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L’inconscio che si esprime: Anthropogus di The Riva | Intervista

The Riva porta trame di improvvisazione e flusso poetico nella sua “Anthropogus“. Su un tappeto di suoni elettronici, parole e silenzi, l’artista crea un viaggio nella nostra mente, una linea sinuosa che parte da dentro e va verso l’esterno.

Anthropogus parla di quelle relazioni importanti che hanno fatto parte a lungo della nostra vita ma che poi sono finite. Quei rapporti che nella loro durata e nel loro finire sono stati fondamentali per farci capire chi siamo e cosa vogliamo. Chi siamo e cosa vogliamo essere.

Il video del brano vuole rappresentare tutto questo tramite una coreografia che è stata diretta proprio da The Riva.

INTERVISTA A THE RIVA

The Anthropogus potrebbe essere tranquillamente la colonna sonora di un sogno. Come è venuta l’idea?

Anthropogus è il sogno apparso in tutte quelle relazioni importanti che ci hanno permesso di viverlo. Queste relazioni sono finite, molte anche in malo modo. Ma la loro dolcezza rimarrà per sempre vivida e unica: infinita.
A livello compositivo non è stata un’idea bensì un’improvvisazione comparsa in un momento intenso particolarmente malinconico. Non c’è nulla di scritto o preparato, è stato un flusso di coscienza, una sorgente che si è tramutata in torrente, fiume, mare aperto.

E la parte musicale, che spazia tra spazia tra il spoken word, l’elettronica e il lofi?

La musica nasce da una particolare elaborazione di suoni elettronici miscelati con un certo tipo di reverberi. E sono come un secondo sottotesto; parlano anche loro con un certo tipo di linguaggio. Suoni come frasi, reverberi come espressioni, pause come silenzi.

Hai detto che questa canzone è dedicata a quelle relazioni importanti che sono finite e proprio per questo ci hanno resi quello che siamo oggi; ci hanno reso più capaci di avvicinarci ad altri esseri umani facendo forse meno errori. Penso che il dolore sia formativo in certe occasioni, in particolare quello dato da un cuore spezzato. Sei d’accordo?

Sì, sicuramente il dolore è formativo, ma credo che lo sia ancora di più tutto il percorso della relazione: da ciò che eravamo quando tutto è iniziato e da ciò che siamo arrivati ad essere quando tutto è finito. Queste relazioni ci cambiano fin dall’inizio e ci cambiano anche durante tutto il processo d’amore. Crisalidi, finché ci spuntano le ali, diventiamo farfalle e voliamo via.

“Non diciamo che poi l’amore non esiste” si sente in Anthropogus. Quindi, secondo te, l’amore di cui si parla qui, esiste?

Penso che nel testo ci siano molti messaggi da decifrare. Il mio inconscio in quel momento catartico era totalmente libero di esprimersi e credo che l’inconscio quando gli si dà la possibilità di esprimersi liberamente sia capace di grandi magie.
Prima di quella frase dico “è concentrandosi che si ama davvero, quindi…”

Anche il videoclip è una parte fondamentale dell’esperienza (dato che forse sarebbe bene chiamarla così) di Anthropogus ed è stato ideato proprio da te. Parliamo un po’ di queste danzatrici che diventano una metafora del significato del pezzo.

L’idea del video è venuta grazie alla grande spazialità che riesce ad esprimere la timbrica sonora con questi particolari reverberi. Esprime ricordi, grandi spazi. E i grandi spazi possono venire decifrati soltanto da grandi movenze. Per me era importante che le ragazze si esprimessero anche loro nel modo più improvvisato possibile e questo accade per l’80% dei movimenti, sono totalmente coinvolte.
L’idea di due ragazze come espressione completa d’amore che inizia dolce, si lega sinuosa e in fine si divide ritornando libera di esplorare la propria nuova individuale maturità, raddoppia il messaggio dell’opera. Chi pensa che l’amore non può, o peggio, non debba esistere anche sotto queste forme, è come se affermasse che il buio, e quindi la luce, non esiste. Perché in fondo parliamo della stessa consistenza.

Cosa ti piacerebbe che gli altri trovassero in Anthropogus?

Personalmente vorrei Anthropogus libera di esprimersi e di essere creatura di tutti. Ognuno può trovare un distinto percorso tra il senso della musica, delle immagini, del testo, della danza, dell’atmosfera che si crea all’interno di questa esperienza. Ci sono tante forme che si parlano, si danzano, si sfiorano, si comunicano. È un moto perpetuo che teoricamente ha le capacità di poter cambiare ad ogni ascolto.

ASCOLTA THE RIVA NELLA PLAYLIST DI INDIE ITALIA MAGAZINE

Benedetta Fedel

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