New Indie Italia Music Week #270
“Il mio nemico non ha divisaAma le armi ma non le usaNella fondina tiene le carte visaE quando uccide non chiede scusaIl mio nemico non ha divisaAma le armi ma non le usaNella fondina tiene le carte visaE quando uccide non chiede scusa”
(Il mio nemico – Daniele Silvestri)
C’è un momento storico in cui tutti sembrano parlare continuamente, ma pochissimi riescono davvero a dire qualcosa. La musica, invece, quando è sincera, continua a essere uno dei pochi luoghi in cui le contraddizioni respirano senza filtri. Non serve più identificare un nemico preciso, perché spesso il disagio contemporaneo non ha un volto unico: vive nelle pressioni sociali, nell’ossessione per l’apparenza, nella velocità con cui consumiamo persone, idee e perfino emozioni.
La nuova scena indie italiana nasce e si alimenta proprio dentro questa tensione. Tra ragazzi che raccontano la precarietà emotiva come fosse cronaca quotidiana, artisti che trasformano l’alienazione urbana in immagini poetiche, e canzoni che parlano di relazioni finite ma, in fondo, descrivono un’intera generazione che fatica a trovare equilibrio. Dietro beat elettronici, chitarre lo-fi o melodie leggere, si nasconde spesso un bisogno più profondo: capire dove stiamo andando e cosa stiamo diventando.
Ed è forse per questo che l’indie continua ad avere un ruolo così importante. Perché riesce ancora a raccontare le crepe senza coprirle. Riesce a parlare di fragilità senza trasformarla per forza in spettacolo. E soprattutto riesce a fotografare quel senso di disillusione collettiva che attraversa la vita quotidiana, il lavoro, le relazioni, i social network e persino il modo in cui immaginiamo il futuro.
Questa rubrica nasce con quello stesso spirito. Ogni settimana esploreremo nuove uscite, nuovi artisti e nuovi linguaggi sonori provenienti dal panorama indipendente italiano, cercando di andare oltre la semplice recensione. Perché alcune canzoni non servono solo ad accompagnare le giornate: servono a leggerle meglio.
Maltempo – Baltimora/Emma Nolde
“Lasciarti andare è stata una delle cose più difficili al mondo. Ma tutto passa persino tu”
Così scrive Baltimora sui social per presentare l’uscita di “Maltempo”. Edoardo, che già possiede una voce penetrante e una sensibilità che puoi toccare, arricchisce questo brano con la potenza vocale dell’amica Emma Nolde.
Ed è insieme che le due voci ci donano un testo amaro che parla di rimpianti e accettazione. Voci che ci emozionano al primo ascolto grazie anche al sinuoso intreccio di batteria archi e pianoforte.
Come non possiamo controllare gli eventi meteorologici così non ci è possibile controllare le decisioni delle altre persone. Quando qualcosa in una relazione si spezza non c’è più molto da fare. Ciò che abbiamo è solo il rimpianto di non esserci comportati diversamente, di non aver tenuto stretto l’altro. Non siamo stati capaci di prendercene cura al momento giusto dando per scontate tante cose.
Ma le persone non le puoi trattenere e allora arriva quell’attimo preciso in cui capisci di doverle lasciare andare e fare che le cose facciano il loro corso.
“Tra le cose che non posso controllare ci sono la pioggia e quello che decidi”
È la stessa cosa che accade con un temporale. Non sai quando arriva, forse ti scombussola i piani, ma prima o poi sai che finisce.
“Finirà anche questo momento come inizia e finisce il maltempo”
(Martina Bianchini)
solo piangere :'( – TEO
TEO c’invita a non vergognarci di esprimere la tristezza attraverso le lacrime, solo piangere :'( non è peccato. Il sound scelto per questo brano da persino la sensazione di essere spensierato, con un ritmo catchy che fa venire voglia persino di muoversi, prima piano, per poi scatenarsi in qualcosa di più spensierato e scoordinato.
Liberare le proprie emozioni, accettandole con sincerità, serve per non raccontarsi bugie che invece di aiutare tendono alla soluzione che fingere non basta.
Il brano conserva e protegge un po’ il senso della vita, cioè non sempre si può accettare una verità o nascondere il dolore, l’importante è averne consapevolezza, evitando di diventare nemici di se stessi. In maniera cantautorale TEO riesce a esprimere un pensiero profondo, dando spazio, allo stesso tempo al divertimento e alla libertà.
(Nicolò Granone)
comelanotte – francoblu
comelanotte un inno notturno a tratti pulp e misteriosi, quando cala il buio potrebbe succedere di tutto come innamorarsi o persino morire. E chissà forse queste due azioni, metaforicamente sono collegate, quando la ragione non è più responsabile delle sue scelte.
Le vibrazioni di questo brano accennano a Tarantino, passando per la possibilità di parole lette prima di andare a dormire, o ancora aspirano a quella sensazione di errore non come causa, ma come scelta volontaria, infondo ci si può sempre cascare di nuovo.
Il tempo rimane sospeso, il prossimo passo potrebbe condurre le ombre nei guai oppure essere una via verso la luce, lo si può scoprire solo se si ha fiducia nell’incertezza e se si ha la giusta intenzione nel momento esatto in cui tutto diventa più oscuro e vedere diventa un sogno.
(Nicolò Granone)
Passaporti e caramelle – Lil Jolie
Tutti i posti sono magnifici per sentirci soli. Che siano casa, che siano un luogo di vacanza. Tutti i posti di fuga deludono. Tutte le fughe sono inefficaci. Il fatto che il motto delle “ragazze della strada sopra casa mia” venga pronunciato a gran voce declama poco altro che la fallibilità del progetto. Come i da tutti noi gridati “mollo ‘sta merda e vado via”.
Ancora una volta, attraverso una storia, Lil Jolie racconta certi amari della vita accudendo un personaggio con tenerezza. In questo caso Anna. Sullo sfondo c’è un amore finito male, un passato non abbastanza passato che la inseguirà. Tra giusta ingenuità e puntualissime delusioni, un rock che serve la grinta, il timbro, la presa all’ascolto e la dolce ironia dell’artista e le permette di fare un ritratto a tutti. Non solo ai giovanissimi. Perché tutti perdono la testa quando credono, per rabbia, che staranno meglio altrove. Siamo tutti una piccola, fragile Anna.
(Stefano Giannetti)
Buio – Arianna Pasini
Sembrano davvero sussurri al buio. Una confessione fatta forse a qualcuno, ma forse più a sé stessi. Buio sembra parlare dell’attraversamento di una fase, lo fa entrando nell’abisso più intimo, senza dover spiegare nulla se non lo stato d’animo. Con un accompagnamento per quasi tutta la durata minimale, che serve perfettamente la voce rotta ma allo stesso tempo conducente e tenue come un filo di seta, e che alla fine si prende tutta la scena, precisamente dopo l’ultimo “ora è più buio”: quasi ad indicare a chi ascolta,a chiunque si senta o si è sentito così, che non è solo. E che é capito completamente da chi quel disagio lo ha veicolato.
(Stefano Giannetti)
Mondiali 26 – Zeep
“…e il Frosinone in serie A” è realtà oramai consolidata da quando Calcutta ne ha fatto una canzone. Speriamo che Zeep non abbia la stessa influenza con “Mondiali 26” e sia l’ultimo di una già lunga serie di mondiali senza azzurri.
Il brano è chiaramente un pezzo ironico, oserei dire anche satirico, che fotografa stereotipi e situazioni tipiche della realtà italiana attuale. Il sogno del posto fisso Zaloniano, il caro vita, la popolazione di “dottori, allenatori e scienziati” dove chiunque si sente in diritto di parlare di tutto e l’amara mancata qualificazione della nazionale di calcio ai mondiali.
Musicalmente il pezzo si muove dalle parti dell’indie pop estivo.
Nel complesso, è un pezzo leggero ma non superficiale, che usa la spensieratezza della musica per alleggerire la satira sociale del testo.
Alla fine i mondiali sono solo un pretesto per ricordarci che spesso siamo fuori anche da altri contesti della vita quotidiana.
(Christian Gusmeroli)
Apatica – Cheriach Re
“Apatica”. No, non la canzone e neanche Cheriach Re (all’anagrafe Valeria Rossi).
È semplicemente il titolo di questo brano che parla di riscatto e ricerca della libertà.
Lo fa attraverso la metafora della corsa e dello sport: correndo, sognando e superando continuamente i propri limiti si può provare ad abbattere quelle barriere — mentali prima ancora che fisiche — che ci tengono fermi.
Movimento fisico e mentale come antidoto all’apatia.
Musicalmente il pezzo si muove dalle parti dell’indie pop moderno, guidato da synth ariosi e da una sezione ritmica costante che accompagna perfettamente l’idea del movimento continuo.
La melodia resta fresca e immediata, sostenuta da vocalizzi orecchiabili che rendono il ritornello particolarmente efficace.
L’invito che vi faccio è quindi quello di muovervi e ascoltare questo pezzo, non siate apatici.
(Christian Gusmeroli)
Affogare in acque amiche (EP) – Primogenito
Tra pochi giorni, esattamente il 2 giugno, ricorreranno i 45 anni dalla scomparsa di Rino Gaetano.
Perché ricordarlo qui e adesso?
Perché è sempre cosa buona e giusta ricordarlo ma soprattutto perché, come avevo già scritto dopo l’ascolto de “Il mondo in quel cofanetto” qualche settimana fa, Primogenito richiama incredibilmente il cantautore calabrese di formazione romana.
Non so se Primogenito ascolti o abbia ascoltato davvero Rino Gaetano o se questa incredibile somiglianza sia soltanto un caso.
Però, sentendo il modo in cui scrive, le immagini che utilizza e quella capacità di rendere leggera anche una certa amarezza sociale, viene difficile credere che Rino non sia passato almeno una volta dalle sue parti.
Con questo nuovo EP, “Affogare in acque amiche”, quella sensazione non fa che trovare ulteriore conferma. E “Scusa Caterina” probabilmente è il momento in cui questa vicinanza a Rino Gaetano emerge più chiaramente. L’album mescola le dinamiche dell’amore, i fallimenti di coppia e i relativi problemi a tematiche sociali fortemente ancorate alla vita della periferia e dei quartieri, il tutto raccontato con un’ironia cruda e senza filtri.
Al di là dei riferimenti, però, resta una certezza: Primogenito scrive molto bene.
E oggi non è una qualità così scontata. Tutto sembra indicare che per lui il futuro è roseo, anzi, “…sempre più blu”.
(Christian Gusmeroli)
Primavera – Morama
Incredibile come una simile sinfonia di suoni e musica, qualcosa di così naturale e armonico, sia oggetto di uno studio e di una ricerca tecnica così curata. “La casualità è la cosa più difficile da riprodurre, l’ordine alla fine riemerge sempre”, per fare una citazione. Ma qui la minuziosità palese non è mica un peccato, anzi. Suoni e versi ad accompagnare i virtuosismi di Johanna, che ci ricordano un po’ la primavera che “rincitrulloniva” i personaggi di Bambi (e infatti è della magia di un amore in sintonia con la stagione più bella, di cui qui si parla), trovate stilistiche del suono, accompagnamenti dall’aria vintage che ora servono, ora sono protagonisti di brevi assoli.
Primavera è un ascolto piacevole, un toccasana di inizio giornata, ma di certo non un lavoro leggero quanto l’argomento. Il brano è un tripudio dell’amore sì, per il bello, per la cura della propria arte. Una perla da far ascoltare, per regalare il buon gusto e il buon umore. E quest’ultima espressione, in questo caso, non è mai stata tanto lontana dall’essere scontata.
(Stefano Giannetti)
Cattive Abitudini – Mace feat. Salmo & Colapesce
Ci sono collaborazioni che sembrano collisioni, tre artisti diversissimi che si muovono dentro la stessa canzone senza perdere la propria identità. Mace orchestra il caos, Salmo lo incendia, Colapesce gli dà una malinconia quasi cosmica: il risultato è uno dei brani più riusciti nel panorama pop- elettronico italiano degli ultimi mesi. La produzione di Mace è il vero organismo vivente del pezzo, c’è dentro la French Touch, i synth psichedelici, chitarre nervose e Groove ipnotici, tutto pulsa e la canzone resta sospesa come una corsa notturna sotto la pioggia.
Il cuore emotivo di “Cattive Abitudini” sono le barre di Salmo, c’è un uomo che guarda alla proprie dipendenze emotive senza romanticizzarle. La frase più forte arriva quasi nascosta “L’abitudine fa schiavo ogni uomo”, è il centro concettuale della canzone, non parla solo di dipendenze evidenti, ma di tutto ciò che si consuma lentamente; Salmo riesce a rendere universale il proprio caos personale. Colapesce entra invece come l’altra faccia della stessa crisi, se Salmo è terra e pioggia, lui diventa aria e dissoluzione, trasformando il dolore in qualcosa di quasi poetico. È un brano che colpisce gli ascoltatori, perchè certe abitudini non si lasciano davvero alle spalle, si imparano soltanto a portarle addosso.
(Benedetta Rubini)
Anatomia di uno schianto prolungato (Album) – Willie Peyote
Con questo nuovo album Willie Peyote continua a osservare il presente mentre crolla lentamente, raccontandolo con sarcasmo e lucidità, evidenziando che viviamo in un’epoca che sembra continuamente sul punto di finire, ma che continua a trascinarsi avanti. Uno schianto appunto, ma interminabile.
Il titolo tiene insieme due dimensioni diverse, da una parte c’è il collasso collettivo, politico e sociale, dall’altra compaiono il corpo che invecchia e la fatica mentale. L’anima cinematografica del progetto si percepisce ovunque, non solo nei riferimenti dichiarati a Lina Wertmüller, ma anche nel modo in cui si alternano immagini grottesche, tragicomiche e momenti di vulnerabilità. Dal punto di vista sonoro l’artista rimane fedele al suo mix di hip pop, funk e cantatutorato, ma qui il tono appare ancora più cupo e distaccato, fotografando un mondo pieno di contraddizioni che convivono senza scandalizzare più nessuno.
Il momento più umano del disco arriva con “Mi arrendo”, insieme a Brunori Sas, qui si abbassano le difese, spariscono anche il sarcasmo e la provocazione, lasciando spazio alla stanchezza emotiva. “Nascondi le emozioni come fossero segreti, in un mondo che confonde i diritti coi privilegi.”, è forse uno dei versi che riassume l’intero progetto, ormai la crisi è diventata anche esistenziale. Con quest’album Willie Peyote ci offre un equilibrio continuo tra ironia e disillusione, ci fa entrare dentro il collasso e ce lo fa osservare, senza offrire però soluzioni; lo schianto contemporaneo è un qualcosa che succede lentamente ogni giorno, mentre tutti noi andiamo avanti come se niente fosse.
(Benedetta Rubini)
Per i bambini morti – Management del Dolore Post- Operatorio
Con “Per i bambini morti, I Management del Dolore Post-Operatorio tornano nel modo più coerente possibile con il proprio percorso artistico, senza addolcire niente e portando in scena una ballata feroce e disperata.
Musicalmente il brano si muove dentro un indie alternative, ma rimane centrale la tradizione cantautoriale italiana, la produzione rimane misurata ed elegante, lasciando che sia il testo a colpire maggiormente gli ascoltatori.
Il testo è pieno di immagini che raccontano una società anestetizzata, incapace di distinguere più tragedia e spettacolo; quando cantano “la tragedia torna sempre come farsa”, il riferimento è evidente: il dolore contemporaneo viene consumato mediaticamente fino a perdere l’importanza reale che ha. Guerra, morte e dolore diventano un semplice flusso continuo da osservare distrattamente.
Questo brano non vuole consolarci, ma ci costringe a restare nel disagio, questo è forse uno dei gesti più importanti della band, ricordarci che la canzone d’autore può ancora essere scomoda e necessaria.
(Benedetta Rubini)
Waterproof (ALBUM) – Atarde
Come quando avvicini l’orecchio ad una conchiglia e senti il mare così succede ascoltando il nuovo disco di Atarde. L’acqua, il mare, il sale, il vento sono gli elementi collanti di questo lavoro che trovo essere un perfetto disco estivo. Nelle sue tracce trovi la lentezza e la luce di una tipica giornata estiva ma no, nessun tormentone passeggero, solo canzoni che hanno voglia di restare. Testi dolci e delicati in cui potersi specchiare, come nel mare salato dell’Adriatico e melodie accurate che ti accompagnano fino alle calde ore del tramonto. Waterproof è un disco che non ha fretta. Qui Atarde naviga tra le correnti leggere di un pop confessionale, sospeso tra vulnerabilità personale e manifesto generazionale. Tra il bisogno di essere visti, l’ansia di non essere mai abbastanza e la tendenza a perdersi nei confronti con gli altri, il cantautore mette a nudo i cortocircuiti sentimentali dei nostri giorni. Lo fa però con uno sguardo lucido e un’espressività disincantata, che alleggerisce il peso delle insicurezze senza mai banalizzarle.
D’altra parte la nostra anima, i nostri sentimenti non sono mai “waterproof”, al contrario siamo vulnerabili alla vita che ci attraversa: a volte è piatta come un mare calmo, altre ci sorprende come un mare in burrasca, ciò che conta è rimanere sempre a galla.
(Martina Bianchini)
Sincero (ALBUM) – Rares
Avete presente quando una canzone ti entra in testa e vi risuona anche quando cercate di addormentarvi? Questo è quello che mi è successo ma con l’intero album di Rares. Un album assolutamente da No Skip.
“Sincero” si insinua leggero dentro le nostre orecchie per poi attraversare il cuore che si commuove e si stringe con le ballad intime e infine arrivare dritto alle nostre gambe che difficilmente riescono a stare ferme per tutte le altre tracce del disco. Un disco che parla, in mondo appunto “Sincero”, di tutte le sfumature che assume il momento in cui un amore finisce. Un concept album che fotografa la rottura di una relazione, esplorando il vuoto che resta quando si spegne un sentimento totalizzante, folgorante e tormentato. Un viaggio musicale che attraversa il dolore per accettarlo ed elaborarlo, offrendo la forza di andare oltre e la consapevolezza che l’amore, in fondo, è un’altra cosa.Non a caso la traccia centrale si intitola proprio “L’amore è un’altra cosa”. C’è infatti un preciso momento in cui con uno sforzo enorme ci si guarda da fuori, non ci si riconosce più “ non eravamo noi” e si arriva alla rassegnata conclusione che quel sentimento ha preso forme e significati diversi. E se per Samuele Bersani l’amore lo spacca il cuore , per Rares e Giovanni Truppi lo strappa. Strappacuore è il feat che ho più amato e interiorizzato forse perchè conosco la paura che si prova a non sapere se si tornerà mai ad amare dopo che si è già vissuto questo sentimento in maniera totalizzante.
“E ritornare ad essere io come ero prima dell’amore”
Tutti infatti possiamo ritrovarci dentro queste tracce che narrano il desiderio che ci sarà sempre un po di noi nella persona che si è amata “spero ti rimanga di me qualcosa almeno una cosa sincera” (Robina), il momento in cui si realizza di averla scampata “che strano provare sollievo, davvero io pensavo di stare come volevo stare e invece è tutto il contrario di quel che volevo” (Gatti) o la consapevolezza che quello che si è vissuto lo si rivivrebbe ancora ma è tempo di mettere un punto “ti ho vissuta cento volte altre cento ti vivrei ma se senti ancora un cuore fossi in te io partirei” (Bella giornata). Tutte canzoni in cui Rares ci dà immagini diverse del concetto di fine e in maniera altrettanto sincera le suona abbandonando il tocco elettronico dei precedenti lavori per far spazio a pochi strumenti ma assolutamente incisivi e travolgenti. L’avresti mai detto che la fine di un amore ha il suono di un sax e di una canto liberatorio e leggero?
“dopo il botto non rimane che la voglia di cantare”…. E vaglielo a spiegare!
(Martina Bianchini)
Colonna sonora senza film (album) – Carlo Corallo
Carlo Corallo scrive la colonna sonora senza film di un film che in realtà esiste nella vita di chi come me vive in Sicilia, di chi è andato via dalla Sicilia, di chi non è mai stato in Sicilia. Prendere i biglietti per questo film significa sedersi al centro della sala in fila centrale e chiudere gli occhi. E quando le rime imperfette rimbombano tra orecchio sinistro e destro allargando le braccia dal proprio seggiolino si tocca la terra di un luogo in cui non siamo mai stati ma che ci sembra così familiare. Si toccano volti di uomini e donne che non abbiamo mai toccato ma che abbiamo sempre sognato di vedere. La forza dell’immaginazione spinge il film a costruirsi attorno alla colonna sonora dove per ogni canzone una scena si stampa su una pellicola lucida vergine. L’utilizzo della metrica e la costruzione jazz fa scorrere velocemente il tempo e il flusso di pensieri che girano attorno. Consiglio vivamente l’ascolto. Corallo.
(Giuseppe Fraggetta)
Pezzi atomici – Dutch Nazari
Se fossimo degli atomi che corrono veloci pronti a collidere l’uno con l’altro senza mai però incontrarci vivremmo la continua sensazione di essere in ritardo prima dello scoppio, di dover per forza di cose realizzare una serie di cose e trasformarle in abitudini allontanandoci da quella che è la nostra funzione di atomi. In Pezzi Atomici, Dutch Nazari parla proprio di questa contrapposizione che esiste tra la realtà e la cruda realtà. Due concetti tanto vicini quanto lontani e che ci rendono sia pedine che protagonisti del nostro destino.
“forse ci serve un miraggio, forse ci serve un miracolo” per saper gestire da soli il peso di questa collisione imminente.
(Giuseppe Fraggetta)
Notte di vetro – M.E.R.L.O.T.
Ci sono notti in cui il passato non bussa più: resta dall’altra parte, come dietro un vetro appannato, mentre il presente prova finalmente a respirare da solo. Notte di vetro, il nuovo singolo di M.E.R.L.O.T., mi sembra nascere proprio in questo punto preciso e fragile: quello in cui ci si accorge che alcune storie continuano a pesare su di noi fino a incrinarci, ma che proprio da quelle crepe può iniziare una forma nuova di consapevolezza.
Il vetro, qui, non è solo una superficie fragile, ma il punto in cui il peso dei sentimenti si accumula fino a spezzarsi. E quando si infrange, taglia. Ci ferisce, sì, ma forse ci costringe anche a capire come andare avanti.
(Giuseppe Fraggetta)
Effetto Florida (album) – Giovedì
Il gruppo romano “GIOVEDì” mette a fuoco uno dei debutti più sinceri e originali usciti ultimamente nel panorama indie-rock. Il disco racconta quel limbo strano dei vent’anni in cui non sei più adolescente ma nemmeno davvero adulto, e lo fa senza pose generazionali costruite a tavolino. Dentro ci sono ansia, ironia, precarietà e voglia di trovare un posto nel mondo, il tutto filtrato da un indie-pop diretto e molto suonato, che guarda tanto alla tradizione italiana quanto a certe cose brit e alt-rock più leggere.
Brani come “Questa età” e “Ci pensi mai” funzionano bene perché parlano di vulnerabilità senza trasformarla in estetica triste a tutti i costi, mentre “Maschio alla moda” tira fuori il lato più sarcastico e sociale del disco. Inoltre, anche tutta la comunicazione attorno all’album, tra fake format e ironia sull’industria musicale, è coerente con il modo del gruppo di stare dentro questa scena: consapevoli, ma mai troppo seriosi. “Effetto Florida” non reinventa nulla da zero, ma ha una cosa che tanti debutti si dimenticano: personalità.
(Pietro Broccanello)
piccolo </3 – Boisié
Tra ricordi sfocati, silenzi e ferite emotive ancora aperte, Boisié costruisce un racconto intimo in cui passato e presente convivono senza filtri.
“piccolo</3” è un dialogo con il proprio bambino interiore, che trasforma l’introspezione in un gesto di cura e riconciliazione con le proprie fragilità, attraversando coordinate pop-elettroniche e R&B contemporanee, intrecciando ritmiche drum’n’bass e atmosfere dream-pop in un paesaggio sonoro profondamente emotivo.
Qual è quindi il confine tra quello che si è stati e quello che si è? Forse l’attimo del presente, dove passato e futuro coincidono come uno specchio che riflette l’immagine del cambiamento.
Il dialogo con il sé bambino non è solo rievocazione, ma un tentativo di riconciliazione e ascolto. Un racconto intimo che parla di amore, perdita e vulnerabilità, restituendo l’immagine di un cuore che impara a riconoscersi nelle proprie crepe.
La produzione amplifica questa dimensione onirica con texture rarefatte e delicate, mentre la copertina, che ritrae l’artista accanto alla sua versione più giovane, traduce visivamente il senso di confronto e accettazione che attraversa tutto il singolo.
(Nicolò Granone)
Zefiro (EP) – TÄRA
Con “Zefiro”, TÄRA costruisce un EP d’esordio intimo e sospeso, nato da un periodo di forte cambiamento personale e artistico. Il titolo richiama il vento leggero della mitologia greca, simbolo di trasformazione e rinascita, e infatti tutto il progetto sembra muoversi proprio così: in modo delicato, ma costante. L’EP mescola elettronica, dream-pop e cantautorato con una sensibilità molto cinematografica, lasciando spazio a silenzi, dettagli e atmosfere rarefatte. La voce di TÄRA resta sempre vicina, fragile ma controllata, mentre i testi raccontano relazioni, distanza e ricerca di sé senza mai risultare troppo espliciti o didascalici.
Si sente anche un forte immaginario visivo dietro al progetto, costruito tra natura, vento e movimento continuo, quasi come se ogni brano fosse una fotografia emotiva in trasformazione. “Zefiro” non punta sull’impatto immediato, ma su un ascolto più lento e immersivo. Ed è proprio lì che riesce a lasciare qualcosa all’ascoltatore.
(Pietro Broccanello)
Aperitivo x 2 (EP) – Peter White
Con “Aperitivo x 2” Peter White continua a costruire quel suo mondo a metà tra indie-pop malinconico, ironia quotidiana e romanticismo un po’ disilluso. L’EP sembra la colonna sonora perfetta di certe serate che iniziano leggere e finiscono inevitabilmente a parlare di relazioni finite male, nostalgia e messaggi lasciati in bozza. Musicalmente il progetto resta fedele alla cifra dell’artista: chitarre morbide, produzioni leggere ma curate e melodie immediate che si stampano in testa senza risultare mai troppo costruite. Dentro ci sono riferimenti alla scena indie-pop italiana più recente, ma anche quella capacità molto personale di raccontare situazioni comuni con immagini semplici e credibili. Brani come quelli già anticipati nei mesi scorsi mostrano bene il punto forte di Peter White: trasformare la vulnerabilità generazionale in qualcosa di estremamente condivisibile, senza appesantirla. “Aperitivo x 2” non vuole fare il disco manifesto di una generazione, ma finisce comunque per fotografarne bene certe abitudini emotive: l’amore intermittente, le connessioni veloci e quel senso costante di leggerezza che spesso nasconde tutt’altro.
(Pietro Broccanello)
Iako – dieci case
Con “dieci case” Iako trasforma i traslochi, le città cambiate e le stanze attraversate, in una riflessione più ampia sul senso di appartenenza e sulla difficoltà di una vita costantemente instabile. Il movimento qui non viene raccontato come una scelta romantica, bensì come una condizione che lentamente consuma e disorienta.La scrittura risulta come sempre intima e diretta, sospesa tra malinconia e lucidità. Il ritornello si ripete quasi come un pensiero fisso, mentre la produzione accompagna delicatamente. Grazie alle chitarre e ai synth che costruiscono un’atmosfera vulnerabile, il brano si sviluppa tra vuoti, distanze e tensioni trattenute. Tutto sembra muoversi con cautela, come chi prova a non perdere l’equilibrio mentre intorno ogni cosa cambia continuamente.
Al centro resta il disagio di una generazione precaria, costretta a reinventarsi di continuo senza riuscire davvero a mettere radici. “dieci case” racconta proprio quella sensazione di alienazione silenziosa, il timore di sparire dentro il cambiamento e, allo stesso tempo, la necessità di continuare ad attraversarlo per capire la propria direzione.
(Serena Gerli)
Ciulla – Anche gli sputi riflettono il sole (Album)
“Anche gli sputi riflettono il sole” è un disco che prova a trovare luce nelle cose più storte, nei margini, in tutto ciò che normalmente viene lasciato da parte. Ciulla costruisce un racconto personale e frammentato, attraversato da fragilità, nostalgia e disillusione, senza mai trasformarle in compiacimento. Le canzoni sembrano nascere da stanze piccole, notti troppo lunghe e province che proteggono eppure soffocano. La scrittura resta diretta e allo stesso tempo attraversata da una tensione poetica costante. Intimità e osservazione del reale convivono senza separarsi davvero: gli amori che finiscono, il peso delle ambizioni, il rapporto con il tempo e con i luoghi diventano parti dello stesso discorso emotivo. Più che seguire un percorso lineare, il disco sembra muoversi per tentativi, ripensamenti e continui aggiustamenti di equilibrio.
Anche sul piano sonoro questa instabilità trova spazio. Il pop e il cantautorato contemporaneo si alternano tra aperture più luminose e momenti raccolti, lasciando convivere leggerezza e inquietudine. “Anche gli sputi riflettono il sole” diventa così un invito a ripartire proprio dalle crepe, accettando che anche ciò che appare ruvido o imperfetto possa ancora restituire senso e bellezza.
(Serena Gerli)
Westcross – borsa frigo
Il nuovo singolo trasforma scene apparentemente ordinarie in fotografie lucide di un presente statico e inquieto, dove il tempo sembra scorrere sempre uguale mentre tutto, intorno, accelera. Il punto forte del brano sta proprio nel contrasto tra forma e contenuto: il flow rimane rilassato, quasi distaccato, mentre la produzione spinge verso territori più cupi e cinematici, con un beat incalzante che amplifica il senso di tensione sotterranea. Westcross osserva il mondo dal bancone di un bar, evitando però qualsiasi estetizzazione nostalgica. La città descritta in “borsa frigo” sembra immobile, eppure è proprio dentro quell’immobilità che si accumulano ansia, alienazione e desiderio di fuga.
(Ilaria Rapa)
Primo Tempo (EP) – Giorgia Faraone
Con Primo tempo, Giorgia Faraone firma un debutto discografico maturo, intimo e molto coerente nella sua identità sonora. L’EP, composto da sei brani, si muove in un territorio raffinato dove il cantautorato italiano incontra sfumature soul e R&B, creando un’atmosfera calda, sospesa, quasi cinematografica. Il titolo non è casuale: Primo tempo sembra davvero la prima parte di un film emotivo, fatto di luci soffuse, immagini interiori e sentimenti che cambiano forma da una traccia all’altra. L’amore viene raccontato non come un concetto semplice o lineare, ma come un percorso fragile, contraddittorio, a tratti luminoso e a tratti doloroso.
Brani come “Fragile”, “Cento felpe” e “Come fanno i fiori” anticipano bene il cuore del progetto: una scrittura personale, delicata, capace di trasformare dettagli quotidiani in immagini emotive. Giorgia Faraone non cerca l’effetto immediato, ma preferisce costruire un dialogo confidenziale con chi ascolta. La sua voce diventa così il centro narrativo dell’EP, guidando l’ascoltatore tra desiderio, malinconia, delusione e rinascita. La produzione di Andrea Rossetti valorizza questa direzione con arrangiamenti eleganti, mai invadenti, in cui la matrice jazz e la passione per la black music emergono con naturalezza. Il risultato è un lavoro morbido, sofisticato, ma accessibile, che riesce a mantenere un equilibrio convincente tra intensità emotiva e cura musicale.
Primo tempo è un EP che non ha fretta. Si lascia ascoltare lentamente, come una confessione notturna o una scena in bianco e nero che prende colore poco alla volta. Giorgia Faraone dimostra personalità, gusto e una sensibilità autoriale già ben definita. Un primo capitolo promettente, che lascia curiosità per il prossimo Secondo tempo.
Alex Wyse – Dicono che tutte le cose belle poi finiscono
C’è una scrittura diretta, mai troppo filtrata, che trova la sua forza proprio nella semplicità emotiva: gli addii diventano fotografie sfuocate, gli amori contemporanei scorrono veloci ma lasciano segni profondi, mentre il desiderio di autenticità attraversa tutto il disco come un’urgenza costante. È il nuovo disco di Alex Wyse, “Dicono che tutte le cose belle poi finiscono”, un titolo che si spiega già da solo: l’artista prova a mettere ordine nel caos emotivo di una generazione che vive costantemente in bilico tra nostalgia e bisogno di autenticità.
Un’indagine sul buio dei nostri tempi, che lascia però comunque spazio alla speranza, un po’ come accade nella musica che attraversa tutto il disco: atmosfere malinconiche si mescolano ad aperture più luminose, in maniera coerente al racconto. Alex Wyse, non vuole per forza darci risposte, ma raccontarci a suo modo il mondo che ci circonda, con una sincerità irrequieta.
(Ilaria Rapa)
Crepaccio/ industria metalmeccanica- Tueri Damasco
La solitudine come estrema via di fuga dai pensieri o come strada contorta per ritrovare se stessi. Tueri Damasco esplora i confini stretti di un Crepaccio, ma anche le grandi stanze dell’Industria Metalmeccanica, geografie dell’uomo e della sua mancanza di libertà.
L’attesa può essere un terreno fertile per essere consumati dal baccano del mondo, agire solo per il gusto di farlo può portare a guai dai quali diventa difficile uscire.
E così in questo spazio tempo dell’esistenza si mischiano l’azione con il sentire, insieme danno vita alla potenza dell’istante. Se nulla è per sempre, qualche pensiero ci va estremamente vicino, chissà se aprendo prigioni o chiudendo portoni.
(Nicolò Granone)
giù – galea
Ti raggiungo, accoglimi dentro di te, portami a fondo, fino ad essere nudi.
Giù, dove ogni pensiero non può più riemergere e bisogna saper per forza respirare sott’acqua per evitare di annegare dentro le illusioni degli altri. Galea si tuffa in un mare profondo e oscuro, quello dei sentimenti e delle relazioni tra persone che sono sconosciute e poi diventano onde pericolose, capace di generare tsunami emotivi che ci portano all’isolamento da naufraghi nel terreno dell’amore.
È sensuale questa immersione tra corpi che si sfiorano fino a diventare una cosa sola, in un orizzonte dal quale non si può più tornare indietro, avendo superando certe distanze.
Si percepisce anche un senso di claustrofobia, più si entra a contatto con l’altro, la fuga non solo è pericolosa, ma anche impossibile.
(Nicolò Granone)