazione opposta, vengono esposte e trasformate in materiale comico.

Non si ricerca la compassione, ma la bassa statura diventa un pretesto per ribaltare continuamente i luoghi comuni legati alla mascolinità e alla seduzione.
Il ritornello è costruito su una filastrocca volutamente assurda e sopra le rughe, l’immagine del “pupazzo di Lego” accentua la dimensione caricaturale del personaggio, che diventa una figura di un fumetto. Tony lavora principalmente sulla comicità, Guè introduce il suo classico universo fatto di lusso e di riferimenti al pop “ Conosci il mio stile, oyster e Don Peri”, riprende l’immagine tipica del rapper milanese: ostriche, champagne ed esclusività.

“Cadillac” sotto la superficie goliardica ci racconta un qualcosa di universale, ovvero che le insicurezze spesso non scompaiono, ma possono essere disinnescate, Tony Pitony costruisce il suo personaggio proprio su questo principio, invece di nascondere ciò che lo rende vulnerabile, lo mette in scena e lo trasforma in spettacolo.

(Benedetta Rubini)

Il sesso – Vybes

Dopo il primo impatto ci si accorge rapidamente che il brano non punta alla provocazione nè alla ricerca di scandalo, ma utilizza una parola carica di tabù e stereotipi per aprire una riflessione più ampia sulla libertà individuale e sul modo in cui la società ha modificato il suo rapporto con il desiderio.

Vybes utilizza una scrittura semplice ed immediata, si allontana da una visione esclusivamente fisica della sessualità e prova a collocare il sesso all’interno di un discorso più ampio, in cui il corpo diventa anche uno spazio di autodeterminazione e di espressione personale. Da una parte c’è una sonorità che punta alla leggerezza e alla fruibilità, dall’altra emergono questioni che toccano aspetti profondi dell’esperienza umana, come il rapporto con il proprio corpo e la libertà di scegliere.

Il brano sembra parlare soprattutto di libertà, libertà di essere, di cambiare, di sottrarsi alle etichette e alle aspettative altrui; la sessualità diventa metafora dell’autenticità personale, quello spazio in cui ognuno di noi cerca di riconoscersi e di esprimersi. L’artista prova a riportare la conversazione su un piano umano, raccontandoci la sessualità come esperienza di libertà e come specchio di cambiamenti culturali che attraversano la società.

(Benedetta Rubini)